## L’uomo che salì su un carro armato e consegnò la Russia a un altro uomo

  Incontriamo Boris Nikolaevič Eltsin, uno dei personaggi più contraddittori del Novecento: l’uomo che contribuì a seppellire l’Unione Sovietica, aprì la Russia al capitalismo, fece sparare contro il proprio Parlamento, affrontò una guerra devastante in Cecenia, diventò protagonista di alcune delle più memorabili scene diplomatiche degli anni Novanta e, alla fine, scelse come successore un semisconosciuto ex funzionario del KGB.

Vladimir Putin. Col senno di poi, un dettaglio non esattamente secondario.

Boris Eltsin nasce il 1º febbraio 1931 nel villaggio di Butka, nella regione degli Urali, in una famiglia contadina.

Sono anni in cui la collettivizzazione forzata e le trasformazioni staliniane sconvolgono la società sovietica. Suo padre viene arrestato negli anni Trenta con l’accusa di propaganda antisovietica e mandato in un campo di lavoro. La famiglia attraversa anni difficili, ma Boris riesce a studiare.

Si iscrive all’Istituto politecnico degli Urali e si laurea in ingegneria edile.

Comincia a lavorare nei cantieri, fa carriera nell’edilizia e impara a muoversi dentro l’apparato amministrativo sovietico.

Poi entra nel Partito comunista. Ed è qui che comincia la prima delle numerose vite di Boris Eltsin: perché l’uomo destinato a diventare il simbolo della demolizione dell’URSS cresce politicamente proprio dentro il sistema sovietico.

Negli anni Settanta diventa primo segretario del partito a Sverdlovsk, una delle principali città industriali degli Urali.

È un dirigente energico, concreto, autoritario, capace di imporre ritmi di lavoro e di affrontare i problemi senza troppi riguardi per le formalità dell’apparato.

Nel 1985 Michail Gorbačëv diventa segretario generale del Partito comunista e lancia la perestrojka, la ristrutturazione del sistema, accompagnata dalla glasnost’, una maggiore apertura nell’informazione e nel dibattito politico.

Gorbačëv porta Eltsin a Mosca. Sembra una scelta perfetta.

Eltsin appare energico, populista, insofferente ai privilegi della nomenklatura.

Critica la lentezza delle riforme, attacca gli sprechi, denuncia le distanze tra i dirigenti e la popolazione.

Visita negozi, fabbriche e ospedali; cerca di presentarsi come un uomo vicino alla gente comune.

Ma Boris ha un piccolo problema. Non possiede il gene della moderazione.

Si scontra con l’apparato, critica apertamente Gorbačëv e accusa il partito di procedere con troppa cautela.

Nel 1987, durante una riunione del Comitato centrale, pronuncia un discorso durissimo contro il gruppo dirigente.

L’effetto è devastante.

Eltsin viene rimosso dagli incarichi più importanti e messo ai margini.

Per molti osservatori sembra politicamente finito. Invece comincia la seconda vita.

Eltsin trasforma la propria emarginazione in una risorsa.

Da dirigente del sistema diventa il tribuno antisistema.

Si presenta come l’uomo comune che sfida i burocrati, i privilegiati e i riformatori troppo prudenti.

Nel 1989 viene eletto al Congresso dei deputati del popolo con un enorme consenso nella città di Mosca.

L’anno seguente entra in conflitto sempre più aperto con il Partito comunista e nel maggio 1990 diventa presidente del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

Nel giugno 1991 viene eletto presidente della Repubblica russa con il voto popolare diretto.

È il primo presidente eletto direttamente nella storia della Russia. Poi arriva agosto.

Un gruppo di dirigenti conservatori sovietici tenta un colpo di Stato contro Gorbačëv, che si trova in vacanza in Crimea.

I golpisti dichiarano il presidente incapace di governare e istituiscono un Comitato statale per lo stato d’emergenza.

I carri armati entrano a Mosca.

La popolazione teme il ritorno alla repressione e alla stagnazione.

I leader occidentali attendono con prudenza di capire chi controlli davvero il Paese.

