La nuova politica internazionale: intervista di Tudor Petcu ad Enzo Pennetta

Nato a Roma nel 1960 e laureato in Scienze Biologiche e in Farmacia, Enzo Pennetta insegna dal 1984 Scienze naturali presso una scuola secondaria di secondo grado. Attualmente si occupa di iniziative legate alla didattica delle scienze e di formazione culturale. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo Gli ultimi cavalieri dell’Apocalisse scritto a quattro mani con Stanislao Nievo e il saggio Inchiesta sul darwinismo. Come si costruisce una teoria (Cantagalli, 2011). Nel 2011 fonda e anima il sito Critica Scientifica, dove studia i fenomeni relativi alla scienza, all’informazione e alla geopolitica.

1.) Innanzitutto, vorrei chiederle di presentare la sua prospettiva sulla politica internazionale attuale, in particolare sulla formazione delle nuove potenze mondiali.

Per capire la situazione politica attuale possiamo partire dal momento in cui, nel 1992, il politologo Francis Fukuyama annuncio la cosiddetta fine della storia. Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica le grandi ideologie del ‘900 si potevano dire tutte sconfitte, il fascismo, il nazionalsocialismo e infine il comunismo avevano fallito, restava solo il neoliberismo come modello unico in un mondo unipolare.

Il mondo da quel momento doveva essere uniformato secondo la visione politica liberista e la sua imposizione a tutti i paesi prese venne chiamata “globalizzazione”.

Ma pochi anni dopo era già chiaro che non tutte le nazioni del mondo avrebbero accettato l’omologazione culturale e la sottomissione all’egemonia angloamericana, nel 1996 Samuel Huntington scrisse “Lo scontro delle civiltà”, scontro che infine è avvenuto: la globalizzazione ha incontrato la resistenza sia di culture radicate e forti, sia di realtà religiose come l’Islam, sia di potenze emergenti come Russia e Cina.

Da un semplice sguardo alla carta geografica vediamo che si tratta di uno scontro secolare tra le potenze di mare contro quelle di terra, uno scenario già individuato all’inizio del ‘900 da Halford Mackinder. Le nuove potenze mondiali che si sono affermate, come Russia e Cina, sono quelle definite “di terra” che sono riemerse dopo la fine della Guerra Fredda. Lo scontro tra potenze della globalizzazione e quelle emergenti era inevitabile ed è attualmente in corso, uno scontro giocato secondo i dettami della “guerra senza limiti” e cioè  quella che si attua su diversi piani, su quello economico, su quello culturale e di propaganda e che prevede infine anche quello militare.

2.) Quali sono le realtà più importanti che il suo nuovo libro, “La terza teoria”, cattura? Si può dire che quest’ultimo rappresenti una “monografia” di ciò che la politica del futuro potrebbe rappresentare?

La realtà più importante della Terza teoria consiste nel constatare che Francis Fukuyama aveva ragione nel parlare di “fine della storia” perché sia gli anglo americani che i paesi emergenti si sarebbero ritrovati ad agire all’interno di un sistema unico ispirato al libero mercato, cioè al neoliberismo, un modello al quale non ci sarebbero state alternative, come diceva negli anni ’80 il Primo Ministro inglese Margaret Thatcher: “there is no alternative”.

Il modello neoliberista si ispira alla visione darwiniana del mondo e cioè quella basata sulla competizione e la selezione naturale. Ma a ben vedere anche il fascismo, il nazionalsocialismo e il comunismo si basavano su una visione competitiva darwiniana della storia e della società, questa era una visione comune che io definisco “Seconda teoria politica” che a sua volta aveva sostituito la visione religiosa che definisco ”Prima teoria politica”.

È evidente che se restiamo all’interno della visione darwiniana della Seconda teoria non possiamo aspettarci risultati diversi dalle ideologie novecentesche e giungere infine al superamento di quella residua del neoliberismo.

Superare la visione darwiniana significa riconoscere che in natura il meccanismo che garantisce la sopravvivenza della specie non è la competizione ma la collaborazione. Il neoliberismo adotta la cosiddetta “teoria dei giochi” del premio Nobel per l’economia John Nash secondo la quale bisogna sempre diffidare degli altri e comportarsi come se fossero nemici, ma la stessa teoria di Nash afferma che il vantaggio massimo per tutti sarebbe invece nel cooperare.

L’essere umano è l’unica specie ad avere la parola, possiede il linguaggio simbolico col quale può progettare società diverse, se la società del futuro resterà nel paradigma darwiniano non ci sarà alternativa al neoliberismo, se invece si sposterà verso un paradigma cooperativo, che chiamo “Terza teoria”, si affermerà un mondo costruito intorno all’essere umano e per l’essere umano.

3.) Mi piacerebbe sapere cosa l’ha spinto a scegliere questo titolo per il suo libro e cosa l’ha ispirata e motivata maggiormente nella sua stesura.

L’idea di una nuova teoria politica è stata lanciata nel 2009 dal filosofo russo Aleksandr Dugin il quale individua in comunismo, fascismo e liberismo le tre teorie politiche del 900, conseguentemente ne proponeva una quarta che avrebbe dovuto riallacciarsi alle radici della tradizione superando quelle precedenti.

