L’Unione Europea ha sferrato un altro colpo mortale alla democrazia in Europa, un processo di demolizione sistematica che non conosce tregua, e questa volta il bersaglio è Marine Le Pen.

L’ennesima pugnalata alle spalle della volontà popolare, camuffata da cavilli burocratici e decisioni prese a porte chiuse.

È lo stesso schema che Vance denunciava nel suo discorso, quando metteva in guardia contro un’élite transnazionale che strangola la sovranità dei popoli per consegnarla a chi finanzia il loro potere: le multinazionali che delocalizzano in Cina, prosciugando le nostre economie nazionali, e i governi di sinistra che, con la complicità del sistema corrotto dei media mainstream e delle Ong, impongono il politicamente corretto come arma di distruzione di massa culturale.

.È lo stesso schema che vediamo riproporsi oggi, con l’aggravante di un’accelerazione data dalla digitalizzazione. Le piattaforme social, diventate il megafono incontrastato di un pensiero unico globalista, soffocano ogni voce dissenziente, marchiandola come “fake news” o “hate speech”.

Il dissenso, la critica costruttiva, la semplice espressione di un’identità nazionale vengono demonizzate e additate come pericoli per l’ordine costituito, quell’ordine che, in realtà, è il trionfo degli interessi di pochi a discapito dei molti.

E mentre i nostri figli vengono indottrinati nelle scuole con ideologie gender e multiculturaliste, svuotati del loro senso di appartenenza e della loro storia, le nostre industrie chiudono i battenti, delocalizzate in paesi dove il costo del lavoro è irrisorio e i diritti dei lavoratori sono inesistenti.

Un circolo vizioso perverso, alimentato dalla cupidigia e dalla sete di potere di un’oligarchia che si nutre della nostra debolezza e della nostra disperazione.

Un’oligarchia che va smascherata e combattuta con ogni mezzo democratico, perché la nostra sovranità, la nostra identità e il futuro dei nostri figli non sono negoziabili.

Cosa avrà mai fatto Marine Le Pen, dico io, per meritarsi questo accanimento?

Aver difeso i confini della Francia?

Aver osato criticare l’immigrazione incontrollata che sta sfigurando il nostro continente?

Aver messo al primo posto gli interessi dei cittadini francesi, anziché quelli di banchieri e tecnocrati senza volto?

Non illudiamoci, signore e signori.

Non è solo Marine Le Pen a essere sotto attacco.

Trump sta ripulendo la palude americana con una determinazione feroce, Milei sta tagliando le teste dell’idra burocratica argentina, e Meloni, pur con i limiti imposti dal guinzaglio di Bruxelles, sta provando a riportare un po’ di sovranità in un Paese devastato da decenni di sudditanza.

Tre figure, tre storie diverse, accomunate però da una volontà di rottura con un sistema incancrenito, un establishment auto-referenziale che ha dimenticato gli interessi del popolo.

Certo, le difficoltà sono enormi, le resistenze feroci. L’establishment globale, spalleggiato dai media mainstream e dalle élite intellettuali, non intende cedere di un millimetro.

Ma il vento sta cambiando, e sempre più persone si rendono conto che le ricette del passato non funzionano più. Serve coraggio, determinazione, e la capacità di guardare oltre gli schemi precostituiti.

Serve una rivoluzione culturale, prima ancora che politica, per liberare le nazioni da lacci e lacciuoli che ne soffocano il potenziale.

La strada è lunga e impervia, ma la speranza è viva.

Siamo tutti noi, quelli che credono ancora nella sovranità nazionale, nell’identità culturale e nella libertà di espressione.

Siamo tutti noi che ci rifiutiamo di farci ingoiare da questo Moloch europeo, che promette prosperità e invece ci regala solo disoccupazione, debito e una perdita costante di controllo sul nostro destino.

Ma non ci piegheremo.

Non ci lasceremo intimidire da questi prepotenti.

Continueremo a lottare, con ogni mezzo democratico a nostra disposizione, per difendere la nostra civiltà e per costruire un futuro migliore per i nostri figli.

E un giorno, vedrete, la verità trionferà e l’Unione Europea, così come la conosciamo oggi, sarà solo un brutto ricordo.

Perché?

Perché sanno che perdere il controllo dell’Europa significherebbe dire addio per sempre al loro sogno malato di un continente ridotto a colonia economica delle multinazionali e a laboratorio sociale dell’ideologia woke.

Guardiamo i fatti. 

Ieri scrivevo della Romania, dove il candidato anti-sistema Călin Georgescu è stato silenziato da un establishment terrorizzato dalla sua ascesa nei sondaggi.

Oggi è il turno di Marine Le Pen, colpita da un sistema giudiziario che sembra agire come braccio armato di Bruxelles.

 Al partito della Le Pen è bastato candidare un volto nuovo come il giovane Jordan Bardella per arrivare a essere il primo partito della Francia e passare in pochi mesi dal 23% delle presidenziali con Marine Le Pen candidata al 33% con Bardella premier.

E l’effetto novità, unito a una sapiente campagna focalizzata su temi cari alla destra come immigrazione e sicurezza, ha fatto il resto. Certo, l’astensionismo record, soprattutto tra i giovani e le periferie urbane, ha contribuito ad amplificare il risultato del Rassemblement National, ma l’exploit di Bardella rimane un dato di fatto.

La domanda ora è se questo trend sia destinato a consolidarsi, proiettando il partito di estrema destra verso una concreta possibilità di guidare il paese in futuro, oppure se si tratta di una fiammata momentanea, legata al contesto politico attuale.

Molto dipenderà dalla capacità di Bardella di governare, di mantenere le promesse fatte agli elettori e di allargare il consenso anche al di fuori del tradizionale bacino della destra radicale.

La partita per il futuro della Francia è apertissima.

Di Admin

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