L’origine dell’odio tra Israele e Palestina

Di Michele Rignanese

Partendo dal terribile attentato terroristico del 7 ottobre, perpetrato da Hamas, che ha causato centinaia di vittime civili e militari israeliane, oltre a numerosi ostaggi, e dalla successiva risposta di Israele nella Striscia di Gaza, con la morte di decine di migliaia di palestinesi — tra cui un numero spaventoso di donne e bambini — cerchiamo di capire, con un’analisi storica dettagliata, da dove nasce tutto questo odio.

È un concetto sottile e difficile da cogliere, che richiede la capacità di ammettere i nostri errori. Il terrorismo internazionale è un “cane che si morde la coda”, spesso generato e poi combattuto con soluzioni inadeguate. Ma non ne usciremo mai se non comprenderemo le radici profonde di questo odio. Coloro che combattiamo — spesso persone a cui abbiamo inflitto torti immani per decenni, se non per secoli — non reagiscono né ragionano con i nostri tempi storici o con la nostra paura della morte. Hanno una visione della vita e dell’esistenza radicalmente diversa, rendendo l’idea di sconfiggerli una mera illusione.

La storia non inizia dove ci è comodo raccontarla. Se fossimo correttamente informati su ciò che è accaduto in Palestina negli ultimi cento anni, comprenderemmo che la questione israelo-palestinese è al centro delle motivazioni di tutti i movimenti islamici radicali. Osama Bin Laden stesso, interrogando i giovani aspiranti jihadisti, riceveva un’unica risposta alla domanda sul perché si unissero alla guerra santa: “La Palestina”.

Siamo figli di un mondo di colonialisti. L’Europa ha colonizzato il pianeta, compiendo azioni brutali. Alla fine del XIX secolo, l’avanzamento delle culture parlamentari e legali in Europa portò a interrogarsi sul diritto di conquistare terre altrui. Alla Conferenza di Berlino del 1884-1885 si stabilì che, in assenza di una struttura sociale riconosciuta (monarca, città, tribù), una terra poteva essere considerata “terra nullius” — terra di nessuno.

Fu con questa mentalità che i primi colonialisti ebrei europei arrivarono in Palestina tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Era nato in Europa il movimento sionista, un movimento nazionalista che mirava a dare una casa al popolo ebraico disperso. Inizialmente furono considerate altre opzioni, come l’Egitto, gli Stati Uniti o l’Argentina, ma la Palestina divenne l’ultima scelta.

Questi sionisti, perlopiù laici, trovarono in Palestina contadini arabi che coltivavano la terra da secoli; ma, in assenza di una struttura statale moderna, la considerarono “terra di nessuno”. Leader sionisti come Chaim Weizmann e Israel Zangwill (autore della famosa frase “la Palestina è una terra senza popolo, e noi siamo un popolo senza terra”) esprimevano apertamente una visione razzista, che considerava gli arabi inferiori.

Questa nozione profondamente razzista è rimasta a fondamento dell’ideologia che ha portato alla nascita dello Stato di Israele e permane nella mentalità israeliana, come dimostrano sondaggi in cui il 53% degli israeliani ritiene che si debbano negare i diritti civili agli arabi. Eppure, gli arabi vivevano lì da secoli, spesso in armonia con gli ebrei ottomani, non sionisti, presenti nella regione. Testimonianze ebraiche, come quella dell’umanista Ahad Ha’am nel 1891, denunciano la crudeltà, l’ostilità e la violazione dei territori arabi da parte dei primi coloni sionisti.

A complicare il quadro intervennero gli inglesi. Dopo la Prima guerra mondiale, la Palestina, sottratta all’Impero Ottomano, passò sotto mandato britannico. Ci fu una chiara affinità tra inglesi e sionisti; figure come Winston Churchill, seppur giovanissimo, erano già grandi sostenitori del sionismo. Gli inglesi favorirono i sionisti, addestrarono e armarono il futuro esercito israeliano e distribuirono arbitrariamente le risorse economiche — come il demanio, il sale e l’acqua — a scapito della popolazione araba. L’ebraico fu dichiarato lingua ufficiale, nonostante la minima percentuale di ebrei.

