Alla vigilia del congresso federale del 5 e 6 aprile, sta scatenando molto malcontento l’ipotesi che il generale Vannacci sia nominato vicesegretario proprio alle assise in programma a Firenze. 

Domanda che serpeggia insistente nei corridoi della politica italiana.

Un ticket che farebbe tremare i polsi al PD e al M5S, ma anche a parte del centrodestra più moderato.

L’idea, diciamocelo, è suggestiva: un generale che ha fatto della polemica un’arte, capace di infiammare le piazze e solleticare l’elettorato più radicale, affiancato al Capitano, maestro nell’arte della comunicazione populista e dell’attacco frontale.

Un mix esplosivo, insomma.

Salvini, d’altro canto, potrebbe vedere in Vannacci un alleato prezioso per recuperare consensi a destra, soprattutto quelli persi a favore di Fratelli d’Italia.

Un vice che gli permetterebbe di presidiare con più forza l’area identitaria e sovranista, lasciandogli magari più spazio per un’operazione di “normalizzazione” del partito.

Ma l’operazione non è priva di rischi.

Vannacci è un personaggio ingombrante, poco incline ai compromessi e con una visione del mondo che va ben oltre i confini della Lega.

La sua vice segreteria potrebbe spaccare ulteriormente il partito, allontanando gli elettori più moderati e spaventando gli alleati di governo.

Senza contare le polemiche che inevitabilmente si scatenerebbero, con un’opposizione pronta a cavalcare ogni sua dichiarazione controversa.

Insomma, un’arma a doppio taglio.

Nella Lega, dove in tanti si sono lamentati, è Roberto Marcato a metterci quasi sempre la faccia: eh sì perchè sono già cominciati i mal di pancia per la possibile promozione interna del generale Roberto Vannacci. 

i.E lui, il Marcato, non le manda a dire, si sa.

“Vannacci? Un nome che divide, altroché!

Qui c’è gente che si è fatta un mazzo tanto per anni e adesso si ritrova scavalcata da uno arrivato ieri?

Non mi sembra corretto”.

E poi, aggiunge, tra il serio e il faceto, “A me sembra più bravo a scrivere libri che a fare politica, ma magari mi sbaglio”.

Insomma, il clima è teso e la nomina di Vannacci, se confermata, rischia di far saltare qualche nervo scoperto.

Certo, c’è anche chi applaude, chi vede in lui un uomo forte, capace di parlare chiaro, ma la fronda, a quanto pare, è nutrita.

E Marcato, da buon “parafulmine”, si è già messo in prima linea per raccogliere i malumori e farli arrivare ai piani alti.

Staremo a vedere come andrà a finire questa telenovela leghista.

Se sarà un successo o un boomerang, solo il tempo potrà dirlo.

Intanto, il dibattito è aperto e le manovre sono in corso.

La partita per il futuro della Lega è più che mai avvincente.

Una scelta, quella di piazzare Vannacci in un ruolo così apicale, che molti dentro il partito considerano una provocazione, un’ennesima strizzata d’occhio a un elettorato estremista che, se da un lato garantisce consenso immediato, dall’altro rischia di alienare frange più moderate e, soprattutto, di compromettere l’immagine del partito a livello nazionale.

Circolano voci di possibili defezioni, di malumori serpeggianti tra i quadri intermedi e di un clima generale di incertezza sul futuro della linea politica.

L’appuntamento di Firenze si preannuncia quindi infuocato, con probabili mozioni di sfiducia e un confronto serrato tra le diverse anime del partito.

La leadership, dal canto suo, sembra intenzionata a tirare dritto, forte del sostegno di una parte consistente della base e convinta che la nomina di Vannacci possa rappresentare un punto di svolta, un cambio di passo necessario per affrontare le sfide future.

Resta da vedere se questa strategia si rivelerà vincente o se, al contrario, aprirà una crisi interna dalle conseguenze imprevedibili.

Le reazioni più forti arrivano dalle sezioni del Nord, tradizionalmente più moderate e meno inclini a derive identitarie.

Diversi esponenti locali hanno già fatto trapelare la loro intenzione di contestare apertamente la scelta, considerandola un autogol in vista delle prossime elezioni in Toscana.

“Un conto è intercettare il voto di protesta, un altro è consegnarsi anima e corpo a un personaggio così divisivo,” ha dichiarato un consigliere regionale lombardo, preferendo rimanere anonimo.

Anche tra i parlamentari serpeggia il malumore.

In molti temono che la nomina di Vannacci possa alienare l’elettorato moderato e rendere più difficile la costruzione di alleanze strategiche con le forze centriste.

“Rischiamo di diventare un partito di nicchia, relegato ai margini del sistema,” ha commentato un deputato del Sud, aggiungendo che “serve un cambio di rotta, non un salto nel buio.”

La segreteria nazionale, per ora, non si sbilancia.

Fonti interne riferiscono di un acceso dibattito in corso, con posizioni divergenti e tentativi di mediazione.

Sembra che lo stesso segretario, pur consapevole dei rischi, non voglia rinunciare del tutto all’effetto trainante che la figura di Vannacci potrebbe garantire, soprattutto in termini di visibilità mediatica.

Un calcolo cinico, insomma, dove il potenziale danno d’immagine derivante dalle posizioni controverse del generale viene bilanciato – o presunto tale – dalla capacità di quest’ultimo di attirare l’attenzione dei media e, di riflesso, di calamitare consensi, almeno in una determinata fetta di elettorato.

Rimane da vedere se questa scommessa si rivelerà vincente, o se il fuoco amico di Vannacci finirà per bruciare l’intera casa.

E resta altresì da capire quanto il “generale Vannacci” sia effettivamente un fattore trainante di voti, e non piuttosto un amplificatore di divisioni già esistenti, un megafono per una pancia del paese che, pur rumorosa, non è detto rappresenti la maggioranza silenziosa a cui si ambisce.

L’azzardo è palpabile: puntare su una figura così polarizzante significa alienarsi inevitabilmente una porzione dell’elettorato più moderato, spaventato dalle uscite infelici e dai toni sopra le righe.

Si tratta, in definitiva, di una strategia rischiosa, che somiglia più a un salto nel buio che a una mossa calcolata.

Un azzardo che, se fallisse, potrebbe costare caro in termini di credibilità e di consensi, lasciando dietro di sé solo macerie ideologiche e un senso di profonda spaccatura nel tessuto sociale.

La domanda cruciale è: il gioco vale la candela?

Solo il tempo, e il responso delle urne, potranno fornire una risposta definitiva.

L’ombra delle passate elezioni europee aleggia, e la tentazione di pescare voti nel mare magnum del malcontento è forte, ma il rischio di imbarcare figure ingombranti e poco allineate alla linea ufficiale del partito è sempre dietro l’angolo.

Un equilibrio precario, un’equazione complessa da risolvere, dove la prudenza politica dovrebbe prevalere sulla mera ricerca di visibilità.

Ma, come spesso accade, la politica preferisce il brivido della scommessa al conforto della certezza.

La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa e il congresso di Firenze si preannuncia infuocato.

Di Admin

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