Le mani nei capelli Romano Prodi le ha effettivamente messe alla giornalista Lavinia Orefici di Quarta repubblica. 

L’ex premier  visibilmente seccato dalla domanda, ha reagito male quasi irridendo la giornalista (“ma che cavolo mi chiede” e poi anche “ma il senso della storia ce l’ha lei o no?”), gesticolando e poi, appunto, prendendole i capelli con una mano dandole una sorta di tirata. 

La scena, ripresa dalle telecamere, ha immediatamente fatto il giro del web, scatenando un’ondata di indignazione.

Sui social network si sono moltiplicati i commenti di condanna, da parte di esponenti politici di ogni schieramento e di semplici cittadini, che hanno definito il gesto “inaccettabile”, “violento”, “misogino” e “indegno di una figura istituzionale”.

Molti hanno invocato le dimissioni immediate dell’ex premier, mentre altri hanno chiesto una sua pubblica ammenda.

La giornalista, visibilmente scossa, ha rilasciato una breve dichiarazione in cui ha espresso il suo sconcerto per l’accaduto, sottolineando come un simile comportamento sia “offensivo per la dignità di ogni donna” e “incompatibile con il ruolo che l’ex premier ha ricoperto”. L’Ordine dei Giornalisti ha annunciato di aver aperto un’inchiesta sull’episodio, definendolo “un grave attacco alla libertà di stampa e alla dignità professionale dei giornalisti”.

La vicenda rischia ora di avere pesanti ripercussioni sull’immagine dell’ex premier e di compromettere ulteriormente le sue ambizioni politiche future.

Seppure perfido, Romano è degnissima persona.

Appartiene a una delle tre grandi famiglie provinciali che hanno malridotto l’Italia dopo il miracolo economico: gli emiliani Prodi, i marsicani Letta, gli avellinesi De Mita.

Nuclei numerosi, colti e legati alla chiesa che si è presa la briga, in particolare con i Prodi e i De Mita, di farne dei cacicchi della Dc, partito di riferimento.

.Gente che ha studiato, spesso all’estero, e poi è tornata a casa, non per fare l’imprenditore rischioso, ma per piazzarsi nei gangli vitali del potere democristiano.

E da lì, con la scusa del bene comune, a manovrare appalti, clientele, nomine, sempre con quel fare un po’professorale, un po’ sacrestano, che li rendeva inattaccabili. Romano, dicevo, è degno di questa tradizione. Un uomo che ti guarda negli occhi e ti giura che sta lavorando per il popolo, mentre con l’altra mano ti sta sfilando il portafoglio.

E lo fa con una tale eleganza, una tale convinzione, che alla fine quasi ti senti in colpa tu, a dubitare delle sue nobili intenzioni.

Perfido, sì, ma degno.

Di una certa idea, ben radicata in Italia, che la politica sia affar di famiglia, e che il potere debba restare sempre nelle mani dei “migliori”, cioè di quelli come loro.

E poi, vuoi mettere la capacità di trasformare ogni critica in un attacco personale, ogni dubbio in invidia?

Loro, i “migliori”, sono sempre vittime di oscuri complotti, di forze nemiche che non comprendono la loro “visione”.

E guai a chi osa mettere in discussione la loro rettitudine, viene subito bollato come populista, qualunquista, antitaliano.

Romano, in questo, è un maestro.

Sa dosare perfettamente l’unzione retorica con la spietatezza dei fatti.

Ti promette mari e monti, ti parla di crescita e di futuro, ma nel frattempo continua a piazzare i suoi fedelissimi nei posti chiave, a favorire gli amici degli amici, a ingrassare il sistema che lo nutre.

E lo fa con una faccia tosta che quasi ammiri, se non fosse che poi ti accorgi che quella faccia tosta la paghi tu, con le tasse, con i servizi che non funzionano, con le opportunità che ti vengono negate.

E la cosa più triste è che questa “tradizione” non sembra finire mai.

Passano i governi, cambiano i partiti, ma il meccanismo è sempre lo stesso.

Il potere si perpetua, si tramanda di padre in figlio, di nipote in zio, creando una casta impenetrabile, immune alle critiche e ai cambiamenti. Una casta che si nutre del consenso di chi, illuso dalle promesse e abbagliato dalle parole, continua a credere che loro, i “migliori”, stiano davvero lavorando per il bene del popolo.

Invece, stanno solo lavorando per il bene di se stessi.

