Robert Pattinson ha costruito la seconda metà della propria carriera come una lunga fuga in avanti.

Dopo essere stato il volto di Twilight, ha trasformato il peso di quella celebrità in un laboratorio di maschere, nevrosi e personaggi al limite: il truffatore seduttivo di Good Time, l’uomo in fuga e in decomposizione di The Lighthouse, l’erede tossico di The King, il Bruce Wayne depresso e quasi spettrale di The Batman.

Anche quando entra in grandi produzioni – da Tenet a Dune – Pattinson sembra cercare una crepa, un dettaglio obliquo, una nota stonata da cui far filtrare qualcosa di inquieto.

Eppure, interpretare Chris Hansen, volto storico della NBC e conduttore di To Catch a Predator, potrebbe essere il suo ruolo più strano.

Non perché Hansen sia una figura marginale o priva di riconoscibilità, ma perché è l’esatto contrario dell’eroe pattinsoniano convenzionale: non un uomo misterioso, non un outsider romantico, non un dannato in cerca di redenzione.

È un giornalista televisivo, un professionista dell’immagine, un volto rassicurante da studio che irrompe in una stanza nel momento in cui un uomo ha appena scoperto di essere caduto in una trappola.

Il debutto narrativo di Lance Oppenheim prende questa materia reale, già di per sé perturbante, e la sottrae alla forma del biopic tradizionale.

Il regista, noto per documentari come Some Kind of Heaven e Spermworld, usa la storia di To Catch a Predator non per raccontare una missione giornalistica o una parabola di servizio pubblico, ma per costruire un dramma psicologico dagli accenti horror.

Al centro non ci sono soltanto i predatori catturati dalle telecamere, né le vittime assenti che motivano la promessa morale dello show.

C’è soprattutto Hansen: un uomo che scopre di poter trasformare la ripugnanza collettiva in spettacolo, la giustizia in formato televisivo, l’indignazione in share.

È qui che il film sembra trovare la propria idea più feroce.

La caccia ai predatori, nella lettura di Oppenheim, non è mai un terreno moralmente neutro.

Può nascere da un’esigenza legittima, persino necessaria; può contribuire a esporre comportamenti criminali e a rendere visibile una minaccia spesso nascosta.

Ma nel momento in cui viene inserita nella macchina della televisione, con i suoi tempi, le sue musiche, i suoi montaggi e la sua fame di ascolti, quella missione viene inevitabilmente contaminata.

Il male deve apparire bene in camera.

La vergogna deve avere un primo piano.

La cattura deve concludersi con una battuta memorabile.

Oppenheim, dunque, non filma semplicemente il lato oscuro di un programma televisivo.

Filma l’ebbrezza di chi comprende che la realtà, se ben confezionata, può diventare un genere.

Da Batman ai predatori: il ruolo più strano di Pattinson

La scelta di Robert Pattinson appare, sulla carta, una provocazione quasi perfetta.

L’attore possiede un fisico e una presenza che il cinema contemporaneo ha spesso reso notturni: occhi incavati, lineamenti affilati, una capacità unica di sembrare contemporaneamente vigile e assente.

È il tipo di interprete che può suggerire un abisso senza doverlo spiegare.

Ma Chris Hansen non è un personaggio che vive nell’ombra.

È un uomo che entra sotto le luci, che lavora per la visibilità, che esiste attraverso l’effetto immediato della propria apparizione.

La mossa più interessante, però, è che Pattinson non prova a trasformare Hansen in una figura magnetica nel senso classico del termine.

Non cerca la simpatia, non usa il proprio carisma per rendere il giornalista più nobile o più ambiguamente affascinante.

Al contrario, sembra giocarlo come un uomo sempre leggermente fuori asse, divorato dal bisogno di essere visto mentre fa la cosa giusta.

La sua ossessione non è soltanto fermare i predatori: è farlo davanti a un pubblico sempre più grande, in una fascia oraria sempre più importante, con una consacrazione professionale sempre più vicina.

Il suo Hansen è, in questo senso, un capitano Achab della televisione.

Non insegue una balena, ma un’immagine definitiva di sé: il giornalista che ha saputo incanalare il disgusto americano in un evento nazionale; il volto che ha trovato una forma televisiva per il panico morale; l’uomo che merita il primetime, gli Emmy, la legittimazione della rete.

