Ah, Cuba.

La perla del Caribe, la Isla de la Libertad—o almeno così le piace definirsi ai suoi cittadini mentre affrontano quotidianamente il drammatico e angosciante gioco del “dove trovo cibo oggi?”.

Ma ora, addio al sogno di un’isola prospera, perché la Casa Bianca ha deciso di rinunciare a un carico di petrolio che stava per fare tappa nel paradiso castrista.

Chi avrebbe mai pensato che il megabuque petrolero sequestrato dalle forze statunitensi al largo delle coste venezuelane potesse diventare un colpo mortale per la tirannia cubana?

Ma, oh, quello che pareva un banale rifornimento si è trasformato in un affare internazionale – o come direbbe il buon vecchio Miguel Díaz-Canel: “una pirateria!”



Immaginate la scena: i dignitari cubani, armati di smartphone e di tanto sarcasmo, scatenano una tempesta social.

“Roba dell’America!”

gridano con fervore, mentre, però, il loro regime continua a violare sistematicamente i diritti umani dei cubani.

È un po’ come se un ladro si lamentasse di essere derubato mentre sta saccheggiando una casa, non trovate?

Eppure, qui ci troviamo, ad assistere a questo spettacolo patetico dove la retorica della “pirateria” si scontra con la realtà di una nazione in cui il blackout è ormai un compagno costante.

Ma parliamo del colpo economico.

Sì, perché il piano malefico dell’azienda statale Cubametales, ormai sull’orlo della bancarotta a causa delle sanzioni di Washington, era di rivendere quel petrolio sul mercato nero asiatico.

Che ottima idea!

Rivendere risorse vitali a gente che non bada a spese, come Vietnam o Cina.

E chissà quanti caffè avrà sorseggiato Raúl Castro mentre pensava a questa bella furbata, ignaro che gli Stati Uniti avrebbero fatto saltare il banco.

Ma, ahimè, anche i generali più astuti devono affrontare la realtà.

“E adesso come ci sfamiamo?” si staranno chiedendo.

E non dimentichiamoci di quanto questa operazione militare rappresenti un colpo mortale per il socialismo regionale!

Un bel doppio colpo, come quando pensi di ordinare un dessert e ti arriva in realtà un’insalatona.

Da un lato, il flusso finanziario della narco-dittatura venezuelana subisce un duro colpo.

Dall’altro, il regime cubano viene asfissiato energeticamente in un momento in cui ogni kilowatt è come oro prezioso.

Con il potente portaerei USS Gerald R. Ford che fa capolino nel Mar dei Caraibi, sembra proprio che l’impunità sia finita.

Le due dittature, come parassiti che si nutrono l’uno dell’altro, stanno affondando insieme mentre Washington chiude i rubinetti.

Ma davvero possiamo permetterci di ridere di tutto ciò?

E la vera domanda sorge spontanea: sopravvivrà la dittatura cubana senza questo petrolio?

Le strade di Cuba sono già piene di famiglie in attesa dell’ennesimo carico di riso e fagioli, per non parlare delle interminabili code per cercare di rifornirsi di carburante.

Non c’è dubbio che la mancanza di petrolio comporterà nuovi e terribili blackout.

Sarà fascinante vedere come Díaz-Canel tenterà di giustificare tale disastro.

“Forse dovremmo provare a vivere con il potere solare?” potrebbe suggerire qualcuno in una riunione di emergenza, mentre gli altri lo guardano con uno stigmatizzante “ma sei matto?”.

Ecco, quindi, che si avvia un nuovo capitolo nella saga della resistenza cubana.

Potranno i cubani continuare a ballare la salsa senza luce?

O, piuttosto, ritorneranno ai tempi in cui il cocco e la canna da zucchero erano i veri re della festa?

Rimane da vedere, ma una cosa è certa: il regime di Cuba deve abituarsi all’idea di chiudere i rubinetti non solo delle stelle filanti, ma anche di quella illusoria abbondanza che ha caratterizzato la sua esistenza degli ultimi decenni.

Quindi, mentre i cubani si preparano a un nuovo periodo di austerità, forse gli unici a gioire sono i turisti americani, che, ora più che mai, possono godere di una Cuba che mostra il suo vero volto—quello di un’isola che lotta per riprendersi dalla morsa del socialismo.

A questo punto, Cuba non ha bisogno di petrolio, ma ha sicuramente bisogno di un bel po’ di ironia.

Chissà che un giorno non si ritrovi a raccontare le sue storie di resistenza in modo diverso, magari aprendo i battenti a una nuova era fatta di libertà e diritti umani, invece di rimanere ingabbiata nella nostalgia di un sistema che ha dimostrato di non funzionare.

In conclusione, mentre La Habana si arrabbia e si strappa i capelli per questo colpo economico, noi ci limitiamo a goderci il momento.

Perché, dopo tutto, non c’è niente di più divertente che vedere i tiranni in difficoltà.

Sarà un vero spasso osservare come porteranno avanti la baracca senza il loro amato oro nero.

E se non altro, almeno nei prossimi mesi avremo delle belle storie da raccontare.

Dopotutto, la vera libertà può arrivare solo dopo che il petrolio si esaurisce, giusto?

Di Admin

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