
finanziamenti, polemiche e legami con l’Italia
Le vittorie di Abdul El-Sayed in Michigan e di Adam Hamawy nel New Jersey segnano una svolta nella rappresentanza musulmana al Congresso americano.
Ma raccontano anche qualcosa di più ampio: la crescita di una rete politica e associativa capace di sostenere candidature, raccogliere risorse, mobilitare elettori e portare nel dibattito nazionale posizioni sempre più dure nei confronti di Israele.
Il dato politico è evidente.
El-Sayed diventa il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti, mentre Hamawy conquista un seggio alla Camera. Due successi che danno visibilità nazionale a un fenomeno costruito negli anni: la presenza crescente dei musulmani nelle istituzioni americane e il rafforzamento delle organizzazioni impegnate a rappresentarne gli interessi politici.

La lettura più superficiale sarebbe ridurre tutto a una semplice evoluzione demografica.
Gli Stati Uniti sono oggi un Paese più musulmano di vent’anni fa, e la maggiore presenza nelle amministrazioni pubbliche è, almeno in parte, una conseguenza naturale di questa trasformazione.
Ma fermarsi a questo dato significherebbe non vedere il ruolo delle strutture organizzate, degli endorsement, dei comitati elettorali e dei finanziamenti che sostengono alcune candidature.
La questione, dunque, non riguarda i musulmani americani nel loro complesso.
Attribuire a milioni di cittadini un unico orientamento politico o religioso sarebbe scorretto e analiticamente debole.

Il punto riguarda piuttosto le organizzazioni che si propongono come interlocutori della comunità musulmana e che, in alcuni casi, avanzano un’agenda precisa su Medio Oriente, politica estera, diritti civili e rapporti con Israele.
## Una crescita demografica e organizzativa
Secondo il rapporto pubblicato dal Pew Research Center nel settembre 2026, negli Stati Uniti vivono circa 5,5 milioni di musulmani, contro i 2,4 milioni stimati nel 2007.
In meno di vent’anni, la popolazione musulmana è quindi più che raddoppiata.
Anche il numero dei luoghi di culto è aumentato: dalle circa 1.200 moschee censite nel 2000 si è passati a quasi 2.800 nel 2020. Questi numeri descrivono una trasformazione religiosa e sociale. Non dimostrano, da soli, l’espansione dell’islam politico. Una moschea è un luogo di culto, non necessariamente un centro di propaganda politica; una comunità religiosa non coincide automaticamente con una rete ideologica.
Tuttavia, il radicamento territoriale e la crescita numerica offrono alle organizzazioni politiche un bacino potenziale sempre più ampio.
La trasformazione si vede soprattutto a livello locale.
Nell’agosto scorso, il Council on American-Islamic Relations, noto come CAIR, e la sua organizzazione affiliata CAIR Action hanno censito 255 eletti musulmani in 26 Stati.
Di questi, 98 siedono in consigli locali e 63 negli organismi dell’istruzione.
Le donne sono 110. È una fotografia significativa.
La rappresentanza non nasce improvvisamente a Washington, ma si costruisce nelle amministrazioni cittadine, nei consigli scolastici, nei distretti locali e nelle campagne per incarichi territoriali.
È in questi spazi che si formano reti di consenso, si sperimentano messaggi politici e si stabiliscono rapporti con sindacati, associazioni progressiste e gruppi della sinistra radicale.
Il passaggio al Congresso è quindi il risultato finale di un processo più lungo.
Quando arriva una candidatura nazionale, esiste già un’infrastruttura in grado di raccogliere fondi, diffondere messaggi, mobilitare volontari e orientare il voto.
## Hamawy e il fronte pro-palestinese
La vittoria di Adam Hamawy nel dodicesimo distretto del New Jersey rappresenta un esempio concreto del rapporto tra mobilitazione associativa e candidatura nazionale.
Chirurgo ed ex medico militare, Hamawy ha partecipato nel 2024 a una missione umanitaria a Gaza
. Nel suo programma figurano la sanità universale e la fine degli aiuti militari americani a Israele. Il candidato democratico ha battuto il repubblicano Gregg Mele, entrando alla Camera con una piattaforma che unisce temi tradizionali della sinistra americana e una posizione particolarmente netta sul conflitto mediorientale.
