De Ficchy Giovanni

Volgarità contro donne di destra: silenzio femminista.
Dopo la difesa di Prodi per aver maltrattato una giornalista, una vignetta di Vauro su Il Fatto Quotidiano ha riacceso le polemiche.
E di nuovo, l’eco del silenzio. Un silenzio assordante che avvolge le prese di posizione – o la loro assenza – quando l’offesa, lo scherno, il linguaggio sprezzante, si rivolgono a donne schierate a destra.
La vignetta di Vauro, con la sua satira pungente (per alcuni, semplicemente volgare), ha puntato il dito contro una figura politica di spicco, sollevando un’ondata di indignazione da una parte, e un silenzio, di nuovo, sospetto dall’altra. Dove sono le paladine della parità di genere?
Dove le voci che si levano alte contro ogni forma di sessismo e misoginia?
L’accusa è chiara: un trattamento a due pesi e due misure, un’applicazione selettiva dei principi.
Sembra che la solidarietà femminile, tanto declamata, si arresti bruscamente di fronte alle appartenenze politiche.
E sembra un peccato, uno spreco di energie.
Quante battaglie comuni potrebbero essere vinte se solo si riuscisse a mettere da parte, almeno per un momento, la tessera di partito e guardare all’obiettivo condiviso: la parità, la lotta contro la violenza, il diritto all’autodeterminazione. Invece, spesso assistiamo a scambi di accuse, a divisioni che si fanno ancora più profonde, a prese di posizione che, anziché rafforzare la causa, la frammentano.
Quasi che la politica, con le sue logiche spietate, riesca sempre a fagocitare anche il più sincero tentativo di unione.
E resta l’amaro in bocca, la sensazione che un’opportunità sia stata persa, soffocata dalle ideologie e dagli interessi di parte. Forse, un giorno, si imparerà a costruire ponti invece di erigere muri.
Forse, un giorno, la solidarietà femminile supererà gli steccati della politica.
Ma, per ora, sembra un’utopia lontana.
Per trovare una vignetta paragonabile in quanto a bassezza (almeno a nostra memoria) occorre tornare all’aprile del 2023. In quel caso l’autore era stato Natangelo, sempre su Il Fatto Quotidiano.
Questi aveva raffigurato Arianna Meloni, sorella della premier, a letto con un africano, mentre il marito, il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, era impegnato a combattere la sostituzione etnica.
Anche in quel caso fu tutto uno sbracciarsi di difensori del diritto alla satira e alla libertà di parola.
.E giù con le solite litanie: “Non si può mettere un bavaglio all’ironia!”, “Il sacro diritto di prendere in giro chi ci pare!”, “La satira è un’arma per smascherare il potere!”. Peccato che, a ben vedere, l’arma della satira sembrava puntata più spesso contro i deboli, i diversi, i facilmente attaccabili. Contro chi, insomma, non aveva i mezzi per difendersi.
La libertà di parola, certo, è un bene prezioso, ma a volte si traveste da pretesto per vomitare veleno e meschinità. E allora mi chiedo, dov’è il limite? Esiste un limite? Oppure, in nome della sacrosanta satira, tutto è permesso?
Un bel dilemma, signori miei, un bel dilemma. Un dilemma che, puntualmente, si ripresenta a ogni nuova polemica, a ogni nuova vignetta controversa, a ogni nuovo sberleffo ritenuto “artistico”.
E noi, poveri mortali, restiamo lì, a sbracciarci e a discutere, divisi tra il dovere di difendere la libertà di espressione e il diritto di non essere presi per i fondelli a ogni piè sospinto.
Che il diritto al rispetto, alla dignità, all’integrità, siano diritti condizionati dall’orientamento ideologico.
E questo, nel clima politico infuocato di questi tempi, non fa che alimentare la frattura e la sfiducia.
Si rischia di creare un precedente pericoloso: legittimare l’insulto e la denigrazione in base alla tessera di partito.
Un cortocircuito etico che mina alle fondamenta la credibilità di chi si erge a difensore dei diritti di tutte le donne, indistintamente.