E Romano, purtroppo, ne è l’ennesima, perfetta incarnazione. Un uomo che, con la scusa della meritocrazia, perpetua il peggior nepotismo. E lo fa guardandoti negli occhi, con un sorriso che ti fa venire voglia di piangere.

E il bello è che non sono neanche dei gran geni.

Non serve l’intelligenza di un Einstein per capire come funziona la mangiatoia.

Basta un po’ di furbizia, una buona dose di faccia tosta, e soprattutto, la capacità di mimetizzarsi.

Di apparire per quello che non si è.

Di vestire i panni del servitore dello Stato, quando in realtà si serve solo del proprio tornaconto.

E questa gente, Romano in primis, ha affinato quest’arte alla perfezione.

Anni di studio, certo, ma non per acquisire competenze vere, spendibili sul mercato del lavoro.

No, anni spesi a studiare le dinamiche del potere, a capire come muovere le leve giuste, a costruire una rete di contatti che gli permetta di arrivare dove vuole.

E una volta arrivati, non mollano più la presa.

Si incistano, si mimetizzano, si fanno scudo con la retorica del bene comune, e da lì continuano a spolpare la gallina dalle uova d’oro.

E noi, poveri illusi, continuiamo a credergli. Continuiamo a votarli. Continuiamo a sperare che qualcosa cambi.

Ma il potere, si sa, è una brutta bestia.

E il bello è che te lo dicono pure in faccia, con quella faccia tosta che solo chi è sicuro di farla franca si può permettere.

Ti parlano di sacrifici, di austerity, di riforme necessarie, mentre loro continuano a sguazzare nel lusso, a concedersi privilegi inimmaginabili per il comune mortale.

Ti fanno sentire in colpa se chiedi un servizio, se pretendi un diritto, come se fossi tu a gravare sulle casse dello Stato, non loro con le loro ruberie legalizzate.

E poi si ergono a paladini della moralità, a difensori della patria, a custodi dei valori tradizionali. Ipocriti, ecco cosa sono. Ipocriti patentati. E il sistema li protegge, li coccola, li premia.

Perché il sistema, in fondo, è fatto apposta per loro.

È un ingranaggio perfetto che si autoalimenta, che si rigenera continuamente, che espelle chi non è allineato e che incorona chi sa leccare il culo nel modo giusto.

E noi, come dei criceti sulla ruota, continuiamo a correre, a sgobbare, a pagare le tasse, convinti che un giorno la ruota si fermerà e che potremo finalmente scendere.

Illusi. La ruota non si fermerà mai.

A meno che non siamo noi a fermarla.

A meno che non ci svegliamo dal torpore e smettiamo di credere alle loro favole.

A meno che non impariamo a riconoscerli, a smascherarli, a cacciarli via a calci in culo.

Ma per fare questo, ci vuole coraggio.

E il coraggio, si sa, è merce rara in questi tempi bui.

E chi lo assaggia, il potere.. difficilmente se ne libera.

Soprattutto se ha imparato a maneggiarlo con l’eleganza e la perfidia di un Romano.

È sotto la sua guida che l’Italia è entrata nella moneta unica al cambio suicida generò in una notte un’inflazione interna del 100 per 100 di 1936,37 lire per un solo pidocchiosissimo euro. 

E chi se lo scorda quell’inghippo!

Un furto legalizzato, ecco cos’è stato.

Ci hanno venduto l’euro come la panacea di tutti i mali, la chiave per l’Eldorado economico.

E invece ci siamo ritrovati con le tasche vuote e i prezzi alle stelle.

E lui, il gran timoniere, se ne stava lì, con la sua aria da professore, a spiegarci che era tutto per il nostro bene.

Ma quale bene?

Il bene delle banche, forse. Il bene dei soliti noti che si sono arricchiti alle nostre spalle.

Io me lo ricordo ancora quando andavo a comprare il pane con mille lire e tornavo con una pagnotta che sembrava un’ostia.

E poi, da un giorno all’altro, quella stessa pagnotta costava un euro, che erano quasi duemila lire!

Ma mi prendano per fesso?

Ma chi ci crede a ‘ste storie?

E poi dicono che siamo noi complottisti.

Complottisti un par de palle!

Abbiamo solo gli occhi per vedere e la memoria per ricordare.

E ci ricordiamo bene chi ci ha fregato e chi ci ha portato sull’orlo del baratro.

E non glielo perdoneremo mai.

Mai!

Famoso in tutta l’Ue per la prodezza nomen omen , Prodi ne divenne il capo nel 2001, come presidente della Commissione. 

Di Admin

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