A.D. MMXXV

C’è un sussurro che serpeggia nelle notti italiane, tra le luci stroboscopiche dei locali e i riflessi azzurri degli schermi dei telefoni: è il suono dell’incoscienza, di una generazione che crede di sapere tutto e invece non sa nulla.

I numeri sono spietati, come un referto clinico che non lascia scampo: tra gli under 25 italiani, le malattie sessualmente trasmissibili stanno esplodendo. Gonorrea: +50%. Clamidia: +25%. Sifilide: +20%. Malattie che credevamo appartenere a un passato remoto, tornano ora come spettri in un presente che ha smarrito la prudenza.

E intanto, nel silenzio delle case, si consuma il fallimento di un’educazione mai nata. “Ne parleremo quando sarai più grande”, “usa la testa”, “stai attento” — frasi che rimbalzano vuote tra i muri domestici, sostituti pallidi di un dialogo che non arriva mai. La famiglia, baluardo della tradizione, tace. La scuola evita. I social confondono. E i giovani, soli, cercano risposte nei luoghi peggiori: nei motori di ricerca, nelle chat, nelle esperienze fatte troppo presto e con troppa poca consapevolezza.

Non è solo un problema sanitario. È un segnale culturale, quasi apocalittico. Una civiltà che teme di nominare il corpo, che trasforma il sesso in tabù o in merce, finisce per essere divorata dall’ombra del proprio silenzio.

Nelle città italiane, negli ambulatori, nei laboratori d’analisi, i numeri crescono come febbri ignorate. Ogni caso di sifilide è un atto d’accusa, ogni tampone positivo un grido che nessuno ascolta.

È l’Italia dell’“educazione in famiglia”, dove si confonde la purezza con la paura, la moralità con l’omertà. Ma dietro le porte chiuse, tra i giovani che ballano, si baciano e si perdono nella notte, c’è un virus invisibile: l’ignoranza.

E forse, prima che le statistiche diventino necrologi, sarà necessario fare ciò che non è mai stato fatto davvero: insegnare. Parlare. Rompere il silenzio.

Perché il contagio peggiore non è la malattia — è la vergogna che impedisce di prevenirla.


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