Ogni arresto diventa un gradino. Ogni operazione può essere l’episodio decisivo.

Ogni esitazione morale appare come un ostacolo burocratico sulla strada della consacrazione.

Oppenheim sfrutta questa deriva con una messa in scena dichiaratamente espressionista.

Pattinson viene spesso avvolto da rossi foschi, corridoi bui, schermi che sembrano finestre su un inferno domestico.

Non è tanto Hansen a diventare letteralmente un vampiro, quanto il sistema visivo del film a trattarlo come una creatura che si nutre di esposizione.

C’è qualcosa di draculiano nel modo in cui il giornalista emerge dalla penombra per rivolgere domande a uomini ormai paralizzati dalla paura. “Cosa ci fai qui?”, “Perché sei venuto?”, “Cosa pensavi sarebbe successo?”.

Frasi semplici, quasi amministrative, che nella logica dello show diventano formule rituali.

La scena dell’interrogatorio, infatti, è la scena madre del film.

Non c’è bisogno di violenza fisica: il potere è già tutto nella disposizione dei corpi.

Da una parte l’uomo intrappolato, convinto di entrare nella casa di una minorenne; dall’altra Hansen, adulto, composto, televisivamente impeccabile.

Intorno, una troupe invisibile ma onnipresente, una macchina da presa che trasforma il panico in documento e il documento in intrattenimento.

La moralità sembra dalla parte del conduttore.

Ma Oppenheim insiste su una domanda scomoda: cosa accade quando chi denuncia il male comincia ad aver bisogno del male per esistere?

Il primetime come maledizione

La battuta attribuita nel film a Jeff Zucker è la chiave dell’intera operazione:

“Non mi piace il tuo show, ma l’America lo ama.

Perciò ti devo spostare.

To Catch A Predator alle 9 di sera, primetime”.

Non è un’investitura eroica.

È quasi una condanna.

La frase riconosce infatti una distanza cruciale tra giudizio personale e logica industriale: il dirigente non deve amare il programma, deve soltanto riconoscere che il pubblico lo ama.

E se il pubblico lo ama, il programma deve crescere, allargarsi, occupare lo spazio più prestigioso del palinsesto.

Deve produrre di più, colpire più forte, rendere più spettacolare la propria promessa.

Il primetime diventa così il vero antagonista del film.

Non una persona, non un singolo produttore cinico, ma un’astrazione concreta: la fascia oraria in cui la televisione chiede a ogni contenuto di trasformarsi in evento.

Nel sistema di Oppenheim, il rating è una forza corruttiva quasi soprannaturale.

Non costringe Hansen a cambiare dall’esterno; rende invece visibile ciò che era già presente nel suo desiderio di riconoscimento.

Pattinson interpreta questa trasformazione con una precisione poco esibita.

All’inizio Hansen conserva ancora un residuo di convinzione professionale: è un giornalista, crede di fare un lavoro necessario, considera la collaborazione con Perverted-Justice uno strumento eccezionale per affrontare una realtà difficile da raccontare altrimenti.

Ma il successo modifica gradualmente il suo sguardo.

La domanda non è più soltanto se l’operazione funzionerà, bensì quanto sarà memorabile.

Il problema non è più soltanto fermare l’uomo che si presenta alla porta, ma assicurarsi che la sua reazione sia abbastanza esplosiva da giustificare il segmento.

La tensione del film nasce proprio da questo slittamento impercettibile.

Oppenheim non ha bisogno di proclamare che Hansen sia un mostro: gli basta mostrare quanto facilmente un uomo possa abituarsi al privilegio morale di osservare gli altri nel loro momento peggiore.

Un privilegio che, se reiterato, diventa dipendenza.

In questo senso, il film non è un attacco semplicistico alla televisione scandalistica, né una difesa indulgente dei suoi bersagli.

Il bersaglio principale è più complesso: è la convinzione che un gesto giusto resti automaticamente giusto anche quando viene trasformato in spettacolo.

Oppenheim suggerisce che la forma non sia mai innocente.