Il suo nome compare nella lista ufficiale dei candidati sostenuti da CAIR Action New Jersey. La stessa organizzazione, durante la campagna, ha espresso opposizioni esplicite nei confronti di altri candidati, valutandone le posizioni sulla politica interna e sul Medio Oriente.
Questo passaggio è politicamente rilevante.
Il CAIR non si limita a difendere i musulmani contro discriminazioni o attacchi. Attraverso CAIR Action interviene nelle competizioni elettorali, indica candidati, promuove campagne e costruisce una rete di pressione.
È un’attività legittima in una democrazia, ma deve essere osservata con gli stessi criteri applicati a qualsiasi altro gruppo di interesse: trasparenza dei finanziamenti, natura delle alleanze, contenuto delle richieste e rapporti con gli eletti.
Il caso Hamawy mostra inoltre come la questione palestinese sia diventata uno dei principali strumenti di mobilitazione politica.
Il sostegno a Gaza e l’opposizione agli aiuti militari a Israele consentono di aggregare una coalizione ampia, che comprende elettori musulmani, attivisti dei Democratic Socialists of America, organizzazioni sindacali e settori della sinistra progressista.
Non si tratta più soltanto di una politica identitaria.
La causa palestinese è diventata una piattaforma capace di collegare comunità religiose, organizzazioni anticapitaliste, movimenti universitari e partiti democratici locali.
In questo spazio, le organizzazioni musulmane più strutturate possono svolgere un ruolo di primo piano.
## Dalla East Coast alla California Il raggio d’azione della rete non si limita al New Jersey.
A Los Angeles, CAIR Action California ha sostenuto Nithya Raman nella sfida per il municipio.
L’appoggio è riportato sul sito della candidata insieme a quello dei Democratic Socialists of America e di numerose organizzazioni sindacali e progressiste.
Il dato più interessante è la convergenza tra soggetti diversi. Da una parte vi sono organizzazioni che parlano a una comunità religiosa e difendono una specifica agenda sui diritti civili e sul Medio Oriente. Dall’altra vi sono gruppi della sinistra radicale, sindacati e associazioni impegnate su casa, lavoro, immigrazione e servizi pubblici.
Queste realtà non sono identiche e non condividono necessariamente ogni obiettivo.
Ma possono allearsi in una campagna elettorale sulla base di priorità comuni: opposizione a Israele, critica alla politica estera americana, espansione del welfare e contrasto alle forze conservatrici.
Il collegamento tra le due coste passa quindi da una struttura associativa che interviene in competizioni differenti e costruisce alleanze intorno a programmi e obiettivi condivisi.
È questo il vero salto di qualità: non la semplice presenza di candidati musulmani, ma l’esistenza di una macchina politica in grado di operare su più territori e a diversi livelli istituzionali.
## El-Sayed e il nodo dei finanziamenti
Il Michigan aggiunge al quadro un elemento ancora più controverso. Abdul El-Sayed ha sconfitto Mike Rogers dopo una campagna segnata da uno scontro particolarmente duro sui suoi sostenitori e sui presunti rapporti con la Fratellanza musulmana. El-Sayed ha negato l’affiliazione, e le accuse pubbliche non hanno dimostrato un suo rapporto formale con la Fratellanza.
È importante dirlo con chiarezza: l’esistenza di legami ideologici o di contatti tra organizzazioni non equivale automaticamente all’appartenenza personale di un candidato a una struttura internazionale.
Sul piano economico, tuttavia, Fox News ha individuato oltre 115 mila dollari versati alla campagna di El-Sayed da almeno 41 donatori con incarichi presenti o passati nel CAIR.
Il dato non prova che il CAIR abbia finanziato direttamente il candidato attraverso un’operazione centralizzata.
Dimostra però l’esistenza di una rete di persone vicine all’organizzazione o che vi hanno ricoperto incarichi e che hanno scelto di sostenere la stessa candidatura.
A queste donazioni si aggiunge l’attività dei comitati esterni. Secondo la ricostruzione dei rendiconti pubblicata da The Dispute Index, CAIR Action ha versato 75 mila dollari a Unity & Justice Fund il 5 marzo e altri 100 mila il 20 luglio.
Il 21 luglio, Fighting for Michigan, comitato impegnato a sostenere El-Sayed, ha registrato un contributo di 175 mila dollari da Unity & Justice Fund.
La sequenza è politicamente significativa.
