De Ficchy Giovanni

Ah, Cuba!

L’isola della libertà, del mare turchese, delle spiagge da sogno… e dei lavori forzati che superano ogni immaginazione.

Secondo l‘ONG Prisoners Defenders (una fonte chiaramente attendibile, visto che non fa altro che denunciare la situazione in cui vivono circa 60.000 prigionieri), quasi la metà della popolazione carceraria è impegnata in attività lavorative che definire discutibili sarebbe un eufemismo.

Qui non stiamo parlando di lavori leggeri, del tipo “ti aiuto a portare la spesa”.

No, qui si parla di condizioni che, per usare un linguaggio delicato, sono “disumane e di sfruttamento”.

Sì, perché se c’è una cosa che Cuba fa bene, è sicuramente il lavoro forzato.

Facciamo un passo indietro: l’ONG ha pubblicato un rapporto di ben 42 pagine, basato su interviste con ex detenuti.

E cosa ci dicono queste interviste?

Che i prigionieri, sia politici che comuni (sì, perché in Cuba, chi non applaude il governo è automaticamente un “politico”), lavorano mediamente 63 ore alla settimana.

E nonostante ciò, le loro vite non sembrano prendere la piega giusta!

Forse stavano aspettando un invito a un festival della musica cubana.

Chissà.

Ma tornando al punto, gli intervistati affermano di non avere né strumenti adeguati né pause di riposo.

In pratica, se hai malattie croniche o infortuni, a Cuba sei fortunato se riesci ad alzarti dal letto.

Ma non temere!

Le minacce e la violenza fisica sono sempre lì a fare compagnia.

Vuoi davvero sentirti vivo?

Prova a lavorare senza alcuna protezione, anzi, ti offrono un bel po’ di “motivazione” tramite ritorsioni.

Chi ha bisogno di un contratto quando puoi avere l’adrenalina dell’incertezza?

Un’altra chicca del rapporto riguarda il carbone di marabù, una preziosa risorsa per l’isola… non per i detenuti, ovviamente.

Il carbone di marabù è così prezioso che nel 2023 Cuba ha esportato carbone per 61,8 milioni di dollari, diventando il sesto maggiore esportatore mondiale.

Ma per ogni sacco venduto in Spagna, i detenuti ricevono meno di un centesimo.

Giusto, vero?

Non vogliamo rovinare l’economia, non importa se i prigionieri siano costretti a lavorare.

E mentre i rivenditori spagnoli si arricchiscono, la maggior parte dei prigionieri fatica a sopravvivere.

Ma, per favore, non parliamo di schiavitù – è solo business!

Dopotutto, chi non vorrebbe comprare carbone “etico”, sapendo che dietro c’è un sistema di sfruttamento perfettamente oliato?

L’ONG non si ferma qui. Indaga anche sulla produzione di sigari, sostenendo che il 7,5% di questi prelibati articoli sono realizzati da detenuti.

Sì, quei famosi sigari cubani, simbolo di lusso e prestigio, hanno un retrogusto un po’ amaro, non trovi?

Immagina di gustare un Cohiba sapendo che dietro c’è un detenuto costretto a produrlo.

In definitiva, l’unico incentivo che Cuba ha per continuare questa danza macabra è il profitto.

Gli europei, con il loro “buon gusto”, continuano a importare carbone di marabù, ignorando – o forse facendo finta di ignorare – l’origine “dolorosa” del prodotto.

E noi, consumatori allegramente inconsapevoli, continuiamo a sostenerli.

Che dire?

Facciamo un brindisi col nostro succo d’ananas tropicale mentre assaporiamo i sigari e il carbone cubano.

Non c’è niente come il gusto del profitto, specialmente quello “ottenuto” in maniera così… creativa.

Lavoro forzato?

Schiavitù?

Chiamalo come vuoi.

È il prezzo della nostra modernità.

Di Admin

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