
Al-Qaeda non era solo un’organizzazione terroristica o una rete militare segreta.
Era, soprattutto, una macchina ideologica.
Una struttura transnazionale e dottrinale che non solo compiva attacchi, ma seminava idee, plasmava percezioni, produceva simboli e generava discorsi di portata globale.
Ciò che la rendeva particolarmente pericolosa non era solo la sua capacità di uccidere, ma anche la sua capacità di ispirare, reclutare e convincere. E lo faceva facendo leva su un’interpretazione radicale, escludente e combattiva dell’Islam, profondamente influenzata dalle dottrine del salafismo e del wahhabismo.

Il salafismo è un movimento all’interno dell’Islam sunnita che promuove un ritorno alle pratiche religiose dei primi musulmani (i “salaf”, ovvero i “pii antenati”), considerati esempi di purezza dottrinale.
Rifiuta l’innovazione (bid’a), la modernità secolare, il pensiero interpretativo critico (ijtihad) e qualsiasi forma di sincretismo culturale o spirituale.
Il suo obiettivo è ricostruire una società islamica idealizzata, precedente al colonialismo, al liberalismo e al moderno nazionalismo arabo.
Il wahhabismo, da parte sua, è una variante rigorosa e letteralista del salafismo, emersa nel XVIII secolo nella penisola arabica, in alleanza con la famiglia saudita.
Predica una visione profondamente puritana, intollerante verso altre interpretazioni dell’Islam (tra cui il sufismo e lo sciismo), ed estremamente rigorosa nei suoi codici morali e sociali.
Fu questo movimento a istituzionalizzarsi in Arabia Saudita dopo la fondazione del regno, e a permeare ogni aspetto, dalle scuole alla legislazione, incluso il clero ufficiale.
Gli ideologi di Bin Laden e di al-Qaeda attingevano a entrambe le fonti, ma non si limitavano a replicarle. Le radicalizzavano, politicizzavano e militarizzavano.
Attraverso una sintesi di dogma religioso e analisi geopolitica, trasformavano la teologia in una strategia di guerra.
L’Islam non era più solo un percorso spirituale: era un campo di battaglia globale, e ogni musulmano doveva scegliere da che parte stare.
In questa visione binaria, coloro che non combattevano al fianco dei mujaheddin erano complici passivi del nemico. Persino i musulmani stessi potevano essere considerati apostati se sostenevano governi alleati dell’Occidente o non difendevano attivamente la jihad.
Il nemico, in questa visione del mondo, non era un paese, nemmeno un esercito.
Era un sistema planetario: gli Stati Uniti come simbolo del potere imperiale; Israele come incarnazione dell’espropriazione e dell’occupazione; l’Europa come eredità del colonialismo; la Russia come oppressore dei musulmani in Cecenia; le monarchie del Golfo come ipocriti guardiani della Mecca, che vivevano nel lusso e stringevano patti con gli “infedeli”; l’Egitto e la Giordania come regimi fantoccio.
Per Al Qaeda, facevano tutti parte dello stesso sistema di civiltà che doveva essere distrutto dall’interno e dall’esterno.
Ma ciò che distingueva al-Qaeda dai precedenti gruppi jihadisti (come la Jihad Islamica egiziana o il GIA algerino) era il fatto che non si concentrasse esclusivamente sui conflitti locali. Bin Laden trascendeva la dimensione territoriale e proponeva una jihad senza confini, una crociata globale contro un “nemico di civiltà” che, a suo avviso, dominava il mondo e corrompeva l’Islam dalle sue fondamenta.
Quest’idea – semplice, assoluta ed emotivamente potente – si rivelò esplosiva.
La jihad non era più una lotta per la Palestina, l’Afghanistan o il Kashmir.
Era una guerra contro uno stile di vita globale, contro valori universali come la democrazia, l’uguaglianza di genere, la laicità, la libertà religiosa e la convivenza culturale.
Questa ideologia si è trasmessa come un virus narrativo.
Non necessitava di strutture statali, né di uffici centrali, né di eserciti regolari. Bastavano una connessione internet, un discorso videoregistrato di Bin Laden, una traduzione mal interpretata del Corano e un giovane frustrato, emarginato o fanatico.
Così, l’ideologia è diventata un franchising: poteva essere replicata a Parigi, Londra, Il Cairo, Giacarta o Tripoli. Il messaggio era chiaro e si riduceva a una scelta manichea: o combatti i nemici dell’Islam o ne diventi parte.
La chiave del suo successo risiedeva nella sua adattabilità.
Al-Qaeda non imponeva una rigida struttura organizzativa. Permetteva a cellule autonome, persino a singoli individui, di agire in suo nome se condividevano la stessa ideologia.
Questo era ciò che gli analisti iniziarono a chiamare “leadership per ispirazione”. Al-Qaeda non controllava tutti gli attacchi compiuti sotto la sua bandiera, ma ne ispirava la logica, i metodi, l’estetica dell’orrore.
La violenza cessò di essere un mezzo e divenne un fine simbolico e mediatico.
Ogni esplosione, ogni decapitazione, ogni messaggio registrato faceva parte di una guerra psicologica.
Le vittime venivano scelte non solo per la loro nazionalità o religione, ma per il loro valore comunicativo.
Il terrore doveva essere diffuso come un messaggio: “Nessuno è al sicuro.
La guerra non è tra nazioni, ma tra mondi”.
Attraverso questa costruzione ideologica, al-Qaeda ha raggiunto un risultato che pochi gruppi estremisti avevano raggiunto prima: creare un’identità transnazionale per il combattente jihadista. Per i suoi membri, etnia, lingua, origine o classe sociale non avevano importanza.
Era sufficiente condividere una visione: l’Islam è sotto assedio e l’unico modo per difenderlo è la violenza totale.
Quest’idea piaceva ai giovani musulmani delle periferie europee, così come ai veterani di guerra, ai disertori dell’esercito, ai medici, agli ingegneri e ai contadini analfabeti.
Nella sua narrazione, morire non era una sconfitta, era una vittoria. Il martire era l’eroe per eccellenza, e la vita terrena aveva senso solo se contribuiva al trionfo della ummah (comunità islamica) sui “crociati”.
Questa glorificazione della morte per una causa creò una mistica del sacrificio che si diffuse efficacemente tra giovani alienati, assetati di identità e di uno scopo.
Così, al-Qaeda divenne più di un semplice gruppo terroristico: divenne un’ideologia mobilitante, una proposta di significato totalizzante per coloro che si sentivano esclusi dal mondo moderno.
Era una promessa di appartenenza, redenzione ed eroismo, anche se il prezzo era il sangue, proprio e altrui.
Comprendere questa ideologia non significa giustificarla, ma piuttosto smascherarla, analizzarne la genesi, la struttura, il fascino e il linguaggio.
Perché è il cuore dell’11 settembre, la forza motrice che ha spinto 19 uomini a schiantarsi contro torri e simboli.
E finché questa ideologia sopravviverà, finché continuerà a mutare in nuovi nomi, nuovi scenari, il fantasma dell’11 settembre continuerà a minacciare il XXI secolo.
