C’è un momento, nelle crisi politiche e sociali, in cui le parole cessano di essere slogan e tornano a pesare per quello che sono: strumenti capaci di preparare, giustificare o impedire la violenza.

È il momento in cui chi per anni ha guardato al disordine come a una categoria teorica — “rabbia sociale”, “esclusione”, “marginalità”, “frustrazione delle periferie” — scopre che quel disordine non resta confinato nei dibattiti televisivi, nei rapporti ministeriali o negli editoriali benevoli.

Entra nei negozi.

Devasta le strade.

Aggredisce le persone.

E non domanda, prima di colpire, se la sua vittima abbia firmato appelli, difeso cause progressiste o sostenuto politiche inclusive.

La tentazione di commentare simili episodi con cinismo, quando colpiscono esponenti dell’élite culturale che hanno minimizzato il problema, è comprensibile. Ma è anche una tentazione pericolosa.

Non perché si debba rinunciare a denunciare le contraddizioni; al contrario, esse meritano di essere illuminate con chiarezza.

Il punto è un altro: nessuna incoerenza politica rende accettabile un’aggressione, un pestaggio, la devastazione di un’attività, la paura di non tornare vivi a casa.

La violenza politica e para-politica non è giustizia sociale.

Non è redistribuzione.

Non è ribellione romantica.

È violenza, e come tale colpisce anzitutto chi non ha né protezioni né potere.

Talvolta colpisce anche chi, per anni, ha contribuito a costruire una narrazione indulgente nei confronti di chi la pratica.

Questo non trasforma la vittima in un bersaglio legittimo: rende però impossibile ignorare il fallimento di quella narrazione.

Il grande equivoco dell’inclusione senza condizioni

Una parte rilevante della sinistra europea ha costruito negli ultimi decenni una visione dell’integrazione fondata su un presupposto semplice: ogni richiesta di ordine, assimilazione civica, rispetto delle regole o controllo delle frontiere sarebbe, in sé, il segnale di una pulsione autoritaria o xenofoba.

Da qui un lessico divenuto automatico: sicurezza equivale a repressione; controllo equivale a razzismo; integrazione equivale a riconoscimento illimitato delle differenze; disagio equivale sempre e comunque a colpa della società ospitante.

Questo schema ha avuto il vantaggio morale di ricordare che nessuno deve essere discriminato per origine, fede, colore della pelle o condizione sociale.

È un principio essenziale, non negoziabile.

Ma è stato spesso deformato fino a diventare una comoda sospensione della responsabilità individuale e collettiva.

Una società inclusiva non è una società incapace di distinguere tra chi chiede di farne parte e chi sceglie di distruggerne le regole. Non è una società nella quale il crimine diventa automaticamente il linguaggio degli oppressi.

Non è una società che rinuncia a proteggere lavoratori, commercianti, anziani, studenti e residenti perché teme di sembrare troppo severa verso chi delinque.

L’inclusione non può essere ridotta a un’assenza di confini.

Senza confini giuridici, civici e culturali, essa smette di essere inclusione e diventa abbandono.

Abbandono delle periferie alla criminalità, abbandono delle scuole al degrado, abbandono delle donne alla pressione dei gruppi più aggressivi, abbandono dei piccoli imprenditori alla paura, abbandono degli stessi giovani delle banlieues a una sottocultura che promette identità attraverso il risentimento e prestigio attraverso la sopraffazione.

Dire questo non significa criminalizzare intere comunità.

Significa rifiutare precisamente quel meccanismo che, trattando milioni di persone come una massa indistinta di “esclusi”, finisce per non vedere gli individui: quelli onesti, quelli che lavorano, quelli che studiano, quelli che vogliono vivere in pace.

E, insieme a loro, quelli che scelgono invece la violenza, l’intimidazione e il saccheggio.

Il problema delle parole che assolvono

Da molto tempo, in Europa, esiste una difficoltà quasi patologica nel chiamare le cose con il loro nome.

I vandali diventano “giovani in rivolta”; gli aggressori diventano “soggetti fragili”; i saccheggi diventano “azioni spontanee”; le zone sottratte al controllo pubblico diventano “territori complessi”; l’incapacità dello Stato di far rispettare la legge diventa “prudenza istituzionale”.

Questo vocabolario non nasce sempre dalla malafede.

Talvolta nasce dalla paura di alimentare generalizzazioni, dal desiderio di mantenere aperto un canale di dialogo, dalla consapevolezza che dietro molte biografie difficili esistano povertà, disoccupazione, famiglie disgregate e fallimenti scolastici.

Tutto vero.

Ma una spiegazione non è un’assoluzione.

Se un gruppo devasta un negozio, colpisce un passante o semina il panico in una città, non sta compiendo un’analisi sociologica. Sta esercitando violenza.

E lo Stato democratico ha il dovere di reagire in modo proporzionato, efficace e trasparente: proteggendo le persone, arrestando i responsabili, celebrando processi rapidi ed equi, applicando le pene previste dalla legge.

