Un Incontro Storico nell’Ovale: Zelensky, Trump e Vance tra Diplomazia, Fraintendimenti e…. tensioni

Il 27 febbraio 2025 lo Studio Ovale della Casa Bianca è stato teatro di un incontro che, al di là delle implicazioni geopolitiche, rimarrà impresso nella memoria collettiva per un aspetto spesso trascurato: la barriera linguistica e culturale che ha trasformato un dialogo tra leader in un dramma emotivo e, a tratti, imbarazzante. Come esperta di comunicazione, mi ha colpito immediatamente un dettaglio: l’inglese del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pur buono, non è impeccabile. E in un contesto come questo, dove ogni parola pesa come un macigno, quel limite ha avuto conseguenze profonde.

L’incontro, durato circa 50 minuti e trasmesso in diretta, merita di essere analizzato con attenzione, non solo per le dichiarazioni ufficiali, ma per le sfumature che rivelano il cuore umano dietro la politica. Invito chiunque a guardarlo integralmente: in un’epoca di narrazioni frammentate, formarsi un’opinione diretta è un dovere morale.

L’Esordio: Speranza e Scetticismo

Donald Trump, Presidente eletto degli Stati Uniti, apre l’incontro con toni cordiali: “È un onore avere qui con noi il Presidente Zelensky. Ci conosciamo da molto tempo, abbiamo lavorato bene insieme in passato e continueremo a farlo. Apprezziamo il suo lavoro. Abbiamo parlato con Putin e siamo pronti a una negoziazione”. Parole che esprimono ottimismo e una volontà di mediazione, un segnale chiaro della strategia americana per il conflitto ucraino.

Zelensky risponde con un tono sommesso, quasi rassegnato, ma non privo di riverenza: “Se Trump riuscirà a fermare Putin, dovrebbe essere scritto sulle mura della Casa Bianca”. È un elogio, certo, ma velato da un’ombra di scetticismo. Quel “se” tradisce la sua sfiducia, un presagio di ciò che seguirà.

Il Confronto: Foto, Accuse e Promesse Divergenti

Il colloquio prende una piega più intensa quando Zelensky mostra fotografie di prigionieri ucraini, un gesto crudo e viscerale per denunciare le atrocità di Vladimir Putin. Trump insiste sulla possibilità di un “cessate il fuoco”, ribadendo con fermezza: “Con me, Putin manterrà la parola”. Zelensky, però, controbatte con amarezza: “È impossibile. Putin non rispetta gli accordi. Lo ha fatto 25 volte in passato, anche durante la tua presidenza”.

Qui emerge il primo cortocircuito. Davanti alla stampa mondiale, Zelensky avrebbe potuto afferrare la mano tesa di Trump, esprimere fiducia e congedarsi con dignità. Invece, sceglie di proseguire, lasciando che le emozioni prevalgano sulla strategia.

Il Declino: Uno Sproloquio Fatale

Da questo momento, il dialogo si incrina irreparabilmente.

Zelensky si lancia in un monologo accorato, ma il suo inglese, già fragile, si deteriora sotto il peso della frustrazione: “Putin ci odia. Non vuole la pace. Non rispetterà nessun accordo con Trump. Possiamo solo sperarlo”. È un’accusa diretta, ma anche un passo falso. Senza rendersene conto, il Presidente ucraino insinua che nemmeno Trump sarà rispettato da Putin, un’affermazione che, nelle orecchie americane, suona come un insulto personale.

Poi, con un crescendo emotivo, aggiunge: “Putin deve pagare tutti i danni, perché ha iniziato questa guerra”.

La sala trattiene il fiato. La stampa americana, inizialmente silente, comincia a mormorare. L’immagine di Zelensky si sgretola: da leader carismatico a figura percepita come fuori luogo, quasi un mendicante che osa dettare condizioni. Non aiuta il suo abbigliamento informale – una scelta che attira critiche dirette dai記者 presenti. Trump, con un gesto sorprendente, lo difende: “A me piace come è vestito”.

Ma il danno è fatto.

La Svolta: Vance e l’Escalation

Il Vicepresidente eletto J.D. Vance interviene con decisione, tentando di riportare il discorso sulla diplomazia: “Stiamo provando una strada pacifica. È inutile dire che Trump fallirà”. Zelensky, ormai nervoso, replica con sarcasmo: “Sei mai stato in Ucraina?

Che ne sai dei nostri problemi?”. La tensione diventa palpabile. Vance, senza arretrare, rinfaccia a Zelensky la sua partecipazione alla Convention democratica durante la campagna elettorale americana, un’accusa che trasforma il confronto in uno scontro personale.

Ed è qui che arriva il momento cruciale, i 20 secondi destinati a entrare nei libri di storia. Zelensky, parlando della guerra, dice: “During a war, everyone has problems… even you will have them, but you have a nice ocean…” (“In guerra tutti hanno problemi… anche voi li avrete, ma avete un bell’oceano…”). Trump lo interrompe bruscamente: “Don’t tell us what we’ll have or feel. You’re not in a position to know” (“Non ci dire cosa avremo o cosa proveremo. Non sei nella posizione di saperlo”).

Fraintendimenti e Conseguenze

Zelensky tenta di chiarire: “Non intendevo dire che avrete problemi, ma che sentirete l’effetto della guerra”. Troppo tardi.

Quella frase, forse mal espressa per un limite linguistico, risuona come una provocazione arrogante. Trump, visibilmente irritato, accenna alla “Terza guerra mondiale”, un’escalation retorica che nasce dal clima di incomprensione reciproca.

Sì, Trump può apparire rude. Sì, l’atteggiamento di superiorità di alcuni americani è frustrante.

Ma Zelensky, in quel momento, è stato incauto. Presuntuoso, forse, o semplicemente ingenuo. Entrambe le possibilità sono inquietanti. In un incontro di tale portata, con il destino del suo popolo in bilico, non aver padroneggiato la lingua del dialogo – o non aver scelto un interprete – è stato un errore imperdonabile.

Un Epilogo Amaro

Chi oggi loda Zelensky per aver “tenuto testa” a Trump non coglie la gravità del suo scivolone. Non si tratta di controllo, ma di consapevolezza.

Se Trump e Putin troveranno un accordo, Zelensky rischia di uscire di scena, relegato a un ruolo marginale dopo anni sotto i riflettori.

Forse, davanti alle telecamere americane, ha cercato di prolungare il suo momento da protagonista. Ma quel che ha ottenuto è stato un ritratto di vulnerabilità, non di forza.

A pesare …. l’ennesimo errore diplomatico di Zelensky , sembrerebbe, infatti, che abbia apostrofato Vance farfugliando a bassa voce parole in lingua ucraina… ora al vaglio di esperti traduttori.

Questo incontro non passerà alla storia solo per le parole dette, ma per quelle non comprese. È un monito per tutti noi: in un mondo sull’orlo del baratro, la precisione – linguistica, emotiva, politica – non è un lusso, ma una necessità

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Di Angelica Bianco

Direttore casa editrice Magi, Ambassador ENIA( Ente Nazionale di ricerca per IA), editorialista, Ceo Bianco Consulting.

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