LE TRUPPE IN UCRAINA E LA FRETTA DI PUTIN

Secondo alcune fonti tra loro concordanti da cui attinge il noto quotidiano francese Le Monde la Francia e il Regno Unito non escludono l’invio di militari in Ucraina.

Macron ha da tempo prospettato questa possibilità.

Mentre molti valutavano che il Presidente francese fosse un irresponsabile, io mi permettevo invece di scrivere che la soluzione fosse quasi ovvia in caso di avvicinamento della Russia all’UE orientale, condizione implicata da un’eventuale grave perdita irreversibile di regioni ucraine ad opera degli invasori di Mosca.

Oggi la notizia riguarda la Francia e Regno Unito, ma ricordiamo che anche la potente Polonia ha più volte ventilato la possibilità concreta di un invio di truppe in aiuto a Kiev.

E poi ci sono i Paesi baltici che già questa primavera erano pronti a inviare truppe in Ucraina, persino senza il consenso della NATO.

La decisione in oggetto, vista oggi, sarebbe almeno tatticamente del tutto coerente dopo il ricorso di Mosca ai soldati nordcoreani e yemeniti. T

ra questi ultimi si annoverano in particolare i terroristi sciiti Houthi, già impegnati contro Israele e contro le navi occidentali che passano nello stretto di Bab al-Manda. Putin si diverte a giocare con la contrapposizione dei blocchi, infervorato dal suo odio contro noi occidentali.

Tutto questo afflusso esterno a comporre truppe eterogenee fa pensare che Putin abbia serie difficoltà di reclutamento.

Del resto i russi cadono al fronte come birilli e questo non è un mistero in Russia, soprattutto tra indigenti di regioni siberiane o comunque fuori dall’orbita delle classi borghesi e delle città. Sono infatti questi soggetti periferici a essere prevalentemente mandati in guerra (come raccontavo in un vecchio post).

Tuttavia, benché depauperato di diversi generali e ulteriormente peggiorato sul piano qualitativo, l’effettivo dell’esercito russo è aumentato.

Si parla di circa 600.000 uomini.

Gli ucraini sono combattenti abili ed eroici, ma faticano a tenere testa alla spinta massiva e ora incrementata dell’organico russo sul terreno.

La Russia ha sempre puntato sulla forza d’urto a terra nelle sue guerre.

Muoiono molti più soldati di Mosca che di Kiev, ma ciò non toglie che nelle ultime due o tre settimane l’arretramento ucraino si sia accentuato dopo un anno di sostanziale stallo. Anche l’Institute for the Study of War rimarca che la condizione è diventata più fluida sul terreno.

Insomma qualcosa sta scambiando vicino alle aree occupate e nelle ultime fasi si direbbe a favore di Putin. Vedremo poi, ma intanto, vista la situazione, l’Occidente sta con le antenne ancor più tese di prima. Dopo oltre mille giorni di combattimento il confronto è così giunto in una fase critica in relazione al gioco delle alleanze e dell’assistenza a Kiev. E qui gioca appunto un ruolo l’invio di truppe.

Sappiamo tutti ormai che Putin lotta contro il tempo scandito da un’economia che è in avvitamento prossimo venturo e che tenta di arrivare a eventuali tavoli negoziali in posizione rafforzata, auspicando una minore inimicizia dopo il 20 gennaio da parte di un Trump appena insediato (che per il momento tace e sembra consultarsi con Biden). Del resto, lo stesso Zelensky parla di una pace nel 2025 e per il momento, almeno a parole, rinuncia alla riconquista militare della Crimea.

Davanti a Putin si profila dunque un vantaggio negoziale non da poco, apparentemente nemmeno lontano. Si può intuire che in questo contesto diventa per lui importante la quantità di territorio che può arraffare al fronte nel Donbas che poi è la regione che, dopo il fallimento degli “uomini verdi”, ha scatenato la guerra d’invasione. Putin vede insomma uno spiraglio e ci si butta a pesce. Che perda decine di migliaia di soldati diventa secondario se riesce a cessare le ostilità in vantaggio.

Possiamo ben dire che il dittatore del Cremlino, dopo che anche la sua “manovra militare speciale” è andata pessimamente, sia ora pressato dagli eventi e abbia voluto “mettere il turbo”. Oltre all’invio al fronte di truppe internazionali e di semi-analfabeti di regioni russe remote, Putin fa leva anche su presunti muscoli tecnologici. Il recente lancio di un missile ipersonico a medio raggio che ha colpito Dnipro fa parte di questa sua pulsione affrettata.

Quel lancio di cui molti media parlano non è stato una reale azione offensiva, ma solo un’ennesima minaccia che si aggiunge a quelle verbali. Bisogna infatti osservare che Putin si è guardato bene dal passare per davvero alle vie di fatto. La testata multipla del prototipo ha fatto un bello show pirotecnico, ma ha arrecato ben pochi danni. Senza contare che Mosca ha avvertito Washington mezz’ora prima.

È evidente che in questo momento Putin, ben consapevole del potenziale distruttivo degli alleati, non osi tirare troppo la corda. Da un lato egli vede un’opportunità sul terreno, dall’altro sa ch’essa non è ancora a portata di mano e, allo stesso tempo, che l’economia non gli permetterà di aspettare mesi.

La sua reazione del momento è forse l’unica possibile: creare uno scudo di intimidazioni verbali e dimostrative a protezione dell’accelerazione delle operazioni di terra con nordcoreani, yemeniti e tutto quello che può arraffare con amici di merende o stati canaglia.

