De Ficchy Giovanni

Dietro le mura di una scuola segreta nell’antica Crotone, Pitagora insegnava che l’universo suona una melodia matematica.
Tutti conosciamo il teorema di Pitagora dai tempi della scuola, ma pochi sanno che nel VI secolo a.C. questo brillante filosofo fondò una società iniziatica con regole rigidissime e diversi livelli di accesso alla conoscenza.
Gli altri, i “Matematici”, si accontentavano di apprendere le basi della matematica e della filosofia.
Una società segreta, insomma, che ha lasciato un’impronta indelebile sulla storia del pensiero occidentale, ben al di là del celebre teorema.
E chissà quanti altri segreti giacciono ancora inesplorati, custoditi nelle pieghe del tempo, in attesa di essere svelati.
Una vera “società segreta” dell’antichità.
I suoi seguaci non erano semplici studenti di matematica.
Erano iniziati a una visione del mondo dove numeri, musica e movimenti celesti erano manifestazioni della stessa armonia divina.
La matematica non era solo uno strumento per risolvere problemi pratici, ma una chiave per sbloccare i segreti dell’universo.
La musica, con le sue armonie e ritmi, rifletteva le stesse proporzioni numeriche che governavano il moto dei pianeti.
E lo studio dei cieli, con le loro danze apparentemente casuali, rivelava un ordine matematico profondo e meraviglioso.
Pitagora, il loro maestro, era visto come un profeta, un illuminato che aveva avuto accesso a una conoscenza superiore.
I suoi insegnamenti non erano solo lezioni, ma rivelazioni.
Questa liberazione non era un atto passivo, ma un’impresa attiva, un viaggio intrapreso attraverso la disciplina intellettuale e la contemplazione estatica.
La matematica rivelava le proporzioni divine che sottendevano il cosmo, i rapporti numerici che si ripetevano nella struttura dei cristalli, nelle orbite dei pianeti e nella disposizione dei petali di un fiore.
La musica, con le sue armonie e dissonanze, era un microcosmo dell’ordine cosmico, un riflesso udibile della danza eterna tra il caos e la creazione. Attraverso lo studio delle sue leggi, si poteva afferrare, seppur fugacemente, la bellezza e la perfezione che permeavano l’universo.
L’anima, affinando la propria sensibilità a queste vibrazioni sottili, si spogliava gradualmente delle catene materiali, preparandosi per l’ascensione finale verso il regno dell’essere puro.
L’anima, credevano, era imprigionata nel corpo e poteva essere purificata attraverso lo studio della matematica e della musica, elevandosi verso la comprensione dell’armonia universale e, infine, liberandosi per ricongiungersi alla fonte divina.
La vita comunitaria, con le sue regole rigorose e i suoi rituali, era finalizzata a questo scopo: un percorso ascetico verso la conoscenza e la salvezza.
I pitagorici credevano che i pianeti, muovendosi nelle loro orbite, producessero una musica cosmica – la celebre “armonia delle sfere”.
Ogni corpo celeste emetteva una nota specifica, creando una sinfonia universale che solo le menti più elevate potevano percepire.
Questa fusione di matematica, astronomia e musica era riservata solo agli iniziati più avanzati.
Non tutti potevano accedere ai misteri più profondi dell’insegnamento pitagorico.
La prossima volta che ascolterete musica, ricordate che per Pitagora era la stessa lingua con cui parlano le stelle.