Il montaggio, la musica, l’attesa, l’ingresso di Hansen nella stanza: tutto costruisce una grammatica del giudizio.

Il pubblico non viene chiamato soltanto a comprendere o condannare; viene chiamato a godere della cattura.

Il documentario che diventa incubo

La cosa più coerente nel percorso di Lance Oppenheim è che il suo primo film narrativo non abbandoni davvero il documentario. Lo metabolizza.

Il regista conserva l’attenzione per gli spazi artificiali, per i rituali sociali, per le comunità che costruiscono una propria realtà alternativa.

Solo che qui il dispositivo è più apertamente stilizzato, più febbrile, più interessato a deformare il vero fino a farlo somigliare a un sogno cattivo.

Le case adescamento di To Catch a Predator diventano set domestici dai contorni instabili.

Sono abitazioni normali, arredate con l’intenzione di evocare innocenza e familiarità, ma possiedono qualcosa di profondamente sinistro.

Ogni oggetto è una scenografia.

Ogni porta conduce a una trappola.

Ogni stanza contiene una telecamera.

La casa, simbolo per eccellenza della sicurezza privata americana, si trasforma in un teatro della confessione forzata.

Il film sembra interessato soprattutto a questa ambiguità spaziale.

Gli uomini che entrano in quelle case credono di varcare una soglia proibita; scoprono invece di essere entrati in un palcoscenico.

Non sono soltanto colti in fallo: vengono convertiti in personaggi.

Oppenheim non attenua l’orrore delle loro intenzioni, ma osserva con freddezza la metamorfosi della colpa in prodotto audiovisivo.

Il criminale diventa antagonista perfetto perché arriva già carico di repulsione morale.

Non bisogna costruirlo: basta incastrarlo nella cornice giusta.

La macchina della NBC, il gruppo Perverted-Justice, le forze dell’ordine e la troupe finiscono così per comporre una struttura quasi industriale.

Ciascuno ha una funzione precisa, ciascuno opera all’interno di un sistema che mescola prevenzione, esposizione e spettacolo.

Il punto di vista di Hansen, però, domina tutto.

Non perché sia il più puro, ma perché è il più consapevole del potere dell’immagine.

È lui a capire che il pubblico non vuole soltanto sapere che il pericolo esiste.

Vuole vederlo entrare dalla porta, balbettare, mentire, crollare.

Qui l’horror di Oppenheim non è fatto di sangue o jump scare, ma di ripetizione.

Un uomo arriva.

Una ragazza – o ciò che egli crede sia una ragazza – lo accoglie.

L’uomo si siede. Arriva Hansen.

Le domande cominciano.

La polizia interviene.

Il ciclo riparte.

La serialità televisiva, con il suo bisogno di replicare la formula, assume la forma di una maledizione.

Ogni episodio deve assomigliare al precedente abbastanza da essere riconoscibile, ma differenziarsene abbastanza da mantenere viva l’attenzione.

È una dinamica che trasforma il crimine in risorsa narrativa.

L’etica dell’inquadratura

La forza del film sta nel rifiuto di offrire un’assoluzione rassicurante.

Sarebbe facile fare di Hansen un santo imperfetto, un professionista travolto dalle pressioni della rete.

Sarebbe altrettanto facile demonizzarlo senza appello, dipingendolo come un cinico che sfrutta il dolore altrui.

Oppenheim sceglie invece una zona più ambigua e perciò più inquietante: Hansen vuole davvero fare del bene, ma vuole anche essere celebrato per averlo fatto.

Le due cose non si escludono.

È proprio questo il problema.

Pattinson rende credibile questa contraddizione attraverso una recitazione fatta di piccoli scarti.

Il suo Hansen può pronunciare una frase apparentemente compassionevole e, un attimo dopo, controllare con lo sguardo se la scena stia funzionando.

Può sembrare sinceramente indignato e al tempo stesso quasi eccitato dall’efficacia televisiva dell’indignazione.

Non c’è un momento unico in cui “diventa cattivo”; c’è piuttosto una progressiva incapacità di distinguere il dovere dalla performance.

Il film, in questo, dialoga con un filone di cinema americano interessato alla spettacolarizzazione del reale, da Network a Nightcrawler, passando per certi aspetti di The Insider e The King of Comedy.