Rozza forza d’urto, come si diceva. Per Mosca ha sempre contato. Ma non è certo tutto per vincere in Ucraina. Infatti, dall’altra parte c’è decisamente molta più potenziale tecnologia a disposizione, sia con riferimento alle armi già fornite a Kiev, sia considerando quelle che ancora potrebbero essere inviate.

Lo scudo intimidatorio è in particolare rivolto proprio contro l’uso ucraino di armi occidentali contro il territorio russo. Infatti, sebbene Mosca abbia ritirato arsenali e basi dietro la linea raggiungibile dai missili concessi dall’Occidente a Kiev (circa 300 km), diversi obiettivi sensibili (circa 250 se ben ricordo) restano ancora in quella fascia territoriale. Le azioni missilistiche ucraine contro il territorio russo non sono un ‘game changer’, come scrivevo in un post, ma potrebbero creare un notevole diversivo e indebolire Mosca in un momento in cui le sue truppe, per quanto scomposte, avanzano un poco più spedite verso il Donetsk e provano a liberare il Kursk.

Contrastare Mosca direttamente sul piano dei missili ipersonici non sembra saggio, per quanto Putin bluffi nove volte su dieci. Ma è certo che in Occidente si sia compresa la sua fretta e il suo tentativo di spingere il più possibile nei territori ucraini (con cani e porci, verrebbe da dire). Così qualcuno ha pensato di mettergli i bastoni tra le ruote.

Gli ucraini stanno lavorando alla produzione di nuovi droni killer, ma che saranno disponibili solo con l’anno nuovo. Biden opta da parte sua per una fornitura immediata e consistente di efficaci mine multiple antiuomo (del tipo “non persistente”) per frenare l’avanzata nel Donbas. In effetti sono proprio i soldati ad avanzare (incursori e seguito), mentre l’artiglieria mobile russa resta più indietro, per ora frenata dalle mine anticarro.

Sempre allo scopo di osteggiare o eliminare la spinta delle numerose truppe russe che ora premono nel Donbas, torna in auge il fattore di cui si discuteva all’inizio, certamente il più potente: l’invio di truppe occidentali in Ucraina. E qui, per una volta, sono gli europei a parlare. Si tratta di un fattore potente, perché mai l’Europa potrebbe tollerare che molti soldati perissero e che la missione di terra fallisse. Nel caso le truppe europee sarebbero dunque organizzate per arginare senza troppi problemi i russi, se non proprio per ricacciarli indietro.

È comunque un po’ strano che singole nazioni parlino di invii di truppe per conto proprio. Nulla sappiamo su un’eventuale mobilitazione generale NATO, opzione che parrebbe più consona per non disperdere le energie. Probabilmente in questo scenario il rapporto tra i singoli alleati e la NATO si pone in modo politicamente più complicato. Sappiamo ad esempio che alcune nazioni, tra cui l’Italia, si sottrarrebbero a questo coinvolgimento o, almeno, così hanno anticipato.

Probabilmente l’elemento più importante è però il rispetto della strategia attuata fin dall’inizio dall’Occidente: la strategia della “Risposta flessibile”, tesa a evitare squilibri improvvisi ed escalation incontrollate. Se difatti la NATO intervenisse in blocco la reazione di Mosca potrebbe essere scomposta e pericolosa per tutti. È però chiaro che se i paesi che inviano truppe venissero attaccati in casa da Putin sarebbe poi la NATO a rispondere, in conformità all’articolo 5 del Patto atlantico. E qui gli USA non starebbero guardare. Sicuramente Putin ha considerato la cosa. Ed è per lui una ragione in più per fare in fretta.

Circa un mese fa la NATO ha terminato la sua consueta esercitazione annuale nucleare (denominata Steadfast Noon 2024).

È stata una mobilitazione ingente a 900 km dalla Russia (ovviamente avvertita) che ha visto la partecipazione di 13 nazioni, 60 velivoli e 2000 militari. Per la prima volta sono stati impiegati i caccia F-35, potenziali vettori di ordigni nucleari (bombe termonucleari B61-12). Sono certo che questa dimostrazione di deterrenza nucleare sia stata ben notata dagli osservatori russi, almeno per la parte che non avviene dietro le quinte, e che quindi Putin disponga di un rapporto su cui può attentamente riflettere.

In ogni caso, a me sembra che dietro le affermazioni talvolta confuse dei politici europei una questione resti assodata: l’Europa non intende in alcun modo abbandonare Kiev al suo destino. Ma non è solo questo.

Come vediamo, alcune grandi e potenti nazioni europee sembrano infatti decisamente interventiste e, messe insieme, formerebbero sul campo ucraino un’alleanza militare formidabile che manderebbe facilmente in frantumi le mire di Putin. Pur senza l’intervento della NATO, tale alleanza opererebbe sotto il suo ombrello europeo, dato che di essa fanno comunque parte.

Bisogna però vedere se tutto questo interventismo si concretizzerà e se lo farà in tempi rapidi, al ritmo che Putin, a sua volta pressato, ha imposto ai combattimenti in vista di possibili negoziati. Per altri versi, potrebbe essere che le mine di Biden e altri supporti bellici (auspicabilmente i Taurus tedeschi) risolvano la questione senza necessità di un invio di truppe.

Resta su altri fronti l’incognita Trump, ma io penso comunque che l’Europa debba questa volta fare di più da sola.

 L’America è lontana e la Russia, una volta entrata in Ucraina, potrebbe minacciare la Polonia, i Pesi baltici o la Finlandia.

Di Admin

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