
Campania Regionali 2025: Il Miraggio del Populismo Economico
Ah, le regionali del 2025!
Un appuntamento che si preannuncia avvincente, come il finale di una soap opera in cui tutti sanno già chi è il colpevole, ma nessuno sembra aver voglia di dirlo.
E qui, sul palcoscenico della politica, si presenta il modello Fico.

Non fraintendetemi, non stiamo parlando di un nuovo frutto tropicale o di una moda passeggera; stiamo assistendo a una rivisitazione del populismo economico che farebbe drizzare i capelli a ogni liberale con un minimo di buon senso.
Il modello Fico si distingue per la sua proposta di “più Stato e meno mercato”.
Già, perché perché mai dovremmo preoccuparci della creazione di valore quando possiamo semplicemente redistribuire quello che c’è, giusto?
Promettere aiuti è decisamente più facile e gratificante che faticare per costruire un ambiente favorevole alla libera iniziativa.
Chi ha tempo per quelle beghe quando ci sono voti da raccogliere?
Se allarghiamo il campo d’azione, possiamo anche notare come questa strategia funzioni splendidamente sul piano del consenso.
Del resto, quale cittadino sano di mente si opporrebbe a un bel pacco di aiuti?
È come se un ristoratore ti offrisse un pasto gratuito invece di cercare di migliorare il menù.
Certo, inizialmente potresti essere felice, ma poi ti accorgeresti che mangiare sempre la stessa cosa diventa noioso — e finisce per farti male.
E così, eccoci qui, in mezzo a questa giostra di promesse assistenzialiste, con quella sensazione di déjà vu: sono già stati offerti aiuti, incentivi e sussidi.

Solo che ora il piatto è servito con una salsa di “faccio per voi” e “lavoriamo insieme per un futuro migliore”.
Ma fermiamoci un attimo a riflettere: come può un liberale, quel romantico amante della libertà economica, votare per un Presidente il cui programma è intrinsecamente “assistenzialista”?
Facciamo un passo indietro e consideriamo le implicazioni.
Cosa significa realmente “più Stato”?
Significa che il governo si infiltra ulteriormente nella vita economica dei cittadini, un po’ come un parente invadente che non vorrebbe mai lasciarti tornare alla tua vita privata.
Il libero mercato?
Macché, è solo un miraggio in un deserto di regolamenti e burocrazia.
E noi, come liberali, ci troviamo in una situazione paradossale.

Dobbiamo sostenere il principio della libertà individuale e della responsabilità personale, ma ci viene chiesto di inchinarci di fronte a un sistema che premia l’inefficienza e il conformismo.
Certo, c’è qualcosa di confortante nel pensare che il pane quotidiano possa arrivare sotto forma di un sussidio.
Ma siamo davvero disposti a sacrificare il nostro futuro su quell’altare?
La questione che rimane irrisolta è come rilanciare una regione che produce poco e consuma sempre di più.
È un ciclo vizioso, un po’ come un hamster che corre nella sua gabbia: tanta corsa, ma nessuna meta.
La vera sfida è trovare soluzioni che stimolino la crescita, non che alimentino il sistema di assistenzialismo.
E qui entra in gioco una domanda cruciale: esiste davvero una via d’uscita?
O sarà solo un eterno rincorrere promesse elettorali che suonano sempre più come canzoni stonate? Quella melodia che comincia con un “noi vi daremo” finisce sempre con un “ma chi paga?”
È un po’ come assistere a una commedia dell’assurdo dove i protagonisti oscillano tra l’utopia e la realtà, mentre il pubblico si chiede se ci sia mai stata una vera trama.
In questo contesto, mi chiedo: cosa resta delle ideologie liberali?

Sono destinate a diventare una nota a piè di pagina nelle storie di un passato glorioso?
È proprio in questi momenti che ci dobbiamo chiedere se stiamo davvero combattendo una battaglia persa.
O forse, ecco l’idea folgorante, potremmo riscoprire il significato di innovazione e imprenditorialità.
Eh già, magari sarebbe opportuno sbattersi un po’ per trovare soluzioni vere invece di affidarci all’ormai scontata retorica assistenzialista.
D’altra parte, il rischio è proprio quello di restare prigionieri di questo circolo vizioso.
Sicuramente gli aiuti possono dare una boccata d’aria, ma se l’obiettivo è solo quello di mantenere in vita un sistema malato, allora ci troveremo a galleggiare in un mare di inefficienze.
La vera sfida è resistere alla tentazione di abbracciare il facile consenso e puntare invece su strategie che incoraggiano la crescita economica e l’imprenditorialità.
Ed ecco che la scelta arriva: un liberale sarà costretto a interfacciarsi con un candidato che promette di alleviare le sofferenze del presente senza mai guardare al futuro.
La tentazione di cedere alla promessa di aiuti immediati potrebbe risultare irresistibile.
Ma, un’attimo… e se provassimo a dire di no?

Se invece di accettare l’elemosina, decidessimo di alzare la testa e combattere per le nostre idee, per un’economia sana che non dipenda dal zucchero a velo dello stato?
Certo, è un sogno, e i sogni, si sa, possono essere fragili.
Ma in un mondo dove il populismo economico regna sovrano, è proprio nei sogni che possiamo trovare la forza di resistere.
La verità è che cambiare il paradigma richiede audacia e una visione chiara.
Ed è solo così che possiamo hope, con tutte le nostre forze, di non doverci accontentare di un “facciamo così” che ricorda tanto una bella illusione quanto un vero progresso.
In sintesi, le regionali del 2025 non sono solo una questione di voti e promesse.
Sono una prova di coerenza ideologica e di capacità di vedere oltre le apparenze.
Sarà una battaglia difficile, ma se i liberali non si mobilitano ora, rischiamo di ritrovarci a cantare tutti insieme il lamento di chi ha ceduto alla tentazione del facile consenso.
E chi lo sa?
Forse, in fondo, ci faremo una risata amara, mentre ci accorgiamo che l’unica vera ridistribuzione da perseguire è quella della responsabilità, non dei sussidi.
