De Ficchy Giovanni

Sei giorni dopo l’inizio dell’attacco israeliano all’Iran, le domande superano ancora le risposte: quali sono le motivazioni e gli obiettivi di Israele e quali quelli degli Stati Uniti?

Resta poi aperta la questione di chi siano gli aggressori e gli aggrediti, a cui si cerca fin troppo di dare risposta.

Il fronte “occidentale” – riunitosi brevemente prima dell’uscita di Donald Trump dal G7 – sostiene che l’Iran sia l’aggressore e che Israele si stia difendendo.

Al contrario, il fronte “anti-occidentale”, ancora più frammentato, è altrettanto convinto che Israele sia l’aggressore e che l’Iran stia solo agendo per autodifesa.

Questa prospettiva ignora la complessa rete di alleanze e rivalità regionali, riducendo il conflitto a una semplice dicotomia.

Entrambe le narrazioni, pur offrendo una comoda semplificazione, trascurano le sfumature della situazione e le responsabilità condivise dei diversi attori coinvolti.

La realtà è che il conflitto israelo-palestinese e le tensioni tra Iran e Israele sono il risultato di decenni di storia, politiche complesse e interessi contrastanti, e nessuna delle due parti detiene il monopolio della verità o della virtù.

Entrambe le versioni hanno le proprie ragioni e le proprie sofferenze da raccontare.

Cercare un capro espiatorio o semplificare eccessivamente la situazione non fa altro che alimentare l’odio e ostacolare la possibilità di una pace duratura.

È necessario un approccio più sfumato, che riconosca le legittime preoccupazioni di tutti gli attori coinvolti e promuova il dialogo e la comprensione reciproca.

Solo così si potrà sperare di superare le divisioni e costruire un futuro più stabile e pacifico per la regione.

Questo è uno di quei casi in cui il cosiddetto diritto internazionale si trova in un vicolo cieco – o meglio: in cui il diritto internazionale dimostra di esistere solo in quanto strumento di potenza degli uni e degli altri.

Giuristi politici trovano argomenti a favore di entrambe le parti: considerare l’Iran una minaccia dal 1979 giustifica la difesa di Israele; evidenziare i negoziati sul nucleare in corso da anni fa apparire Israele come aggressore e l’Iran come aggredito.

“La questione è complessa e si presta a letture opposte a seconda della prospettiva adottata.

C’è chi sostiene che la retorica anti-israeliana e il sostegno a gruppi militanti da parte dell’Iran giustifichino una politica di fermezza e supporto incondizionato a Israele.

Altri, invece, pongono l’accento sulla necessità di un approccio diplomatico e negoziale, argomentando che le azioni di Israele, percepite come provocatorie, minano la possibilità di una soluzione pacifica e rafforzano la narrativa iraniana di vittima di aggressioni esterne.

In definitiva, la dialettica tra ‘minaccia’ e ‘aggressione’ è uno strumento retorico potente, utilizzato da entrambe le parti per legittimare le proprie azioni e delegittimare quelle dell’avversario.

Quindi le domande sono numerose, e chi afferma di avere risposte certe o è già schierato da una parte o dall’altra, oppure si sta schierando.

Cosa vuole Israele?

Il motivo esatto è sconosciuto, poiché il governo ha offerto tre diverse giustificazioni nei primi tre giorni del conflitto: inizialmente, distruggere il potenziale nucleare dell’Iran; il giorno successivo, distruggere le sue capacità nucleari e militari, compresi i missili; e il terzo giorno, l’obiettivo più o meno esplicito è diventato un cambio di regime, con un appello alla popolazione bombardata a realizzarlo.

Cosa vogliono gli Stati Uniti?

Qui, il mistero s’infittisce il tycoon in un primo momento, ha voluto il dialogo, ora invita gli ayatollah a fermarsi o darà l’ok a colpirli.

Trump chiede la resa incondizionata dell’Iran, una richiesta che preclude i negoziati e rischia un’escalation nucleare del conflitto con Israele.

Lui vuole sostanzialmente, esercitare un ruolo di leadership nell’ordine internazionale, promuovendo la democrazia, i diritti umani e il rispetto del diritto internazionale.

Mantenere e accrescere la propria influenza e potere a livello globale, sia in termini economici che militari.

Questo si traduce in un impegno per la cooperazione internazionale, il multilateralismo e il sostegno a alleanze e organizzazioni internazionali.

Includendo nei compiti anche la lotta al terrorismo, la prevenzione della proliferazione nucleare e la gestione di conflitti regionali che potrebbero minacciare la stabilità globale.

Se l’Iran dovesse ricorrere a misure estreme come bombardare infrastrutture energetiche regionali, chiudere (seppur improbabile) lo stretto di Hormuz, o attuare altre ritorsioni, gli Stati Uniti sarebbero costretti a intervenire, offrendo a Donald Trump una via d’uscita dalle sue difficoltà.

Di Admin

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