De Ficchy Giovanni

Immaginate di essere all’interno di una sala riunioni aziendale, circondati da colleghi ansiosi di ascoltare una presentazione.
Si alza in piedi un collega che, nonostante gli sforzi e i corsi di perfezionamento, è noto per la sua incapacità di catturare l’attenzione.
Il suo nome?
Kamala.
No, non il vostro collega fittizio, ma Kamala Harris, Vicepresidente degli Stati Uniti, la cui carriera a volte sembra somigliare a una serie di presentazioni infelici.
Dopo quattro anni di servizio come Vicepresidente e con un passato da Senatrice, ci si potrebbe aspettare che Kamala avesse affinato le sue capacità di comunicazione.
Le opportunità di brillare sotto il riflettore non le sono mancate.
Ha avuto accesso a coach di immagine, speechwriter esperti, strateghe politiche di primo piano e, cosa più importante, a budget illimitati. Eppure, lo spettacolo è rimasto invariato: un mix di nervosismo, risate inopportune e balbettii che farebbero venire i brividi al più paziente degli ascoltatori.
Immaginatela mentre tenta di presentare una nuova iniziativa, oscillando fra un sorriso imbarazzato e frasi che sembrano recitate da un copione scritto da un gruppo di principianti.

Ogni parola sembra una lotta, ogni idea espressa viene accolta con una certa perplessità.
Sì, la sua comunicazione ha il potere di far sembrare i discorsi di un neolaureato a un colloquio di lavoro come quelli di Martin Luther King.
Se pensate che la sua goffaggine dipenda dalle sue idee politiche, vi sbagliate di grosso.
Anche i politici più controversi possono conquistare il pubblico se riescono a comunicare in modo efficace.
Ma se parliamo di Kamala, il problema non sta nelle sue posizioni politiche.
È più una questione di prestazione da palco: ogni volta che parla, sembra di assistere a una commedia dell’assurdo.
È come se stesse interpretando un ruolo in un film di Woody Allen, dove le battute comiche arrivano sempre nel momento meno opportuno.
Il vero fulcro della faccenda sta nella sua apparente incapacità di imparare dai propri errori.
Nelle sale riunioni, come nella vita reale, la crescita personale richiede un certo tipo di elasticità mentale: la capacità di adattarsi, di costruire su feedback e di migliorare.
Se raggiungi la soglia dei cinquanta e sessant’anni senza aver sviluppato queste competenze, il risultato è una rigidità imbarazzante, una sorta di “modulo precompilato” dell’oratore inadeguato, che si rifiuta di evolvere.
Ogni volta che apre bocca, ci si aspetta una sorpresa, ma mai quella giusta.
Piuttosto, le sue risposte tendono ad essere una combinazione di cliché politici e luoghi comuni, il che la rende simile a un computer che, nonostante sia collegato a Internet, continua a cercare di accedere a una rete dial-up.
Il risultato?

Un disastro quasi comico, dove le risate incongrue diventano il suo marchio di fabbrica.
Quella risata!
Sembra il cinguettio di un passerotto in fase di crisi esistenziale.
E così, ci troviamo a riflettere su un futuro che potrebbe sembrare un po’ triste, ma non necessariamente alcolico.
Se Kamala fosse un drink, sarebbe probabilmente un cocktail mal riuscito: ingredienti di alta qualità mescolati in modo approssimativo, serviti in un bicchiere rotto.
Qualcosa che promette bene ma fallisce nel finale, lasciandoci con un retrogusto di (ironica) malinconia.
In definitiva, la carriera politica di Kamala Harris è un monito per tutti noi.
Non importa quanto talento o risorse tu abbia a disposizione, se non riesci a comunicare in modo efficace, si rischia di essere ricordati non come leader, ma come l’intrattenitore che si presenta a una festa e finisce per disporre il karaoke in modo così tragicamente errato che tutti scappano dalla stanza.
Speriamo solo che, con l’aiuto di qualche buon terapeuta o di una brillante strategia di comunicazione, possa finalmente imparare a ballare al ritmo giusto!
