
Di George G. Lombardi

Da mesi lancio un allarme chiaro, insistente e, temo, ancora troppo poco ascoltato sui rischi reali dell’intelligenza artificiale.
Non mi riferisco alle paure cinematografiche: robot coscienti che si ribellano, macchine che dominano l’umanità o scenari da fantascienza usati spesso per semplificare un dibattito molto più serio.
Il pericolo autentico è già qui.
È concreto, immediato, misurabile.
Riguarda la cybersicurezza, la difesa nazionale, la protezione delle infrastrutture critiche, la manipolazione dell’informazione, la proliferazione delle capacità offensive e la concentrazione di un potere tecnologico senza precedenti nelle mani di pochissimi soggetti.
In queste settimane è circolato un racconto allarmante su un presunto modello chiamato “Mythos”, attribuito ad Anthropic, che avrebbe penetrato reti della National Security Agency americana in un’esercitazione autorizzata.
È importante essere rigorosi: al momento, non risultano conferme pubbliche affidabili dell’esistenza di un modello Anthropic con questo nome, né del test descritto, né delle dichiarazioni attribuite a specifici rappresentanti istituzionali in quei termini.
Ma sarebbe un errore liquidare tutto come semplice fantasia e chiudere il dossier.
Perché, anche se i dettagli del caso “Mythos” fossero inesatti, ipotetici o amplificati, il problema che esso richiama è assolutamente reale: l’intelligenza artificiale sta già modificando, e modificherà ancora di più, la natura degli attacchi informatici e della competizione strategica tra Stati, imprese e organizzazioni criminali.
Il caso “Mythos”, dunque, non va trattato come una verità accertata senza prove.
Va trattato come un campanello d’allarme.
E forse proprio per questo è utile: ci costringe a guardare in faccia uno scenario che molti preferiscono rinviare, minimizzare o ignorare.
Il rischio non è una macchina “malvagia”: è una capacità troppo potente

Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito pubblico tende a oscillare tra due estremi ugualmente fuorvianti.
Da una parte c’è l’entusiasmo acritico: l’IA risolverà tutto, aumenterà la produttività, renderà le istituzioni più efficienti, trasformerà la medicina, la ricerca, l’istruzione e l’economia.
Tutto vero, almeno in parte.
L’intelligenza artificiale può offrire strumenti straordinari e migliorare concretamente molti aspetti della vita collettiva.
Dall’altra parte c’è il catastrofismo spettacolare: macchine senzienti, rivolte dei robot, un futuro in cui l’essere umano diventa improvvisamente irrilevante.
È una narrazione efficace per i titoli, ma spesso distoglie l’attenzione dalle minacce più immediate.
Il pericolo non richiede che una macchina sviluppi intenzioni ostili.
Basta che uno strumento molto potente venga impiegato da persone, gruppi, governi o aziende con interessi aggressivi, irresponsabili o semplicemente negligenti.
Un sistema di IA non deve “volere” di danneggiare qualcuno per facilitare una violazione informatica.
Può farlo perché è stato incaricato di analizzare codice, identificare configurazioni vulnerabili, automatizzare procedure, generare messaggi persuasivi, scandagliare grandi quantità di informazioni pubbliche o accelerare il lavoro di operatori umani.
Questo è il punto fondamentale: l’IA abbassa il costo, il tempo e la competenza necessari per svolgere azioni che prima richiedevano squadre specializzate, mesi di preparazione e notevoli risorse finanziarie.
In altre parole, democratizza la capacità. Ma non sempre in senso positivo.
Dalle settimane alle ore: il vero cambio di paradigma

Immaginiamo, senza assumere come accertato alcun singolo caso specifico, che un modello avanzato venga utilizzato in un’attività di red teaming autorizzata: una simulazione controllata di attacco con l’obiettivo di trovare vulnerabilità prima che lo facciano soggetti ostili.
Tradizionalmente, un’operazione del genere richiede analisti, esperti di reti, programmatori, specialisti di sistemi operativi, persone in grado di valutare configurazioni, identificare errori, ricostruire una superficie di attacco e coordinare le informazioni raccolte.