Un meccanismo fondamentale di espropriazione fu il Jewish National Fund, che acquistava terre da proprietari arabi assenti (spesso residenti altrove), mentre i contadini palestinesi, che lavoravano quelle terre da decenni, si trovavano improvvisamente senza nulla. Leggi create ad hoc proibivano agli arabi di lavorare o nutrirsi su proprietà ebraiche. Un’altra pratica odiosa era l’esazione di debiti ottomani dai contadini arabi, costringendoli a vendere le loro terre ai sionisti.

Queste discriminazioni alimentarono la rabbia araba, portando ai primi scontri già nel 1921 e nel 1929. La situazione precipitò ulteriormente quando gli inglesi, incapaci di gestire il crescente disordine, iniziarono a subire attacchi anche da parte di gruppi terroristici ebraici, come l’Irgun, la Banda Stern (Lehi) e il Palmach. Questi gruppi attaccavano la popolazione araba e persino gli inglesi, con attentati devastanti come quello all’Hotel King David di Gerusalemme nel 1946. Menachem Begin, futuro primo ministro israeliano, fu tra i responsabili di queste azioni.

Il flusso ebraico in Palestina accelerò drammaticamente a causa dell’Olocausto, ma è cruciale notare che la tragedia palestinese si sviluppò in modo indipendente, con un destino segnato decenni prima dell’avvento del nazismo. Nel 1947, gli inglesi si ritirarono, lasciando campo libero ai sionisti, ormai armati, addestrati e finanziati.

Fu allora che venne attuato il “Piano Dalet”, rivelato da storici israeliani come Ilan Pappé. Si trattava di un piano di espulsione violenta dei palestinesi dai loro villaggi, con stragi inaudite e distruzione di case. Questa “pulizia etnica della Palestina” avvenne tra gennaio e maggio 1947, prima della guerra arabo-israeliana del 1948.

La narrativa ufficiale che dipinge la guerra del ’48 come un attacco improvviso degli arabi contro gli ebrei è fuorviante. I paesi arabi intervennero solo quando l’espulsione di oltre 250.000 palestinesi era già in atto. Il conflitto del ’48 fu in parte una farsa, con accordi segreti tra leader israeliani (Ben-Gurion) e giordani (Re Abdallah) per spartirsi le terre palestinesi, a scapito della popolazione locale.

La nascita dello Stato di Israele, nel maggio 1948, completò la “pulizia etnica”, portando il numero dei rifugiati a 750.000. Villaggi interi furono rasi al suolo, e si verificarono stragi documentate da storici israeliani come Uri Milstein e Benny Morris, che parlano di violenze carnali e assassinii contro civili. L’orrore di questi eventi fu tale che Albert Einstein scrisse sul New York Times nel 1948, paragonando la filosofia politica e i metodi del nuovo Stato di Israele a quelli dei partiti nazisti e fascisti. Aharon Zisling, primo ministro dell’Agricoltura israeliano, confessò: “Anche noi ebrei ci siamo comportati come i nazisti”.

Dopo il 1948, leggi israeliane come la “Legge sulla Terra di Israele” e la “Legge sulla Proprietà degli Assenti” sancirono che la terra conquistata era ebraica, impedendo agli arabi di viverci o lavorarci. Da una situazione in cui i palestinesi possedevano quasi il 100% della terra, si è arrivati a possederne circa il 3%.

La Guerra dei Sei Giorni del 1967, presentata al mondo come una guerra difensiva di Israele contro gli arabi aggressori, fu in realtà un’operazione pianificata per l’espansione territoriale. Documenti declassificati della CIA e della biblioteca del presidente Johnson rivelano che non esisteva alcuna minaccia imminente di invasione araba. Israele vinse la guerra in sei giorni, conquistando la Cisgiordania e Gaza, trasformandole in territori occupati. Gaza è oggi, in pratica, la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

Nonostante le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (come la 242) e le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che impongono a Israele di ritirarsi dai territori occupati e di cessare le violenze contro i palestinesi, Israele ha costantemente ignorato questi pronunciamenti. Personaggi come Abba Eban, ambasciatore israeliano all’ONU, definirono i comportamenti di Israele come “orrori di distruzione e morte”.

Concludo questo excursus storico, per quanto rapido e non esaustivo, che non ha pretese di parzialità ma si fonda su fatti e testimonianze documentate, affermando che la narrazione di Israele come civiltà progredita ed eticamente superiore che combatte terroristi barbari è una finzione che crolla di fronte alla verità storica.

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