
Tre mesi fa, in audizione al Parlamento, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha fatto il punto sul bilancio del 2024 in termini di missioni italiane all’estero: 36 in tutto, con una spesa di 1,4 miliardi di euro per un previsto impiego di circa 7.500 militari e un contingente massimo autorizzato di 12mila unità.
Queste rappresentano «uno sforzo significativo, maturo ed equilibrato che pone l’Italia tra i maggiori contributori della pace a livello internazionale», ha detto il ministro della Difesa.
Le ultime missioni militari attivate sono state l’operazione Levante, che prevede l’impiego di un dispositivo militare per interventi umanitari a favore della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza (192 unità massime) e l’operazione dell’Unione europea Aspides, che mira a proteggere la navigazione nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi, e di cui l’Italia vanta il comando tattico. In tutto, le nuove missioni militari per il 2024 avranno un impatto economico di 45,9 milioni di euro.
Lo stato delle missioni militari italiane all’estero
Analizzando la distribuzione geografica delle attuali missioni italiane all’estero, si evidenzia la crescente attenzione della Penisola verso il decisivo continente africano.
Roma è impegnata in Africa attraverso numerose missioni bilaterali in quadranti strategici come il Sahel, il corno d’Africa e il golfo di Guinea – qui in funzione di contrasto alla pirateria e protezione dei siti estrattivi di Eni.
In Niger (500 unità), l’Italia addestra le forze armate di Niamey e mantiene un canale di comunicazione privilegiato, praticamente l’unico in Occidente, con un importante Stato africano, al centro delle rotte migratorie che interessano la Penisola.
In Libia, Roma supporta e assiste il governo di Tripoli con 200 unita.
La missione bilaterale di assistenza e supporto nell’ex quarta sponda (Miasit) punta in particolar modo a potenziare le capacità delle istituzioni locali e ad addestrare le forze di sicurezza libiche al fine di incrementarne le capacità complessive.
I militari italiani, all’interno delle missioni europee Eutm Somalia (171 unità) ed Eutm Mozambico (15 unità), addestrano anche le forze di Mogadiscio e Maputo.
Infine, la Penisola porta avanti i suoi interessi anche a Gibuti, dove possiede la base operativa interforze “Amedeo Guillet”, che ospita mediamente un centinaio di militari.
L’Europa resta però il quadrante fondamentale, che assorbe più del 55% delle unità italiane impegnate in incarichi all’estero.
Alle missioni Air Policing e Air Shielding della Nato – impegni volti a sorvegliare lo spazio aereo europeo dell’Alleanza Atlantica – Roma partecipa con 300 unità.
Mentre alla Nato Joint Enterprise nei Balcani occidentali, di cui fa parte la Kosovo Force, con un massimo di 1550 uomini.
Quest’ultima, iniziata negli anni ’90, rappresenta uno degli impegni più duraturi per l’Italia.
Roma partecipa inoltre a varie missioni dell’Unione Europea dispiegate nel continente e nel Mar Mediterraneo, come Eufor Althea (247 unità) per addestrare le forze armate bosniache, ed Eumam Ucraina (80 unità), per formare le forze armate di Kiev.
Nel Mare Nostrum, l’obiettivo italiano ed europeo è quello di ampliare la cooperazione con gli Stati del Maghreb, anche per mitigare il fenomeno migratorio.
Tra le missioni principali vi sono Mediterraneo Sicuro (822 unità), Eunavfor Med Irini (459 unità) e Nato Sea Guardian (268 unità).

Infine ci sono le missioni militari in Medio Oriente, le cui priorità includono la stabilità della regione al fine di non mettere a rischio l’approvvigionamento energetico della Penisola, che importa quasi il 50% del greggio dalla regione.
Con 105 unità massime dispiegate, la missione di addestramento delle forze armate libanesi (Mibil) iniziata nel 2015 è una delle più importanti sul piano bilaterale.
Tuttavia, le missioni di maggiore portata per Roma nella regione sono la United Nations Interim Force in Lebanon (Unifil) – attiva dal 1979 – che vede autorizzate ben 1292 unità, e la coalizione internazionale di contrasto a Daesh (Operazione Prima Parthica, con 1055 unità).
A queste si aggiunge la Nato Mission in Iraq, con una consistenza massima di 75 militari.
L’ impegno militare italiano è sostenibile nel tempo?
Le missioni italiane coprono aree strategiche che spaziano dal Mediterraneo allargato al fianco orientale della Nato, fino all’Africa e al Medio Oriente.
Negli ultimi decenni il numero delle missioni italiane è cresciuto significativamente, senza però un corrispondente aumento del bilancio.
Secondo il documento programmatico pluriennale (Dpp) della difesa per il 2023-2025, i fondi destinati a questa voce di spesa per il 2023 ammontano a circa 27,75 miliardi di euro, pari all’1,38% del Pil nazionale. Un dato ben lontano dalla soglia del 2% del Pil concordata con la Nato nel 2014, prevista inizialmente per il 2024 e poi rinviata al 2028 dal parlamento, con una mozione approvata quasi all’unanimità nel 2022.
La questione che sorge spontanea è come l’Italia possa mantenere una presenza crescente nelle operazioni in terra straniera senza un adeguato aumento del budget per il settore della difesa.
Se Roma intende mostrarsi come un partner affidabile e coerente con le proprie ambizioni di tutela degli interessi nazionali, sarà necessario garantire la sostenibilità dello strumento militare.

Tuttavia, la Penisola deve affrontare anche gli umori dei suoi cittadini, inclini ad adottare posizioni pacifiste, contrarie a gravose missioni all’estero e ad aumenti della spesa militare.
Secondo una ricerca di Swg, l’87% degli italiani è contro politiche militariste.
Un dato in crescita da 15 anni, ma che ha subito un’accelerazione dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Anche per questo motivo la prospettiva di nuovi impegni militari a livello di risorse e di uomini appare irrealistica, almeno non prima di aver condotto un’adeguata armonizzazione di quelli già in corso. La logica a-strategica di molte delle missioni italiane all’estero, spesso pegni da pagare ai vincoli esterni piuttosto che veicoli dell’interesse nazionale, pesa molto in questo senso.
Il quadro complessivo precisa che sono nove le missioni svolte in ambito Nato, nove quelle in ambito Ue e cinque in quello Onu.
A queste se ne aggiungono altre tre che si svolgono in un contesto di “coalizione”, mentre delle rimanenti 10 esclusivamente nazionali, diverse sono più che altro basi/impegni in prevalenza logistici, con poco personale.
Date le risorse scarse, e il presentimento che in futuro l’impegno militare richiesto dall’Italia nel mondo aumenterà notevolmente, sarebbe forse meglio distinguere le missioni necessarie per la salvaguardia dell’interesse nazionale da quelle portate avanti principalmente per scopi diplomatici.
Dunque, realizzare dei tagli dove serve, in modo da aumentare le risorse per le missioni che contano, senza dover giustificare aumenti di budget per il delicato settore della Difesa.
L’Africa, il continente di gran lunga più importante per il futuro del Bel Paese, dovrebbe rientrare all’interno di questi calcoli, a scapito di teatri secondari (come il Medio Oriente, o la stessa Europa).
Con l’annuncio del Piano Mattei e l’attivismo dimostrato nel caso della situazione nigerina, la Penisola sembra aver quantomeno inquadrato la direttrice strategica da perseguire.
I passi da muovere, tuttavia, sono molti e complicati. Tanto da rendere impossibile, per il momento, un giudizio definitivo.