Un’intelligenza artificiale avanzata potrebbe accelerare molte di queste fasi: classificare enormi quantità di dati tecnici; correlare log e documentazione; suggerire ipotesi; assistere nella revisione di configurazioni; tradurre rapidamente informazioni tra linguaggi e formati; generare simulazioni; aiutare a individuare errori umani ripetuti.
Il problema non è necessariamente che l’IA “rompa” da sola sistemi protetti come per magia.
Il rischio più plausibile, e proprio per questo più grave, è che renda più rapida, più scalabile e più accessibile l’intera catena di attività che precede un attacco.
La cybersicurezza, infatti, non è fatta soltanto di un singolo gesto tecnico.
È un processo: raccolta di informazioni, identificazione di bersagli, ricognizione, analisi di vulnerabilità, ingegneria sociale, studio di procedure interne, sfruttamento di errori, movimento laterale, esfiltrazione dei dati, occultamento delle tracce.
Se l’IA accorcia tutti questi passaggi, anche solo parzialmente, la conseguenza strategica è enorme.
Ciò che un tempo richiedeva settimane può richiedere giorni.
Ciò che richiedeva giorni può richiedere ore.
E quando i tempi si riducono, cambia tutto: cambiano le capacità di difesa, i tempi di reazione, il valore dell’intelligence, l’equilibrio tra attaccante e difensore.
Un’organizzazione può essere eccellente nel rilevare un’intrusione dopo ventiquattro ore.
Ma se il danno potenziale viene compiuto in pochi minuti, quelle ventiquattro ore non sono più una difesa: sono un ritardo fatale.
La sicurezza nazionale è già nel mirino

Per anni abbiamo considerato la cybersicurezza come una materia prevalentemente tecnica, destinata agli specialisti informatici e ai reparti IT.
Questo approccio è ormai insufficiente.
La sicurezza informatica è sicurezza nazionale.
Le reti energetiche, gli ospedali, i trasporti, le banche, le telecomunicazioni, i sistemi idrici, le catene di approvvigionamento, i porti, gli aeroporti, le strutture militari e le amministrazioni pubbliche dipendono da infrastrutture digitali interconnesse.
Basta guardare agli episodi degli ultimi anni: ransomware che bloccano servizi sanitari, attacchi a oleodotti, furti di dati sensibili, sabotaggi digitali, campagne di disinformazione, intrusioni in reti governative e operazioni di spionaggio industriale.
Ora immaginiamo che attori ostili possano contare su assistenti artificiali capaci di lavorare senza stancarsi, analizzare dati su larga scala, adattarsi velocemente, produrre migliaia di varianti di comunicazioni fraudolente e supportare squadre umane molto più piccole ma molto più efficienti.
Non servono scenari apocalittici per capire la gravità della situazione.
È sufficiente riconoscere che gli strumenti di attacco stanno diventando più sofisticati, più economici e più diffusi.
Uno Stato ostile non deve più investire esclusivamente in grandi strutture operative.
Un gruppo criminale non deve più reclutare soltanto specialisti altamente qualificati.
Un’organizzazione estremista non deve più possedere le stesse risorse di un apparato governativo per causare danni importanti.
L’IA può colmare parte di questa distanza.
E quando il divario tra attori forti e attori deboli si riduce in campo offensivo, il mondo diventa più instabile.
Il pericolo della proliferazione

Il punto centrale non è soltanto ciò che possono fare oggi i modelli più avanzati.
Il punto è chi potrà accedere a capacità ancora maggiori domani.
Se un’azienda responsabile sviluppa un sistema potente, adotta misure di sicurezza, limita gli usi più pericolosi, monitora gli abusi e collabora con le autorità, il rischio non scompare, ma può essere almeno parzialmente gestito.
Ma cosa accade se capacità analoghe vengono sviluppate da soggetti senza scrupoli?
Cosa accade se modelli avanzati vengono rubati, copiati, distribuiti illegalmente o addestrati in contesti privi di qualunque controllo?
Cosa accade se Stati autoritari usano queste tecnologie non per migliorare servizi pubblici o ricerca scientifica, ma per costruire strumenti di sorveglianza di massa, repressione, propaganda, spionaggio e sabotaggio?
Cosa accade se gruppi criminali combinano IA, dati rubati, reti di bot, truffe automatizzate e campagne di manipolazione mirate?