La vera alternativa all’impunità non è l’autoritarismo.

È lo Stato di diritto.

Chi presenta ogni intervento di sicurezza come una deriva fascista finisce spesso per lasciare campo libero a due forze ugualmente corrosive: la criminalità quotidiana e i movimenti che promettono ordine attraverso scorciatoie illiberali.

È in questo spazio vuoto che prosperano le destre radicali.

Non perché i loro elettori siano tutti animati da odio, ma perché una parte sempre più ampia della popolazione conclude che le classi dirigenti tradizionali non siano disposte a difenderla.

Quando chi subisce un’aggressione sente che l’opinione pubblica è più interessata a comprendere l’aggressore che a tutelare la vittima, il patto di fiducia con le istituzioni si incrina.

E quando quel patto si spezza, il voto diventa una domanda di protezione.

La Francia come laboratorio europeo

La Francia vive questa tensione con particolare intensità.

È una grande nazione, una potenza militare, un paese dotato di una storia statale fortissima e di un modello repubblicano basato, almeno sulla carta, sull’universalismo civico.

Proprio per questo, le sue difficoltà sono politicamente esplosive.

Da una parte c’è l’ideale repubblicano: tutti cittadini, tutti uguali davanti alla legge, nessuna comunità separata, nessuna appartenenza superiore allo spazio comune della nazione.

Dall’altra c’è una realtà fatta di quartieri segregati, scuole differenziate, disoccupazione giovanile, economie illegali, conflitti identitari e sfiducia crescente verso le istituzioni.

Il problema non è che la Francia abbia riconosciuto troppo poco la diversità, come sostiene una certa lettura progressista.

Né che abbia applicato troppo debolmente l’assimilazione, come sostiene una certa destra.

Il problema è che, in troppe aree, non ha garantito né l’una né l’altra cosa: né una reale uguaglianza di opportunità, né un chiaro quadro di doveri condivisi.

Ne è nata una società nella quale alcuni percepiscono di non appartenere pienamente alla Repubblica e altri percepiscono che la Repubblica non riesca più a proteggerli.

Questa doppia frattura è il terreno ideale per ogni imprenditore politico della rabbia.

Una sinistra seria dovrebbe essere la prima a capire che l’ordine pubblico non è un tema “di destra”.

È un tema popolare.

Chi vive in un quartiere ben sorvegliato, chi si sposta in automobile, chi può permettersi assicurazioni, portinerie e seconde case, può trattare l’insicurezza come un dibattito astratto.

Chi prende la metropolitana tardi la sera, chi gestisce un piccolo esercizio commerciale, chi manda i figli in una scuola difficile, non ha questo lusso.

L’ordine è una forma di giustizia sociale, quando è esercitato nel rispetto della legge e senza discriminazioni.

Il rischio della reazione identitaria

Il fallimento nel governare il disordine produce inevitabilmente una reazione.

Ed è qui che la questione smette di essere solo francese.

In tutta Europa, l’incapacità di affrontare con lucidità immigrazione, integrazione, sicurezza e radicalizzazione ha alimentato partiti nazionalisti, identitari e sovranisti.

Liquidare ogni loro successo come una vittoria dell’ignoranza o della manipolazione è un errore strategico e morale.

Certo, esistono campagne d’odio, disinformazione e retoriche semplicistiche.

Ma esistono anche problemi reali che per troppo tempo sono stati negati, rimossi o trattati come tabù.

L’elettore che chiede più sicurezza non è necessariamente un estremista.

La donna che vuole poter rientrare da sola senza paura non è una reazionaria. Il piccolo commerciante che pretende protezione non è un nostalgico dell’ordine autoritario. Il cittadino che chiede che chi commette reati venga punito non sta tradendo i valori democratici: sta chiedendo che siano applicati.

Il pericolo nasce quando le forze democratiche rinunciano a dare risposte credibili.

Se il centro e la sinistra non sanno coniugare libertà, sicurezza, welfare e integrazione esigente, consegneranno la rabbia a chi offre risposte brutali. E quelle risposte, una volta al potere, possono rivelarsi non soltanto inefficaci ma pericolose per le libertà che promettevano di difendere.

La questione, dunque, non è scegliere tra permissivismo e repressione indiscriminata. È rifiutare entrambi.

Violenza urbana e strumentalizzazione

Ogni esplosione di violenza urbana solleva anche un’altra domanda: chi ne trae vantaggio?

È una domanda legittima, ma richiede prudenza.

Non ogni disordine è il prodotto di una regia occulta. Le rivolte possono nascere da fattori locali, da un episodio scatenante, da reti criminali opportunistiche, da emulazione digitale, dalla ricerca di visibilità o da una spirale di rabbia collettiva.

Tuttavia sarebbe ingenuo ignorare che, nel mondo contemporaneo, il caos è anche un bene politico.

Può essere amplificato, raccontato selettivamente, trasformato in propaganda. Immagini di città in fiamme, polizia in difficoltà, negozi devastati e istituzioni paralizzate viaggiano in pochi minuti attraverso piattaforme globali.

