De Ficchy Giovanni

Mentre in Ucraina la guerra è nel pieno del suo svolgimento bisogna accettare l’idea che le possibilità di soluzione del conflitto siano ancora molte.
Quali sono i motivi politici e strategici che hanno indotto la suprema dirigenza russa a una operazione così rischiosa?
La guerra preventiva è la modalità tipica con cui una Potenza Dominante fa i conti con una Potenza Emergente nella fase in cui la dominante detiene ancora la superiorità di tutti i mezzi economici, geostrategici, tecnologici e militari e può quindi nutrire la ragionevole certezza di prevalere in un conflitto.
Bisogna scrutare con l’aiuto dell’immaginazione e di buone letture nelle dinamiche di potenza e di relazioni politiche tipiche di un Impero.
L’obiettivo che cerca di raggiungere a mio avviso Putin, è la disgregazione dell’embrione di unità politica europea che si è andato faticosamente formando in questi ultimi anni, dopo la caduta del muro di Berlino.
La Russia si rende conto che ha di fronte una grande galassia economica, istituzionale e scientifica che prima o poi tenderà a coagularsi anche come entità politico – strategica.
Come si può valutare tutto questo ?
La via politica delle relazioni internazionali
E’una soluzione non banale anzi serissima, è quella più propriamente politica, prediletta da molti specialisti di teoria delle relazioni internazionali e da politici di peso, generalmente di area progressista e riformista.
Si tratta di una tesi molto apprezzata dalle grandi reti televisive internazionali, e da grandi opinionisti di livello internazionale.
Secondo questa linea di pensiero, il despota russo starebbe riportando all’indietro le lancette dell’orologio del mondo moderno e cercherebbe di imporre criteri e comportamenti novecenteschi a un mondo civilizzato che si è ormai emancipato dai vecchi schemi.
Un campione di questi opinion makers è sicuramente il professor Romano Prodi che, appena iniziate le ostilità, ha accusato Putin di essere un dinosauro delle relazioni internazionali, uno che nella sua azione politica “usa addirittura la guerra, come si faceva nel novecento”.

l prof. Parsi, nell’introduzione del suo Il posto della guerra e il costo della libertà[così scrive:” la questione fondamentale sollevata dall’aggressione russa all’Ucraina – che è pure un’esplicita aggressione all’Occidente democratico e alla sua leadership – è che l’allargamento della pratica del multilateralismo, che è stata possibile solo nel quadro dell’egemonia dell’Occidente democratico, non può avvenire a scapito della democrazia e della sua tutela.
Se la centralità dell’Occidente democratico venisse meno, il futuro del multilateralismo – del metodo e delle istituzioni multilaterali – sarebbe compromesso”.
Come è potuto accadere uno scempio simile proprio nella ‘civile Europa’?
La risposta a questa domanda passa per la consapevolezza che la possibilità di escludere la guerra come prospettiva deriva proprio dalla credibilità e dalla sopravvivenza di quell’ordine liberale che la guerra di Putin ha messo sotto attacco: l’invasione russa dell’Ucraina non è infatti solo una dichiarazione di ostilità mortale nei confronti di quel paese, ma è anche un’esplicita aggressione all’Occidente democratico e ai principi e alle regole su cui si fonda.
Con spirito lungimirante e lucido il professor Parsi, non a caso ufficiale della riserva della Marina Militare, invita l’opinione pubblica occidentale a essere pronta a battersi, dopo aver indicato – e siamo davvero al punto cruciale dell’intera questione – le ragioni etiche e politiche per le quali è indispensabile farlo.
Dice Parsi: “E’ di fronte a tutto questo che ripensare la guerra diventa un esercizio etico ancor prima che politico. Tutti auspichiamo che l’orrore della guerra venga risparmiato a noi e alle future generazioni, ma c’è una domanda tanto spaventosa quanto ineludibile che dobbiamo porci: per che cosa siamo disposti a combattere, a morire, a uccidere?”
Altra via; la ultra – razionale della Game theory.
I sacerdoti della teoria dei giochi devoti della strategy as bargaining, della strategia vista come un gigantesco e complicatissimo processo negoziale, hanno cercato fino all’ultimo istante una interpretazione razionale alle mosse del despota russo.