Queste non sono domande astratte.
Sono domande di politica industriale, sicurezza internazionale e democrazia.
L’errore più grave sarebbe credere che il problema si risolva con un generico invito alle aziende a “comportarsi bene”.
La buona volontà può essere utile, ma non può sostituire la governance.
E la governance non può essere ridotta a un codice etico volontario pubblicato su un sito internet.
Servono regole, controlli, responsabilità, audit indipendenti, obblighi di segnalazione e protocolli di emergenza.
Non basta fidarsi delle aziende tecnologiche
Le grandi aziende dell’intelligenza artificiale svolgono un ruolo decisivo.
Hanno risorse, talento, dati, capacità computazionale e una velocità di sviluppo che spesso supera quella delle istituzioni pubbliche.
Questo non significa che siano necessariamente nemiche del bene comune.
Molte imprese investono seriamente in sicurezza, ricerca sull’allineamento, valutazioni del rischio e limitazioni d’uso.
È giusto riconoscerlo.
Ma proprio perché possiedono un potere così grande, non possono essere lasciate sole a definire le regole del gioco.
Nessun settore ad alto rischio funziona soltanto sulla base dell’autoregolazione.
Non l’aviazione civile.
Non il nucleare.
Non i farmaci.
Non il sistema bancario.
Non le infrastrutture energetiche.
Perché mai dovremmo accettare che tecnologie capaci di influenzare sistemi critici, economie, elezioni, apparati difensivi e flussi informativi globali siano regolate principalmente da decisioni interne alle aziende che le producono?
La questione non è demonizzare l’innovazione.
Al contrario: è renderla sostenibile, affidabile e compatibile con la sicurezza collettiva.
Un’IA di frontiera non è un’applicazione qualunque.
Non è soltanto un nuovo motore di ricerca, un software di scrittura o un assistente digitale.
Può diventare un moltiplicatore di potere.
E ogni moltiplicatore di potere richiede controlli adeguati.
Servono test seri, non slogan
Una delle priorità dovrebbe essere l’obbligo di valutazioni rigorose prima del rilascio dei modelli più potenti.
Non bastano dimostrazioni commerciali o test interni.
Occorrono verifiche indipendenti su capacità potenzialmente pericolose: uso improprio in ambito cyber, manipolazione persuasiva, supporto ad attività fraudolente, automazione di campagne di disinformazione, sfruttamento di dati personali, capacità di eludere controlli e vulnerabilità nella catena di distribuzione.
Inoltre, serve chiarezza sui limiti dei modelli.
Il pubblico, le imprese e le istituzioni devono sapere cosa una tecnologia può fare e cosa non può fare.
Troppo spesso assistiamo a una comunicazione ambigua: da un lato si enfatizzano capacità quasi miracolose per attrarre investimenti e attenzione; dall’altro si minimizzano i rischi quando vengono richieste responsabilità e regolamentazioni.
Non può funzionare così.
Se una tecnologia è abbastanza potente da essere venduta come rivoluzionaria, allora è abbastanza importante da essere valutata come potenzialmente rischiosa.
E se un’azienda sostiene che il proprio sistema non può essere usato in modo dannoso, deve essere pronta a dimostrarlo davanti a organismi indipendenti, non soltanto a dichiararlo.
La difesa deve usare l’IA, ma non diventare dipendente dall’IA

C’è un’altra verità che non possiamo ignorare: l’intelligenza artificiale non sarà utilizzata soltanto dagli attaccanti.
Dovrà essere usata anche dai difensori.
Le istituzioni pubbliche, le agenzie di sicurezza, le imprese strategiche e le infrastrutture critiche devono investire in strumenti difensivi basati sull’IA.
L’automazione può aiutare a individuare anomalie, monitorare reti complesse, analizzare minacce emergenti, velocizzare la risposta agli incidenti e ridurre il carico operativo degli analisti.
Ma dobbiamo evitare un nuovo errore: sostituire il giudizio umano con un automatismo cieco.
Un sistema che prende decisioni di sicurezza senza supervisione adeguata può produrre falsi positivi, bloccare servizi essenziali, amplificare errori o diventare esso stesso un bersaglio.
La sicurezza non può essere affidata a una scatola nera che nessuno comprende fino in fondo.
