De Ficchy Giovanni

La figura al centro di questa storia è il figlio di Joe Biden, Hunter: il fratello di Naomi, morta in un incidente stradale insieme alla moglie di Biden, e di Beau, il promettente politico morto di tumore al cervello nel 2015.
Hunter è un po’ la “pecora nera”, nella famiglia Biden: di lui si è sempre detto che non era all’altezza del padre e del fratello, rispetto ai quali ebbe una ben più modesta carriera da consulente legale, lobbista e manager aziendale.
Nel 2014, fu congedato dai riservisti della Marina perché trovato positivo al test della cocaina, ed era già stato coinvolto in un piccolo scandalo per via dell’acquisizione – poi fallita – di un fondo investimenti che si era conclusa con una causa legale.
Nell’aprile del 2014, Hunter Biden accettò l’incarico di membro del consiglio di amministrazione di Burisma Holdings, la più grande compagnia ucraina di gas naturale.
Quella di assumere familiari di influenti politici americani non è una pratica inedita per grandi aziende statunitensi o straniere, né è la prima volta che queste operazioni diventano dei piccoli scandali: successe per esempio con il fratello di Jimmy Carter, con Neil Bush, fratello di George W., e con Tony e Hugh Rodham, fratelli di Hillary Clinton.
L’informazione, rivelata dal ‘New York Times’, viene alla luce dopo che Biden si è dimesso dalla rielezione
Joe Biden avrebbe incontrato i soci d’affari ucraini, russi e kazaki di suo figlio a una cena a Washington Dc, mentre era vicepresidente.
«Hunter Biden chiese aiuto al padre anche per un progetto in Italia».
È questa la notizia che è stata ripresa da tutti i media online italiani.
Il New York Times, entrato finalmente in possesso di «documenti che l’amministrazione Biden «per anni aveva evitato di rendere pubblici».
In precedenza parlare di Hunter Biden significava essere un “teorico della cospirazione.”
Nel 2016, il figlio di Joe Biden chiese aiuto al dipartimento di Stato americano e all’ambasciatore USA a Roma per favorire un affare che coinvolgeva la società ucraina del gas Burisma.
I documenti mostrano che il figlio di Biden scrisse almeno una lettera all’ambasciatore americano in Italia, John R. Phillips, chiedendogli assistenza a nome della compagnia ucraina di cui sedeva nel consiglio di amministrazione.
Stando a quanto riferisce il New York Times, i funzionari dell’ambasciata avrebbero reagito con disagio alla richiesta del figlio del vicepresidente in carica, a nome di un’azienda straniera.
«Voglio stare attento a non promettere troppo», avrebbe scritto in risposta un funzionario del Dipartimento del Commercio della sede diplomatica, a cui fu dato il compito di rispondere a Hunter Biden.
«Questa è una azienda ucraina e, per tutelarci, il governo degli Stati Uniti non dovrebbe attivamente promuoverla presso il governo italiano senza che l’azienda passi prima attraverso il D.O.C. Advocacy Center» (programma del dipartimento del Commercio USA che promuove le aziende statunitensi che
che cercano di fare business con governi stranieri,) .
Nel computer del figlio di Biden ci sarebbero e-mail inviate da uno dei suoi soci a un imprenditore italiano che affermava di avere contatti con l’allora presidente della regione Toscana, Enrico Rossi.
Al New York Times, Rossi ha detto di non aver mai incontrato Hunter Biden, né di essere stato contattato dall’ambasciata a proposito del progetto.
«Non si è verificato alcun incontro, nessun progetto si è materializzato e non c’è stata alcuna domanda negli Stati Uniti, ma solo una richiesta per stabilire un contatto in Italia, richiesta totalmente appropriata», ha precisato il legale del figlio del presidente USA.