Ed Eltsin compie il gesto che lo consegna alla storia.

Sale sopra un carro armato davanti alla Casa Bianca, sede del Parlamento russo.

Da lì denuncia il golpe, invita la popolazione alla resistenza e difende la legittimità di Gorbačëv. La fotografia fa il giro del mondo. Boris Eltsin, in piedi sopra un carro armato, parla a una folla che si raccoglie intorno all’edificio.

L’immagine sembra racchiudere tutto il linguaggio politico di quel momento: il popolo contro la macchina militare, il leader improvvisato contro i burocrati, la libertà contro il ritorno del passato. Il golpe fallisce in tre giorni.

Gorbačëv torna a Mosca, formalmente ancora presidente dell’Unione Sovietica.

Ma politicamente è Eltsin ad avere conquistato il centro della scena. I mesi successivi diventano una gara tra due autorità: da una parte il presidente dell’URSS, sempre più debole; dall’altra il presidente della Russia, sostenuto dal voto popolare e dal controllo crescente sulle istituzioni russe. Quattro mesi dopo, l’Unione Sovietica non esiste più.

L’8 dicembre 1991 Eltsin incontra il presidente ucraino Leonid Kravčuk e quello bielorusso Stanislaŭ Šuškevič nella foresta di Belaveža.

I tre leader firmano un accordo che dichiara cessata l’esistenza dell’Unione Sovietica e istituisce la Comunità degli Stati Indipendenti. Gorbačëv non viene informato preventivamente in modo adeguato.

Il 25 dicembre si dimette da presidente dell’URSS.

La bandiera rossa viene ammainata dal Cremlino e sostituita dal tricolore russo. Settant’anni di Unione Sovietica finiscono. Boris Eltsin si ritrova presidente della Federazione Russa.

E qui cominciano i problemi. Perché demolire un sistema economico è relativamente rapido.

Costruirne un altro senza devastare la vita di milioni di persone è leggermente più complicato.

Eltsin sceglie una transizione rapidissima verso l’economia di mercato: liberalizzazione dei prezzi, privatizzazioni, apertura alla proprietà privata e trasformazione delle gigantesche imprese statali.

È la famosa “terapia d’urto”, sostenuta da economisti russi e consulenti occidentali.

Il problema è che per molti russi l’urto si sente parecchio più della terapia.

I prezzi aumentano vertiginosamente. L’inflazione divora i risparmi.

La produzione industriale crolla. I salari vengono pagati in ritardo o non vengono pagati affatto. Pensionati, operai e dipendenti pubblici vedono dissolversi le sicurezze economiche costruite durante l’epoca sovietica.

La liberalizzazione produce anche una gigantesca redistribuzione della ricchezza.

Le imprese statali vengono privatizzate attraverso voucher e aste.

In teoria, milioni di cittadini avrebbero dovuto diventare proprietari di una parte del patrimonio nazionale.

Nella pratica, la complessità delle procedure, la debolezza delle istituzioni e la corruzione permettono a un gruppo ristretto di uomini d’affari di acquistare banche, industrie, compagnie petrolifere e media a prezzi straordinariamente bassi.

Nasce la Russia degli oligarchi. Banchieri, petrolieri, proprietari dei giornali e delle televisioni: uomini che nel giro di pochi anni accumulano fortune immense mentre milioni di persone vedono scomparire i propri risparmi. Il comunismo aveva promesso di abolire i ricchi.

La Russia degli anni Novanta decide di recuperare il tempo perduto.

E ne produce alcuni giganteschi. Eltsin resta formalmente il presidente di una democrazia, ma il nuovo sistema è fragile.

Il Parlamento eletto durante l’epoca sovietica conserva poteri importanti e rappresenta un ostacolo alla trasformazione presidenziale del Paese.

Poi arriva il 1993. È uno degli episodi che impediscono di trasformare Eltsin semplicemente nell’eroe democratico che sconfisse i comunisti.

Il presidente è in conflitto con il Parlamento sulla distribuzione dei poteri e sulla politica economica. Eltsin vuole rafforzare la presidenza e accelerare le riforme.

Di Admin

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