
Pechino è diventata di fatto il principale fornitore della base industriale militare russa a seguito dell’invasione dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 e che, a causa delle sanzioni imposte dall’Occidente, ha determinato il ritiro delle catene di fornitura europee e statunitensi dal Paese eurasiatico.
Da allora, il commercio tra la Russia e la Cina ha scalato vette importanti, arrivando a toccare i 240 miliardi di dollari nel 2023.
Gli scambi vanno però ben oltre il dato strettamente militare, e approfondiscono quella che da molti è già stato definita come una condizione di vassallaggio della Russia verso la Cina.
Detto in altri termini: un sistema sinocentrico nel quale i russi sono soci di minoranza e dipendono dalla produzione dell’industria sinica per gran parte dei loro bisogni, soprattutto quelli che riguardano beni ad alto valore tecnologico, difficilmente reperibili aggirando le sanzioni.

Ad esempio, il 75% dei telefoni cellulari venduti in Russia nel 2022 erano cinesi, rispetto al 50% del 2021.
Anche il 70% delle attrezzature per l’edilizia e il 40% dei computer portatili venduti in Russia sono arrivati nel 2022 dalla Cina.
Tutti numeri che sono andati aumentando negli ultimi due anni.
Stesso discorso per le automobili.
Le case automobilistiche cinesi hanno letteralmente invaso il mercato russo riempiendo il vuoto lasciato dai grandi marchi mondiali.

Quella tra Mosca e Pechino è un’interdipendenza
Questi dati, che testimoniano come la Russia abbia trovato in Pechino un salvagente fondamentale a seguito della sua estromissione dalla globalizzazione occidentale, non si traducono però in un vassallaggio politico.
Innanzitutto perché i possibili tentativi della Cina di subordinare Mosca alle sue prerogative sarebbero rischiosi.
Conoscendo i sacrifici che i russi sono disposti a fare per conservare intatta la loro sovranità, la leadership moscovita preferirebbe privarsi dei beni cinesi piuttosto che sottomettersi.
In secondo luogo perché la Russia possiede ancora una forte leva negoziale nei confronti della Cina. Si tratta del know-how su come sopravvivere a un regime sanzionatorio senza eguali nella storia recente.
La stretta collaborazione con il Cremlino consente infatti a Pechino di capire come le sanzioni colpiscono l’economia e il sistema finanziario, quali metodi di elusione esistono e quali misure protettive sono efficaci e quali no.
Fondamentale anche l’esperienza che l’esercito russo sta attualmente maturando in Ucraina contro un esercito, quello di Kiev, armato e attrezzato per intero dalla Nato.
Per giunta, dato che una parte dei sistemi d’arma utilizzati dai russi provengono dalla Cina, è normale che Pechino abbia interesse a testare la durabilità di queste armi su vasta scala e in condizioni di guerra reali.
Insomma, tutte informazioni chiave per una Cina che sembra considerare ormai inevitabile uno scontro con l’Occidente nel futuro prossimo.
Infine, anche dal lato energetico Pechino dipende in una certa misura dall’export russo
. L’esportazione di gas e petrolio dalla Russia verso la Cina ha subito un’impennata negli ultimi due anni.
Nel 2023 Gazprom ha fornito 22,7 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas alla Cina contro i 15,5 Bcm del 2022 attraverso i 3mila chilometri del gasdotto Power of Siberia, che dovrebbe essere raddoppiato per aggiungere altri 50 Bcm di gas.

Anche dal lato del petrolio Mosca è diventata il primo fornitore per Pechino, con 107,02 milioni di tonnellate di greggio esportate nel 2023.
Un +24% rispetto all’anno precedente.
Anche se, con una crescente quota di mercato orientata allo sviluppo e alla costruzione di centrali nucleari, la Cina lavora per indebolire nel lungo termine la rendita energetica russa.
Dunque, anche se a primo acchito il rapporto tra questi due grandi imperi può sembrare squilibrato, e lo è, non lo è nella misura di un vassallaggio dell’uno nei confronti dell’altro.
Come la Russia, altri Paesi più piccoli hanno Pechino come primo partner commerciale in settori rilevanti, eppure non sono per forza inquadrati come vassalli del sistema sinico, figurarsi l’orgogliosa Federazione russa.
La storia offre poi finalmente chiarezza quando si scopre che anche la Repubblica Popolare cinese, almeno nei suoi primi anni di vita post-49, dipendeva fortemente dagli aiuti sovietici.
Eppure ciò non impedì al carismatico Mao Zedong di affrontare ideologicamente l’Unione sovietica, e di rompere del tutto i legami con Mosca quando riteneva che i suoi interessi fossero minacciati e l’America di Richard Nixon offriva una sponda.
Il nemico del mio nemico è mio amico
Tra luci e ombre, la cooperazione tra i due giganti revisionisti sembra quindi costruirsi su un rapporto win-win di rispetto e parità, ovviamente sempre in ragione di un utile alquanto manifesto: l’avversità all’ordine mondiale americanocentrico.
“L’amicizia senza limiti” è dunque estremamente congiunturale, come lo era la cooperazione tra Cina e Stati Uniti in funzione antisovietica durante la Guerra Fredda.
Individuare le priorità per costruire la strategia è tutto: oggi russi e cinesi hanno meno timore di restare invischiati nel medio periodo in un legame iniquo, piuttosto che perdere la competizione verso la transizione multipolare contro il nemico occidentale.
Di gran lunga una sfida nella quale, a intensità diverse, entrambe le potenze sono già coinvolte.
In questo senso, la figura di Alexander Nevsky è diventata nella Russia odierna un po’ il simbolo di questa logica strategica, per cui Mosca preferisce concedere alla Cina piuttosto che patteggiare con Washington.

Nevsky regnava nel 13° secolo come principe di Novgorod, e a un certo punto si trovò a combattere su due fronti, est e ovest.
Scelse di contrastare il nemico occidentale, cioè gli svedesi e i tedeschi del baltico.
Per sconfiggerli fece atto di sottomissione verso il nemico orientale: Nevsky attraversò l’Asia centrale per recarsi a Saraj Batu, la capitale dell’Orda d’Oro mongola.
Nella revisione putiniana della storia, i crociati dell’Occidente cristiano volevano distruggere l’identità della Russia ortodossa, mentre i mongoli si accontentavano che Nevsky pagasse un tributo come vassallo.
