La differenza tra viaggiatore e turista non è soltanto questione di termini, ma di sguardo, di disposizione interiore, di rapporto con l’alterità. Il viaggiatore è colui che si mette nei panni dell’altro, che si lascia interrogare dal popolo e dal luogo che incontra. Egli percepisce che il mondo non è addomesticato, che la realtà è spesso ostile, che spostarsi significa esporsi al rischio. Viaggiare è, in fondo, pericoloso: ogni viaggio autentico comporta una trasformazione, e chi torna da esso non è mai lo stesso.
Oggi, però, i viaggi nel senso profondo del termine non esistono quasi più. Gli italiani, per secoli, sono stati grandi viaggiatori non perché dotati di una solida identità nazionale, ma proprio per il contrario: per secoli hanno vissuto in una terra frammentata, molteplice, senza uno Stato unitario ben definito. Questo li spingeva ad attraversare mari e continenti alla ricerca di un altrove in cui riconoscersi o da cui imparare.
Il turismo di massa, invece, nasce con gli inglesi e si fonda su un principio diverso: la presenza inconsapevole sul territorio. Non vi è immersione, non vi è rischio, non vi è messa in gioco personale. Al contrario, il turismo veicola la sensazione che il mondo sia pacificato, uniforme, rassicurante. Un resort non è mai il luogo che si dice di visitare, ma una sua copia edulcorata, costruita per proteggere l’ospite da ogni confronto reale.
Il turista parte e torna identico a sé stesso. L’esperienza turistica non lo cambia, non scalfisce le sue certezze, non lo obbliga a ripensarsi. È consumo di spazi e di immagini, non attraversamento autentico di culture e di destini. Per questo il turismo resta, fondamentalmente, un fattore di business, un’industria del tempo libero che promette comfort e intrattenimento, ma non conoscenza né metamorfosi.
Il viaggio, al contrario, resta — anche oggi, in forme sempre più rare — l’esperienza che mette a rischio, che destabilizza, che strappa dalla sicurezza del già noto. È incontro con la differenza, confronto con l’ostilità del mondo, immersione in un altrove che non rassicura ma inquieta. Per questo, tornare da un viaggio significa essere diversi, rinnovati, consapevoli che ogni confine attraversato è anche una soglia interiore varcata.