In quel caso si sarebbe trattato di una “Quarta teoria politica”, la differenza  con il mio approccio sta nel fatto che io do una accezione diversa al termine “teoria politica”, nella mia classificazione si parte da una prima fase dell’umanità che va dall’antichità alla rivoluzione francese, nella quale il riferimento per i rapporti sociali e la fonte del diritto stava nella visione religiosa. Questo è quello che ho chiamato “Prima teoria politica”, dopo la Rivoluzione francese è iniziata una nuova fase nella quale i rapporti sociali e la fonte del diritto si sono spostati su un piano materialistico che prendeva come riferimento i principi della competizione e della selezione naturale darwiniani. Secondo questa classificazione per uscire dalla società neoliberista, che ricordiamo è l’espressione residua della seconda teoria di ispirazione darwiniana, è necessario proporre un nuovo paradigma antropologico: se l’essere umano resta l’hobbesiano “homo homini lupus” della seconda teoria resteremo all’interno di un sistema neoliberista. Se invece vogliamo proporre una società, o meglio delle società, diverse e basate sulla cooperazione è necessario proporre una nuova antropologia dalla quale deriva quello che ho definito “Terza teoria politica” una nuova teoria che non può essere un ritorno ad una visione religiosa, ormai non condivisa da vasti strati della popolazione, ma deve essere una visione antropologica basata su dati oggettivi naturalistici condivisibili da tutti e dai quali emerge che è proprio l’uso della parola a rendere l’essere umano capace di porsi come fine e non come mezzo e di non sottostare ai principi della competizione ma di costruire differenti tipi di società collaborative e tutte di pari dignità.

Da questo consegue direttamente che la Terza teoria è la cornice nella quale è possibile pensare un mondo multipolare.

4.) Data la sua esperienza in politica internazionale, in che misura ritiene che i BRICS potrebbero diventare una valida alternativa a ciò che rappresenta la NATO?

La mia esperienza di politica internazionale l’ho maturata come presidente del comitato “Ripudia la guerra” che ha promosso nel 2023 l’iniziativa di un referendum contro l’invio delle armi in Ucraina e più in generale contro ogni invio di armi ad un paese in guerra. Questo principio in realtà è già presente nella nostra Costituzione ma viene aggirato con una legge specifica che consente delle eccezioni. La raccolta delle firme non ha raggiunto la cifra richiesta per via di un oscuramento da parte dei grandi media, ma avevamo ragione noi perché come drammaticamente abbiamo visto l’invio di armi non ha risolto il problema ma l’ha anzi aggravato e adesso la stessa Ucraina si trova in una condizione sul campo molto peggiore di quella di due anni fa e tragicamente con un numero considerevole di morti in più.

In quell’occasione ho potuto sperimentare direttamente come la volontà di guerra fosse forte e radicata nella classe politica, nessun partito parlamentare ha appoggiato l’iniziativa, quegli stessi partiti che adesso scendono in piazza protestando contro la guerra non hanno fatto nulla quando potevano ma questa non è una specificità italiana, è l’intero Occidente ad essere in ostaggio di una classe dirigente in diretto contrasto con la volontà popolare che persegue una logica di guerra per fini geopolitici che soddisfano solo interessi altrui ma anche per nascondere il fallimento delle loro politiche interne.

In questo quadro l’idea dei BRICS è già un’alternativa valida a quello che rappresenta l’Occidente globalista e liberista, non è possibile però fare un paragone  diretto con la NATO perché i BRICS non sono uniti da un alleanza militare formale ma possiamo dire che la loro collaborazione costituisce un’alleanza di fatto. E come dicevo precedentemente, affinché una realtà multipolare come i BRICS possa affermarsi senza ricadere alla fine in una competizione per il primato del più forte, è necessario abbandonare la seconda teoria politica competitiva darwiniana e abbracciarne una nuova antropologica cooperativa.

5.) Ho sentito spesso parlare di nuove forme di totalitarismo e persino di una possibile alleanza russo-americana, considerata la riluttanza di Donald Trump nei confronti della NATO. Ritiene che una possibile alleanza di questo tipo potrebbe rappresentare una minaccia per l’Occidente?

La storia del XX secolo ci ha insegnato che le alleanze non hanno mai garantito la pace ma sono state al contrario il meccanismo con il quale dei conflitti potenzialmente limitati sono diventati mondiali. È proprio la logica delle alleanze che va messa in discussione, due o più paesi che formano un’alleanza automaticamente si pongono in contrapposizione con i loro vicini  che sono al di fuori dell’alleanza stessa. In questo senso sostengo il referendum propositivo promosso dall’ambasciatore Bruno Scapini che prevede di inserire in Costituzione la neutralità dell’Italia. Riguardo le minacce per l’Occidente possiamo dire che dopo aver reciso le proprie radici storiche e culturali al termine “Occidente” non corrisponde più la realtà tramandata dai secoli precedenti, si tratta ormai di una parola svuotata del suo significato che rimane solo come guscio di un pensiero estraneo e autodistruttivo culminato con l’affermarsi del fenomeno Woke.

L’Occidente è stato espugnato dall’interno, nessuna minaccia può venire dall’esterno ad una civiltà forte e radicata nella propria storia. I paesi europei che sono il cuore della tradizione occidentale potranno recuperare il loro significato e la loro forza solamente all’interno di un quadro teorico che riconosce il valore delle diverse identità e la ricchezza portata dal coesistere di diversi popoli in cooperazione tra di loro. All’interno della seconda teoria politica quello che chiamiamo Occidente, e ancor di più il concetto di Europa, è destinato a dissolversi in un indefinito globalismo, la salvezza di quello che è l’Occidente storico sta in un cambio di paradigma da cui tragga origine una nuova teoria politica.

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