
Il Nobel per la Pace a Maria Corina Machado: Un Cortocircuito Ideologico?
Il conferimento del Nobel per la Pace a Maria Corina Machado, principale esponente dell’opposizione venezuelana, ha scatenato un clamore che abbatte anche le più solide difese ideologiche del panorama politico contemporaneo. Di fronte a una sinistra confusa e in crisi d’identità, il premio sembra essere l’innesco di un nuovo cortocircuito che rischia di acutizzare le divisioni interne.
In un angolo si trova una frangia nostalgica che ha sempre portato orgogliosamente kefia e bandana, sperando forse di rianimare un passato glorioso che non tornerà mai più.
Questi militanti della “sinistra pura” si oppongono con fervore al travaso nella cosiddetta sinistra ZTL, che, pare, si preoccupa più di diritti umani e matrimonio tra persone dello stesso sesso piuttosto che di combattere contro l’odiatissimo imperialismo americano.
Loro, fondamentalisti della lotta ideologica, sognano di sostituire i congressi, quel fastidio burocratico, con le assemblee nei centri sociali, dove ogni dibattito è una battaglia contro il “vile Occidente”.
Ma chi è Maria Corina Machado?
Una donna che, nella sua ostinata opposizione al regime di Nicolás Maduro, ha trovato alleati insospettabili tra forze di destra europee e sudamericane, incurante delle accuse di tradimento da parte degli autoctoni ideologici.
La colpa più grave che le si addebita, tuttavia, è la sua accusa di “antichavismo”.
Qui, il realismo politico cede il posto all’ideologia pura, creando fratture che si riflettono nei social media più che nelle assemblée dei centri sociali.
Eppure, il silenzio del Movimento 5 Stelle merita un’analisi approfondita.
Sembra quasi di assistere a una scena tragicomica: mentre il PD si divide tra favorevoli e contrari, la discesa nel silenzio del M5S rivela una verità imbarazzante.
Tra il desiderio di modificare i poteri interni, guidati dal Conte riformista, e l’immancabile attaccamento a quel populismo terzomondista che fa parte del DNA delle vecchie guardie, il movimento si muove come un pesce fuor d’acqua.
Nonostante alcuni suoi esponenti abbiano intrapreso viaggi a Caracas e Mosca, presentandosi come paladini della sovranità popolare, la questione rimane spinosa.
Come possono sostenere Machado e, al contempo, omaggiare Maduro e Putin?
Questa apparente contraddizione è un elegante esempio di quella schizofrenia politica che caratterizza non solo il M5S, ma gran parte della sinistra italiana.
E mentre Giorgia Meloni, firmataria della Carta di Madrid insieme a Machado e altri esponenti della destra sudamericana, cerca di barcamenarsi, le sue ostentate alleanze internazionali la costringono a non esultare troppo.
Dopotutto, Trump deve essere tenuto buono.
In un’Italia piccolissima, dove le ideologie si mescolano come ingredienti in un cocktail mal riuscito, può sembrare che il Nobel per la Pace si trasformi in una scossa elettrica, rivelando le contraddizioni di un campo largo che brancola nel buio.
Il premio a Machado non è solo un riconoscimento; è un monito.
In un mondo in cui la narrativa della pace è diventata un’arma da utilizzare contro il colonialismo statunitense, è raro vedere qualcuno che la utilizzi per combattere il neo-imperialismo sanguinario di regimi come quelli di Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang.
E quando la parola “pace” diventa un randello, è chiaro che ci troviamo in un contesto in cui il discorso è dominato da una dialettica anacronistica.
Questo Nobel è una sconfitta per i tanti che, per ingenuità o complicità, si sono aggrappati a battaglie di retroguardia, rifugiandosi in un’ideologia che sta perdendo consistenza.
È un segnale che sarebbe miope non cogliere: la vera sfida del nostro tempo non è più tra destra e sinistra, né tra capitalismo e socialismo, ma tra democrazia e autocrazia.
La dicotomia che si sta delineando è tra libertà e oppressione, tra una pace costruita sulla forza del diritto e la sopraffazione che vorrebbe imporsi attraverso il diritto della forza.
In tutta questa confusione, il Nobel per la Pace a Maria Corina Machado rappresenta una chiamata alla responsabilità, un’invocazione a riconsiderare le nostre battaglie e i nostri alleati.
È un riconoscimento a quella “pace giusta”, che non può esimersi dal tenere conto di tutte le forme di oppressione, sia essa perpetrata dal cosiddetto imperialismo occidentale o dai despoti che, sotto mentite spoglie, negano ai loro popoli le libertà fondamentali.
Concludendo, mentre la sinistra continua a interrogarsi sulla sua identità e il M5S cerca di ritrovare un equilibrio su un terreno politicamente scivoloso, è chiaro che il Nobel a Machado è una chiave per interpretare il presente e pianificare il futuro.
È ora di mollare le bandiere e concentrare le energie su battaglie veramente significative, quelle che promuovono i diritti umani e la democrazia, indipendentemente dalla provenienza geografica o dall’affiliazione politica.
Perché la pace degna di questo nome è quella che coglie l’urgenza della libertà e dell’autodeterminazione per tutti.
