De Ficchy Giovanni

Da un luogo nascosto, dove la geografia si confonde e il tempo si misura in rischi, María Corina Machado alza la voce con la fermezza di chi è sopravvissuto all’assedio. La leader dell’opposizione più in vista, e anche la più perseguitata, affronta la repressione con la convinzione che il regime di Nicolás Maduro sia al tramonto. “È irreversibilmente indebolito”, dichiara, come se sentisse già l’odore della fine tra le crepe di un Paese assediato.
Il Venezuela si avvicina alle elezioni municipali, segnate da farsa e vuoto. La maggioranza dell’opposizione non partecipa. Non ci sono garanzie, né arbitri credibili, né una vera competizione. La grande battaglia, quella che valeva la pena combattere, è stata già combattuta il 28 luglio 2024, quando Edmundo González fu eletto dalla maggioranza e ignorato da chi era al potere. Per Machado, quel giorno il miraggio chavista si è infranto: “Il rifiuto è stato registrato a verbale. La caduta potrebbe richiedere tempo, ma è scontata”.

Mentre il Paese vota in un teatro vuoto, la vera politica si combatte nell’ombra. Ed eccola lì, in una sorta di esilio interiore, circondata dalle assenze: collaborazionisti incarcerati o esiliati, centinaia di oppositori perseguitati, migliaia di cittadini ridotti al silenzio. “Più di 2.000 arresti solo nell’ultimo anno. Quasi 1.000 prigionieri politici, tra cui donne, anziani e disabili”, elenca con rabbia contenuta. “Stiamo vivendo la più brutale escalation di repressione degli ultimi decenni”.
Ma in mezzo all’oscurità, Machado vede delle crepe. “Nessuno nel regime si fida di nessuno, men che meno del popolo venezuelano. Lo temono”. Indica una forza che non fa notizia ma che sta crescendo sottotraccia: una cittadinanza determinata che ha votato, resistito e organizzato senza mezzi, senza risorse, senza microfoni. “Abbiamo vinto senza soldi, senza televisione, senza comizi. I social media erano la nostra unica arma, ed è per questo che ora il regime vuole distruggerli”.
Nella sua analisi, il regime ha perso più che voti: ha perso alleati. Cina, Russia e persino l’Iran hanno iniziato a guardare dall’altra parte. Maduro, afferma, non è più una priorità geopolitica. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inasprendo la loro posizione. “L’amministrazione Trump ha capito che la stabilità regionale dipende dall’eliminazione della minaccia criminale rappresentata da Maduro”, afferma. E pur riconoscendo che ogni democrazia può negoziare, insiste: “Deve essere fatto da una posizione di forza”.

Ma né le sanzioni né il sostegno internazionale sono sufficienti. Il vero punto di rottura, afferma, verrà dall’interno.
E la chiave sta nel regime frammentato e in un settore militare sempre più disilluso. “Questo regime ha distrutto le Forze Armate Nazionali. Circa il 60% dei militari ha votato per Edmundo González. Solo la leadership corrotta resiste”.
Machado non nasconde il suo disprezzo per coloro che, come Henrique Capriles, hanno intrapreso “altre strade”. Per lei, l’unità non ammette mezze misure. “Abbiamo una leadership chiara e legittima. Un mandato sovrano. Chiunque non si allinei ad esso non lavora per il popolo”. Il suo progetto si chiama Venezuela Tierra de Gracia ( Venezuela, Terra di Grazia), una tabella di marcia che propone di smantellare l’apparato criminale che strangola l’economia, attrarre investimenti, ripristinare le infrastrutture, ricostruire l’assistenza sanitaria e le pensioni e trasformare il Paese in un polo energetico anziché in un santuario della criminalità.
A suo avviso, il chavismo non è più un problema venezuelano: è ormai una minaccia regionale. Gruppi armati come l’ELN e i dissidenti delle FARC operano dal territorio venezuelano con la complicità ufficiale, alimentando una rete di narcotraffico che collega la politica alla criminalità organizzata. “Questo è forse il problema principale dell’America Latina oggi”, avverte.
Machado esprime la sua gratitudine per il sostegno di governi come quello di Javier Milei in Argentina e quello di Gabriel Boric in Cile. Lancia un monito diretto alla sinistra democratica mondiale: “Non possono continuare a rimanere in silenzio di fronte a un regime che viola i diritti umani, commette crimini contro l’umanità e ignora la volontà del popolo”.
Di fronte alla tragedia dell’esodo, uno dei più grandi del pianeta, non esita a ritenere il regime responsabile della privazione di milioni di documenti, proprietà e dignità.
Ma il suo obiettivo è chiaro: che questo transito sia temporaneo. “Vogliamo che tutti i venezuelani tornino in un Paese libero e che anche gli stranieri possano venire e approfittare delle nostre opportunità”.
In mezzo a tutto questo, si rifiuta di cedere allo scoraggiamento. A coloro che hanno perso la fiducia nel cambiamento, trasmette un messaggio di serena, quasi silenziosa, ma ferma resistenza: “A volte, quando una battaglia è ancora in corso, non sai se stai vincendo. Ma la vittoria può arrivare inaspettatamente. E in Venezuela, noi democratici stiamo vincendo. Anche se può sembrare il contrario, i giorni di questo regime sono contati”.
Così parla María Corina Machado, nascosta.
Come chi cammina già sulle rovine del regime, mentre le macerie continuano a cadere.
Come chi sa che ogni notte non finisce mai.