La tecnologia deve assistere la responsabilità umana, non eliminarla.
Servono professionisti formati, strutture pubbliche competenti, personale tecnico qualificato, protocolli chiari e una cultura della sicurezza che coinvolga tutti: dirigenti, dipendenti, cittadini e decisori politici.
Perché anche il miglior sistema di difesa può fallire se qualcuno apre un’e-mail fraudolenta, riutilizza una password, ignora un aggiornamento o sottovaluta un segnale di allarme.
L’Europa e l’Italia non possono restare spettatrici
L’Europa ha iniziato a costruire un quadro normativo sull’intelligenza artificiale, e questo è un passo importante.
Tuttavia, una legge da sola non basta, soprattutto se l’innovazione procede più rapidamente della capacità amministrativa di applicarla.
L’Italia, in particolare, deve smettere di affrontare l’IA soltanto come una questione di innovazione economica o di comunicazione politica.
Certo, dobbiamo investire nella ricerca, nelle imprese, nelle competenze e nelle applicazioni produttive.
Ma dobbiamo investire con la stessa serietà nella resilienza digitale.
Abbiamo bisogno di:
- formazione avanzata in cybersicurezza e intelligenza artificiale;
- protezione concreta delle infrastrutture critiche;
- collaborazione tra università, imprese, forze dell’ordine e istituzioni;
- procedure di risposta rapide in caso di incidenti;
- investimenti nella sicurezza delle pubbliche amministrazioni;
- controlli sulle forniture tecnologiche strategiche;
- cooperazione europea e atlantica contro le minacce transnazionali.
Non possiamo limitarci a importare tecnologie sviluppate altrove e sperare che funzionino sempre nel nostro interesse.
La sovranità tecnologica non significa autarchia digitale.
Significa capire, controllare, verificare e proteggere gli strumenti da cui dipende il funzionamento del Paese.
Il vero ritardo è culturale e politico
Il ritardo più grande non è soltanto tecnico.
È culturale e politico.
Troppi decisori continuano a parlare di IA come se fosse un tema da convegno: interessante, futuribile, magari importante per qualche settore innovativo.
Ma l’IA è già una questione di potere.
Chi controlla i dati, i modelli, l’infrastruttura computazionale e le filiere tecnologiche controlla una parte crescente dell’economia e della sicurezza del futuro.
E chi non comprende questo rischia di diventare dipendente dalle decisioni altrui.
Dobbiamo uscire dalla falsa alternativa tra proibire tutto e lasciare fare tutto.
Non serve bloccare il progresso.
Serve governarlo.
Non serve spaventare inutilmente le persone. Serve informarle con onestà.
Non serve inventare o amplificare episodi non verificati.
Serve usare anche le notizie incerte come occasione per porre domande vere, pretendere trasparenza e prepararsi ai rischi plausibili.
Il caso “Mythos”, indipendentemente dalla sua verificabilità, rappresenta una metafora potente del tempo in cui viviamo: un tempo in cui le capacità tecnologiche possono superare la preparazione delle istituzioni; in cui la velocità dell’innovazione rischia di battere la velocità della democrazia; in cui la sicurezza non può più essere considerata un costo accessorio.
La domanda che dobbiamo farci
La domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo.
Lo sta già cambiando.
La domanda è se saremo in grado di costruire regole, difese e responsabilità all’altezza di questa trasformazione.
Saremo capaci di distinguere tra innovazione utile e corsa sconsiderata?
Saremo capaci di pretendere trasparenza da chi sviluppa modelli sempre più potenti?
Saremo capaci di proteggere i cittadini, le imprese e le istituzioni prima che si verifichi il prossimo grande incidente?
Saremo capaci di cooperare tra Paesi democratici anziché inseguire ciascuno il proprio interesse immediato?
L’IA non aspetterà le nostre esitazioni.
Non rallenterà perché la politica è in ritardo o perché il dibattito pubblico preferisce occuparsi di polemiche superficiali.
Per questo l’allarme va lanciato ora, con serietà e senza sensazionalismi.
I rischi dell’intelligenza artificiale non appartengono soltanto a un futuro lontano.
Sono già presenti nelle nostre reti, nei nostri dati, nelle nostre infrastrutture ….