E’ chiaro che la teoria dei giochi è uno strumento intellettuale e concettuale di indiscutibile valore interpretativo e strategico; costituisce un vero e proprio linguaggio specialistico tramite il quale analisti, militari, economisti e politici comunicano, si intendono e decidono.
Questa teoria ,ha dimostrato più volte la sua efficacia ,e in molti dei casi in cui le situazioni erano complesse, il tempo per decidere scarso e i tavoli affollati di portatori di interessi e di informazioni.
Si è subito pensato alla strategia della coercizione: un crescendo di minacce, di atti dimostrativi, di provocazioni e di aggressioni limitate, associato a massicce dosi di disinformazione e propaganda avrebbe persuaso il governo ucraino e gli alleati occidentali a fare sostanziali concessioni.
Infine la più facile delle interpretazioni, prontamente adottata dai simpatizzanti nostrani di Putin: la Nato era sul punto di assorbire l’Ucraina e Putin ha dovuto di necessità precederla.
In generale, sostengono i Putiniani, la dirigenza russa ha dovuto e voluto dare uno stop vigoroso all’azione espansiva dell’Alleanza atlantica.
Si tratta di un argomento assai utilizzato dai portavoce di Putin e che trova vasta eco anche nel dibattito in Occidente, quello della minaccia che la Nato porterebbe alla sicurezza russa con l’ingresso dell’Ucraina, è facile dimostrare che semmai è vero l’esatto contrario.
Dal momento che l’Europa ha la forma di un imbuto che si allarga progressivamente muovendosi da Ovest a Est, ora la Nato si trova a dover presidiare un territorio troppo vasto, con una linea di contatto quattro volte più lunga rispetto agli anni precedenti l’unificazione tedesca e avendo incorporato alleati non sempre pienamente convinti della nuova situazione strategica (Ungheria) oppure deboli sul piano industriale e militare talché l’impegno politico a difenderli costerebbe troppo sul piano militare.
Il tutto con buona pace di coloro che, mal consigliati mentre sono seduti su altissime cattedre, parlano di Nato che “abbaia ai confini” della Federazione Russa.
Anche la recente adesione di Svezia e Finlandia all’Alleanza rappresenta un aggravio logistico e organizzativo non indifferente per le strutture della Nato senza offrire in cambio alcun vero vantaggio militare, anzi offrendo alla Federazione Russa due nuovi comodi obiettivi politici e militari.
Pochi si rendono conto che tutti i paesi Nato di recente ingresso si aspettano di essere difesi davvero, non utilizzati come aree in cui i fanti russi si riforniscano a spese delle locali popolazioni o in cui far correre i carri russi perché si “sfiniscano”.
Le distruzioni che sta subendo l’Ucraina non sarebbero accettabili dalle opinioni pubbliche dei paesi Nato, specialmente quelli più a Est, nove per la precisione, che non a caso hanno costituito il Gruppo di Bucarest per farsi meglio sentire in USA, UK, Francia e Germania.
Per la Russia non ricondurre l’intera Ucraina nell’orbita russa significa sconfitta, per l’Ucraina conservare dopo aspra lotta una importante porzione di territorio significa vittoria.
Quindi in questo conflitto le condizioni per parlare di vittoria o sconfitta della Federazione Russa e della Repubblica ucraina sono fortemente asimmetriche.
La società americana ha pagato cara la sconfitta in Vietnam e così è accaduto per la società sovietica dopo l’Afghanistan.
Per la Russia di Putin sarebbe ancora peggio, in termini di conseguenze.
Il lancio di un paio di testate nucleari tattiche sull’Ucraina, paese non automaticamente protetto dall’articolo 5 del Trattato di alleanza, raggiungerebbe parecchi obiettivi politici e militari.
Spaccherebbe la Nato tra paesi interventisti e fautori dell’appeasement e lo stesso accadrebbe all’Unione europea.
Metterebbe l’opinione pubblica americana davanti al dilemma lacerante interventismo / neutralismo che si è sempre posto prima di ogni grande evento bellico.
Renderebbe ogni governo occidentale esitante di fronte alla prospettiva di continuare nella politica di sostegno militare all’Ucraina e offrirebbe contemporaneamente all’astuto ed espertissimo ministro Lavrov la possibilità di aprire molti tavoli negoziali distinti e riservati con i diversi paesi europei.
Paura e materie prime energetiche a condizioni eccezionalmente favorevoli servite contemporaneamente come pietanze dello stesso menù.
