De Ficchy Giovanni

Criminologo

Ieri a Milano è iniziato un grosso processo contro 143 persone accusate a vario titolo di essere coinvolte in attività di vari gruppi della criminalità organizzata italiana in Lombardia: in particolare, gli imputati sono accusati di far parte della ’ndrangheta, della mafia e della camorra, e di essere responsabili di un sistema criminale coordinato attivo nel narcotraffico, nelle estorsioni, nella detenzione illegale di armi e in vari reati fiscali.

Tra i capi d’accusa più gravi spicca l’associazione di stampo mafioso, contestata a numerosi imputati ritenuti figure apicali e promotori delle diverse cosche.

L’inchiesta che ha portato al maxi-processo è stata condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e ha svelato un network criminale ramificato e pervasivo, capace di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale lombardo.

Le indagini hanno permesso di ricostruire anni di attività illecite, documentando episodi di violenza, intimidazione e corruzione.

Si prevede un processo lungo e complesso, con centinaia di testimoni chiamati a deporre e un’ingente mole di materiale probatorio da esaminare.

L’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni è alta, data la portata del fenomeno criminale e le sue implicazioni sulla sicurezza e la legalità nella regione.

Nel processo si sono costituiti parte civile il comune di Milano, il comune di Varese, la regione Lombardia e alcune associazioni che si occupano di contrasto alla mafia, come Libera e WikiMafia.

.La loro presenza al processo testimonia l’importanza del caso non solo a livello giudiziario, ma anche per l’impatto sociale e politico che la criminalità organizzata ha sul territorio.

Le accuse contestate agli imputati sono gravi e vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al traffico di droga, dall’estorsione all’intestazione fittizia di beni, reati che hanno profondamente infiltrato il tessuto economico e sociale delle province lombarde.

L’obiettivo delle parti civili è quello di ottenere giustizia per le vittime della mafia e di contribuire alla ricostruzione della legalità e della fiducia nelle istituzioni.

Il processo si preannuncia lungo e complesso, con un’ampia mole di documenti e testimonianze da analizzare, ma la determinazione delle parti coinvolte nel contrasto alla criminalità organizzata è forte e motivata dalla volontà di liberare il territorio dalla sua morsa.

L’indagine “Hydra”, avviata nel 2019 a seguito di un’operazione a Lonate Pozzolo contro presunti affiliati alla ‘ndrangheta, ha portato alla luce una complessa rete di legami e accordi tra gruppi mafiosi che avrebbero costituito un consorzio, definito dalla DDA come un «sistema mafioso lombardo».

Tale sistema, secondo gli inquirenti, era finalizzato alla spartizione di appalti e al controllo del territorio, con particolare attenzione al settore edile e alla gestione dei rifiuti.

L’inchiesta ha svelato come diverse cosche, tradizionalmente radicate in Calabria, avessero esteso la loro influenza in Lombardia, non limitandosi a operare in modo autonomo, ma stringendo alleanze strategiche per massimizzare i profitti e consolidare il proprio potere.

Le indagini si sono concentrate su figure chiave ritenute al vertice di questo consorzio, ricostruendo i loro movimenti, i contatti e le transazioni finanziarie.

L’operazione “Hydra” ha rappresentato un duro colpo per la criminalità organizzata in Lombardia, evidenziando la sua capacità di adattamento e la sua pervasività nel tessuto economico e sociale della regione.

Tuttavia, l’inchiesta ha anche sollevato interrogativi sulla profondità e l’estensione di questo “sistema mafioso lombardo” e sulla necessità di rafforzare le misure di contrasto e prevenzione per sradicare definitivamente la presenza della ‘ndrangheta.

Secondo l’accusa questo presunto consorzio mafioso avrebbe fatto affari nel settore edilizio e in diversi altri attraverso lo sfruttamento delle regole lasche del Superbonus, la gestione di mercati e parcheggi di ospedali e aeroporti, gli appalti dei servizi di pulizia.

Sempre secondo l’accusa, tutto questo sarebbe stato attuato attraverso decine di società attive nei vari ambiti.

A ottobre del 2023 l’impianto accusatorio al centro del processo era stato inizialmente respinto dal giudice per le indagini preliminari (GIP) Tommaso Berna, che aveva accolto soltanto 11 delle 153 misure cautelari chieste dai magistrati della DDA.

La decisione del GIP era stata però ribaltata dal tribunale del riesame, il tribunale di secondo grado per le decisioni dei GIP sulle misure cautelari, e l’impianto accusatorio è stato dunque riabilitato.

Tra gli imputati ci sono persone accusate di essere esponenti ed emissari di varie cosche dei tre gruppi della criminalità organizzata: secondo chi indaga, in questa sorta di alleanza tra gruppi criminali la ’ndrangheta sarebbe rappresentata da persone collegate alla ’ndrina Farao, molto potente e radicata soprattutto tra Cirò e Cirò Marina (nella zona di Crotone), alla ’ndrina Iamonte e alla ’ndrina Romeo, attive rispettivamente a Melito di Porto Salvo e a San Luca, vicino a Reggio Calabria.

.La camorra, invece, sarebbe presente attraverso figure vicine al clan Moccia, operante soprattutto nell’area a nord di Napoli, e al clan Contini, storico gruppo criminale del capoluogo partenopeo. Infine, la mafia siciliana vanterebbe legami con individui ritenuti vicini alla famiglia di Riesi, in provincia di Caltanissetta, e a quella di Gela.

Un intreccio criminale, dunque, che, stando alle accuse, avrebbe esteso i propri tentacoli in diversi settori economici, infiltrandosi in appalti pubblici, attività commerciali e traffici illeciti di varia natura, con l’obiettivo di accumulare ingenti profitti e consolidare il proprio potere sul territorio.

Le indagini, coordinate da diverse procure distrettuali antimafia, mirano a ricostruire nel dettaglio le dinamiche di questa presunta alleanza, identificare i ruoli e le responsabilità dei singoli imputati e smantellare la rete di complicità che ne ha favorito l’espansione.

Sempre secondo gli inquirenti, la mafia sarebbe rappresentata da persone legate al clan dei Corleonesi e al clan di Castelvetrano, quello di Matteo Messina Denaro.

La camorra sarebbe rappresentata invece da emissari del clan Senese, attivo soprattutto a Roma.

Sono state allestite varie misure di sicurezza, anche per via delle minacce di morte rivolte ai magistrati che hanno condotto le indagini.

Ci sono membri di vari corpi di polizia posizionati sia all’interno che all’esterno dell’aula e passaggi attraverso il metal detector per gli ingressi.

Il processo durerà molti mesi: ci si aspetta una sentenza tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.

Di Admin

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