Non servono grandi organizzazioni per produrre un effetto destabilizzante: bastano video, hashtag, reti di rilancio e la disponibilità di un pubblico già predisposto a credere che tutto stia crollando.

In questo senso, la guerra ibrida non è necessariamente una sequenza di attentati o operazioni militari clandestine.

Può assumere forme più diffuse: disinformazione, polarizzazione, manipolazione dei conflitti sociali, uso strategico dei social media, diffusione di narrazioni che spingono gruppi diversi a considerarsi nemici irriducibili.

Non è necessario immaginare che ogni manifestante, ogni vandalo o ogni estremista sia “controllato” da una potenza straniera. Questa è una scorciatoia che rischia di sostituire l’analisi con il sospetto universale. È sufficiente riconoscere un fatto più banale e più inquietante: le democrazie divise, sfiduciate e incapaci di mantenere l’ordine sono più vulnerabili alle interferenze esterne.

Chi vuole indebolire l’Europa non deve necessariamente conquistarla. Può limitarsi a farla litigare con se stessa.

L’utilità politica del disordine

Il disordine è utile a molti.

È utile ai delinquenti, che trovano copertura nel caos. È utile agli estremisti, che possono reclutare nella paura o nel risentimento. È utile a chi vuole delegittimare le istituzioni. È utile a chi monetizza l’ansia collettiva attraverso audience, propaganda e campagne elettorali.

Ma il disordine non è mai utile alle persone comuni.

Non è utile al giovane delle periferie che vede il proprio quartiere trasformato in un luogo da cui fuggire. Non è utile al commerciante che perde il lavoro di una vita. Non è utile al cittadino immigrato che si trova a essere guardato con sospetto per colpa di altri. Non è utile alla donna che cambia abitudini per evitare strade o orari pericolosi. Non è utile alla polizia lasciata sola a gestire situazioni impossibili. Non è utile alla democrazia.

Per questa ragione, l’idea secondo cui la violenza possa essere tollerata finché resta “sotto una certa soglia” è profondamente miope. Prima dell’omicidio, prima dell’attentato, prima della guerra civile, esistono migliaia di episodi minori: minacce, intimidazioni, vetrine infrante, aggressioni, zone abbandonate, silenzi imposti. Sono questi fenomeni, sommati nel tempo, a distruggere la fiducia civile.

Una società non precipita nel caos in un solo giorno.

Ci arriva attraverso l’abitudine.

Ci si abitua a non denunciare.

Ci si abitua a cambiare marciapiede.

Ci si abitua a dire che “in fondo non è successo niente”.

Ci si abitua a considerare normale che alcuni quartieri siano sottratti alla vita comune.

Ci si abitua a pensare che la legge valga solo dove è più facile farla rispettare.

E, quando l’abitudine si consolida, recuperare il controllo è molto più difficile.

Una politica adulta contro il doppio inganno

La risposta richiede una politica adulta, capace di sottrarsi al doppio inganno del nostro tempo.

Il primo inganno è quello dell’indulgenza ideologica: credere che ogni richiamo all’ordine sia oppressione, che ogni conflitto abbia un solo colpevole, che la responsabilità individuale sia una categoria reazionaria.

È un’illusione che produce abbandono e rancore.

Il secondo è quello della risposta identitaria: credere che basti colpire indistintamente, semplificare ogni problema in termini etnici o religiosi, trasformare la sicurezza in una guerra contro intere comunità.

È un’illusione che produce ingiustizia, radicalizzazione e ulteriore instabilità.

Tra questi due estremi esiste una strada più difficile, ma necessaria.

Significa investire nelle periferie senza cedere il territorio alle reti criminali.

Significa pretendere istruzione, lavoro, lingua comune e rispetto delle leggi, senza negare dignità o diritti a nessuno.

Significa fermare chi devasta e aggredisce, senza usare la colpa di alcuni per colpire molti.

Significa affrontare la propaganda senza cadere nella paranoia.

Significa difendere la libertà di parola senza rendere accettabile l’incitamento alla violenza.

Soprattutto, significa smettere di trattare le vittime come un imbarazzo narrativo.

Ogni persona aggredita, ogni attività distrutta, ogni quartiere abbandonato è un fallimento pubblico.

Non importa quale sia l’orientamento politico della vittima, quale sia la sua professione, quanto sia ricca o povera, quanto sia stata coerente o incoerente nelle sue convinzioni.

La legge deve proteggerla allo stesso modo.

Questo è il punto dal quale ricominciare: non dal compiacimento per la disgrazia altrui, non dalla retorica della vendetta, non dall’uso propagandistico del dolore.

Ma dalla consapevolezza che una democrazia che non sa difendere i suoi cittadini dalla violenza quotidiana prepara il terreno a chi prometterà di farlo senza più rispettare la democrazia.

Ed è un prezzo che l’Europa non può permettersi di pagare.

Di Admin

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