Ma Oppenheim evita il sarcasmo totale di Lumet o il cinismo iperbolico di Gilroy.

Il suo sguardo è più strano, più ipnotico.

Non vuole dimostrare che la televisione è cattiva; vuole mostrare come la televisione possa rendere seducente perfino il gesto di condannare il male.

C’è una differenza decisiva.

Nel cinema satirico, il pubblico spesso mantiene una distanza critica: ride, rabbrividisce, riconosce l’assurdità del meccanismo.

In Oppenheim, invece, quella distanza viene continuamente erosa.

Lo spettatore è costretto a chiedersi se non stia provando lo stesso impulso che il film attribuisce al pubblico americano: il desiderio di vedere il colpevole smascherato, umiliato, fermato in diretta.

E se quel desiderio sia davvero separabile dall’idea di giustizia.

Il titolo del programma, To Catch a Predator, contiene già tutta l’ambivalenza. “Catturare” è un verbo che appartiene al linguaggio della polizia, della caccia e dell’intrattenimento.

Si cattura un criminale, ma si cattura anche l’attenzione.

Si cattura una preda, ma si cattura un momento televisivo. Oppenheim esplora proprio questa sovrapposizione lessicale e morale, facendo del giornalismo di Hansen una caccia che rischia di non sapere più chi stia inseguendo davvero.

Una produzione tra New Orleans, New York e Sri Lanka

Le riprese principali, iniziate a New Orleans nel febbraio 2025 e concluse a marzo, hanno trovato nella città della Louisiana un ambiente ideale per l’immaginario del film. New Orleans, con la sua umidità, le luci sporche, l’architettura porosa e il senso costante di decadenza festiva, amplifica il lato gotico del racconto.

Oppenheim non la usa come cartolina, ma come materia atmosferica: una città dove il confine tra facciata e rovina sembra sempre sul punto di cedere.

Le sequenze girate a New York introducono invece la dimensione corporativa e mediatica della vicenda.

Se New Orleans è il corpo febbrile del film, New York ne è la mente calcolatrice: uffici, monitor, riunioni, decisioni di palinsesto, il linguaggio impersonale con cui un dramma umano viene tradotto in target, fasce orarie e potenziale di mercato.

È lì che il sogno di Hansen riceve una forma concreta.

Il suo desiderio di riconoscimento non è più un’ambizione privata: diventa una strategia.

Più sorprendente è l’uso dello Sri Lanka, che sembra allontanare il film dal suo contesto americano per restituirgli una dimensione quasi allucinata.

Invece di allargare banalmente la storia, queste sequenze funzionano come una fuga dal realismo, una specie di controcampo mentale.

Oppenheim sfrutta il paesaggio per suggerire che il mondo di Hansen non ha più confini stabili: una volta che la vita è stata assorbita dal formato, ogni luogo può diventare set, ogni esperienza può essere trasformata in segmento, ogni dolore può essere convertito in racconto.

Con 45,5 milioni di dollari d’incasso, il film rappresenta un risultato rilevante per A24, soprattutto considerando la sua natura ibrida e poco accomodante.

È un successo che conferma la capacità della casa di produzione di intercettare un pubblico disposto a seguire opere collocate tra il cinema d’autore, il thriller e la riflessione culturale.

Ma è anche un caso interessante perché dimostra quanto la figura di Pattinson sia ormai garanzia di rischio controllato: una star abbastanza nota da attrarre attenzione, abbastanza imprevedibile da rendere credibile un progetto anomalo.

Il mostro non è soltanto nella stanza

La domanda più importante che il film lascia aperta è forse la più semplice: chi è il predatore?

La risposta ovvia riguarda gli uomini che entrano nella casa convinti di incontrare una minorenne.

Oppenheim non cancella questa realtà, né tenta di relativizzarla.

Ma il film costruisce attorno a essa una rete di sguardi e interessi che rende impossibile fermarsi alla prima definizione.

C’è il predatore sessuale, certamente.

C’è il predatore mediatico, che sfrutta la vulnerabilità e il disgusto per costruire consenso.

C’è il predatore industriale, che riconosce nel trauma un contenuto erotico.

Di Admin

Lascia un commento

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere