
Roma porto franco per le mafie: una grande lavanderia finanziaria in cui i clan operano attraverso società di copertura, intrecciando reti di imprese fittizie per spostare milioni tra conti esteri, bonifici frazionati e false fatturazioni.
Se è vero che le mafie sono ormai holding finanziarie, va da sé che puntino con forza anche su Roma e dintorni sapendo avvalersi anche della collaborazione di professionisti e colletti bianchi.
Ma se la traccia da seguire per comprendere quanto sta accadendo a Roma è quella del narcotraffico, dei soldi investiti in attività di ristorazione, in locali della “movida” e dell’agroalimentare, la risposta non può essere solo repressiva ma deve articolarsi sul piano sociale, educativa e culturale.
Diverse ‘ndrine, come Alvaro, Bruzzaniti, Filippone e altre, hanno radici a Roma e in altre città del Lazio, come Anzio, Monterotondo e Montespaccato.
Capitali sporchi reinvestiti, che arrivano dal mondo dello spaccio di droga e che inondano la Città Eterna dentro e fuori il grande raccordo anulare, dal litorale o fino ai luoghi della Movida romana.
E’ la ’Ndrangheta, la regina del narcotraffico internazionale, che mantiene una presenza radicata con le ’ndrine Alvaro, Piromalli, Mancuso, Mazzaferro-Morabito e Mammoliti che rafforzano la loro posizione grazie a un sistema collaudato di reinvestimento dei profitti illeciti in attività lecite.
Un metodo che permette di alimentare il riciclaggio e rafforzare il potere economico dell’organizzazione.
Ville di lusso, maneggi, ristoranti, terreni, concessionari che noleggiano le auto e appartamenti.
Ecco dove finiscono i soldi della ‘Ndrangheta a Roma.
L’inchiesta Assedio, condotta dalla Dia nell’estate del 2024, ha rilevato il sofisticato meccanismo con cui i clan riciclano il denaro sporco: una rete di società fittizie, frodi fiscali nel settore petrolifero e un sistema di appalti pilotati che consentono di far sparire milioni senza lasciare traccia.
Le indagini hanno portato alla luce un intreccio tra criminalità organizzata e imprenditoria, con la complicità di figure chiave dell’economia romana.
Una presenza plurale, che vede affiancarsi mafie autoctone e mafie tradizionali e che per la prima volta vede l’individuazione di un “locale” di ‘ndrangheta operativo sul territorio di Roma, autorizzato dai massimi organi decisionali della ‘Ndrangheta.
Sono presenti nel Lazio le famiglie; Madaffari, Perronace, Tedesco e Gallace, tutte originarie di Santa Cristina d’Aspromonte e di Guardavalle (provincia di Reggio Calabria).
L’obiettivo di queste famiglie, è replicare nel Lazio il sistema lombardo, con riferimento al commercio di droga, riciclaggio, detenzioni e porto illegale di armi, appalti pubblici, affari immobiliari, attività commerciali, intestazione fittizia di beni, estorsioni e sfruttamento dell’immigrazione.
Seguivano quindi alleanze con gruppi emergenti della criminalità locale, come il clan Casamonica/Spada/Di Silvio.
Le stesse società di nuovo protagoniste negli appalti di Roma Capitale, nonostante un’inchiesta in corso per corruzione, turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture!
E nel frattempo…
altri 500.000 euro di lavori assegnati nella Pineta di Castel Fusano.
Ma com’è possibile?
Sempre gli stessi nomi, gli stessi ribassi, le stesse “migliorie”, promesse mai realizzate…
