
di Paola Corradi

Ho appena letto un articolo su Wired: “Ci stiamo ammalando di epistemia, l’illusione di sapere cose solo perché l’AI le scrive bene”.
Nell’articolo è raffigurato il pensatore di Auguste Rodin che tuttavia penso fosse ispirato al vecchio caro Socrate o comunque mi ricorda il grande filosofo.
La grande affermazione di Socrate “so di non sapere nulla” dovrebbe farci riflettere perché la conoscenza è infinita e solo quando hai compreso questo, puoi fare il grande salto dello scienziato che è sempre alla ricerca della verità senza mai poterla raggiungere.
E quindi veniamo all’arroganza epistemica che è l’illusione di conoscere la realtà.
L’articolo di Wired contesta l’utilizzo dell’AI come mezzo per conoscere la realtà ma io vado oltre, noi da sempre, abbiamo utilizzato i mezzi saperi, quelli offerti dal mercato perché più immediati e aggressivi.
La conoscenza vera non è mai aggressiva perché, si accosta alla realtà con estrema cautela perché sa che in un attimo ciò che appare potrebbe scomparire dalla vista.
Faccio qualche esempio concreto, ci sono molti personaggi che si occupano anche ad alto livello di sistemi complessi ICT/AI senza avere mai studiato una riga di codice, eppure non puoi esercitare la funzione di medico senza avere guadagnato una Laurea in Medicina e senza avere superato anni di specializzazione.
E’ bene quindi per chi ricopre cariche pubbliche abbia nel portafoglio una laurea adeguata.
Tuttavia anche a questo punto saremmo nelle condizioni descritte dall’articolo di Wired citato in premessa perché anche il sapere delle nostre Università è spesso, troppo spesso enciclopedico, nozionistico.
Per non parlare di alcuni istituti tecnici.
Prova ne è che per l’esame di maturità la seconda prova scritta prevede la scrittura di codice su foglio di carta.
L’equivalente sarebbe scrivere come una macchina da scrivere ma, con penna e calamaio.
E allora per rafforzare il concetto riporto cosa disse un docente dell’Università degli Studi di Milano della facoltà di Fisica (quella che ho frequentato e che ringrazio per avermi dato la forma mentis per scrivere di queste cose).
In quel periodo si usava la modellistica matematica e fisica, una sorta di AI debole, per prevedere gli stati d’inquinamento dell’aria piuttosto che le previsioni meteorologiche, la citazione fu: “credere ai modelli matematici è come andare al ristorante e mangiarsi il menù” (invece che mangiare veramente ciò che veniva in qualche modo descritto nel menù stesso).
Bene, con l’AI stiamo facendo lo stesso sbaglio, fatto quindi miliardi di volte, tanto è vero che Socrate è lì da vedere ancora oggi.
“Sapere di non sapere” è il parando su cui si base tutto il pensiero socratico.
Cosa significa?
Si tratta della consapevolezza di non conoscenza definitiva vista, però, come spinta a volere e desiderare di conoscere. Sono spinto a studiare e a conoscere proprio perché “so di non sapere”.
Socrate oppone, in questo senso, la figura del filosofo a quella del saccente, ovvero il sofista, colui che si presenta e si ritiene sapiente.
Tuttavia questa tentazione di arroganza epistemica è endemica a molti nostri docenti Universitari perché sono sempre rimasti ad un livello di conoscenza astratto.
Sì, forse hanno sperimenta qualche contratto di ricerca applicata per qualche azienda, ma senza mai rischiare l’insuccesso del mercato.
Perché la prova del nove, è sempre la risposta del mercato che suvvia, deve essere sempre a carico dell’impresa.
Ho letto ma non di recente che negli USA il rischio della R&D è condiviso con le aziende private, di questo tuttavia non sono sicura ma farebbe molto bene alla R&D una tale modalità operativa.
Si sentono difatti, molti annunci di conquiste fatte, di Nobel acquisiti, che tuttavia non hanno dato alcun esito provato.
Mi si scusi la nota polemica ma l’osservazione è un rafforzativo del concetto precedentemente espresso.
Ricordo, che nel lontano 2008, scrissi una tesina per un corso politico, avevo ideato i generatori d’innovazione, semplicemente avevo pensato che inserendo dei giovani ricercatori nelle aziende per un certo periodo di tempo, avrebbero potuto portare innovazione nell’impresa perché solo “impastando” i “cervelli” quelli veri, non quelli dell’AI si sarebbe potuto portare vera innovazione.
Quello che invece ho sperimentato è stato che al termine di un progetto finanziato, i primi a lasciare gli ormeggi, sono stati proprio i giovani ricercatori perché, per mantenere lo stipendio ai “cattedratici” la ricerca era terminata anche se non aveva portato alcun risultato. Potrei fare nomi e cognomi ma mi astengo per ovvi motivi.
