Dalla lezione di Pertini al bullismo istituzionale: cosa è successo alla politica italiana
Di Michele Rignanese

C’è una scena che torna spesso nella memoria collettiva: Sandro Pertini, presidente della Repubblica, contestato da uno studente. Non rispose con insulti né con slogan, ma richiamando i valori della Resistenza, del confronto democratico, del rispetto per il dissenso. Non era solo uno stile personale: era un’idea alta delle istituzioni e del loro ruolo educativo.
Oggi, a distanza di decenni, quello stile sembra lontanissimo.
Alla festa di Atreju, secondo numerose testimonianze e ricostruzioni giornalistiche, la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, avrebbe reagito alle contestazioni di studenti di Medicina con frasi sprezzanti, etichettandoli come “poveri comunisti” e definendoli “inermi” o “inutili”. Al di là delle esatte parole, il punto politico resta: una ministra che risponde a una protesta studentesca non nel merito delle questioni sollevate, ma con la delegittimazione personale e ideologica di chi protesta.
È qui che nasce la domanda di fondo: cosa è successo alla politica italiana?
Dal confronto al disprezzo
Gli studenti contestavano il cosiddetto semestre filtro per l’accesso alla facoltà di Medicina, una riforma che ha sollevato critiche diffuse per la sua inefficacia, per l’incertezza che genera e per il rischio di aumentare le disuguaglianze. Su questo terreno sarebbe stato necessario un confronto serio: dati, valutazioni, autocritica. Invece, la risposta è apparsa come uno scontro identitario, in cui chi critica viene ridotto a caricatura ideologica.
Quando un ministro insulta degli studenti, il problema non è solo il tono. È il messaggio che passa: il dissenso non è una risorsa, ma un fastidio; chi protesta non è un cittadino da ascoltare, ma un nemico da zittire.
Il nodo delle dimissioni mancate
In molti Paesi europei, una gestione percepita come fallimentare di una riforma centrale per il futuro dell’università, unita a dichiarazioni pubbliche inopportune, avrebbe probabilmente aperto una riflessione seria sulle dimissioni. In Italia, invece, il dibattito viene archiviato come “polemica ideologica”.
Nel frattempo è partita una raccolta firme che, secondo i promotori, ha raggiunto circa 95.000 adesioni per chiedere le dimissioni della ministra. Anche qui, al di là del numero preciso, il segnale politico è chiaro: una parte consistente del mondo studentesco e accademico non si sente rappresentata né ascoltata.
Il vuoto culturale della destra di governo
C’è poi una questione più profonda, che va oltre il singolo episodio. Da anni una parte della destra italiana sembra incapace di produrre una vera cultura politica: analisi, visione, progetto. Al posto del pensiero, slogan; al posto del confronto, l’insulto; al posto delle risposte, il riflesso automatico del “comunismo” agitato come uno spauracchio fuori dal tempo.
Non è una questione di destra o di sinistra, ma di qualità democratica. Una classe dirigente che reagisce al dissenso con il bullismo istituzionale mostra debolezza, non forza.
Una questione di esempio
Gli studenti di oggi sono i professionisti, i medici, i cittadini di domani. Vederli trattati come un problema da zittire, e non come una voce da ascoltare, è un fallimento politico e culturale. Pertini lo aveva capito: le istituzioni non si difendono urlando più forte, ma mostrando coerenza, rispetto e autorevolezza.
La domanda finale, allora, non è solo “cosa è successo?”, ma che Paese vogliamo essere: uno in cui chi governa educa al confronto, o uno in cui chi governa bullizza chi osa criticare.