
L’operazione scattata all’alba del 27 dicembre ha squarciato un velo che da anni aleggiava sul mondo dell’attivismo pro-Palestina in Italia. Nove arresti, tre associazioni coinvolte, accuse pesantissime: finanziamento a Hamas, organizzazione considerata terroristica dall’Unione Europea. Una vicenda che non riguarda soltanto la magistratura e le forze dell’ordine, ma che investe direttamente la politica, la libertà di associazione, il diritto al dissenso e il confine, sempre più sottile, tra solidarietà umanitaria e militanza ideologica. A Milano, poche ore dopo gli arresti, le prime manifestazioni. In piazza bandiere palestinesi, slogan contro il governo Meloni e contro il premier israeliano Netanyahu, cori in difesa di Mohammad Hannoun e degli altri indagati. Secondo i manifestanti, l’inchiesta rappresenterebbe un’operazione di “criminalizzazione della solidarietà” e un attacco diretto a chi denuncia l’occupazione israeliana e le violenze a Gaza. Per gli inquirenti, invece, si tratta dello smantellamento di una vera e propria “cellula italiana” di Hamas, mascherata da rete di beneficenza. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e condotta da Digos e Guardia di Finanza, non nasce improvvisamente. Da anni, secondo fonti investigative, alcune figure centrali dell’associazionismo palestinese in Italia erano monitorate dai servizi di sicurezza, non solo nazionali ma anche europei. Tra queste, Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun, 63 anni, architetto palestinese residente a Genova, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e volto noto delle mobilitazioni pro-Gaza. Stando agli atti, Hannoun non avrebbe mai nascosto le proprie posizioni politiche e ideologiche. La sua vicinanza ad Hamas, sempre secondo l’accusa, sarebbe emersa in più occasioni pubbliche e private. Un elemento chiave dell’impianto accusatorio riguarda un episodio che lo stesso Hannoun avrebbe raccontato più volte: un incontro, avvenuto circa quindici anni fa a Gaza, con Ismail Haniyeh, allora leader di Hamas, che gli avrebbe riconosciuto un ruolo centrale come collettore di fondi dall’Europa. Il cuore dell’inchiesta riguarda il sistema di raccolta e trasferimento del denaro. Secondo i magistrati, una parte rilevante dei fondi raccolti in Italia “a favore della popolazione palestinese e di Gaza” sarebbe stata destinata direttamente ad Hamas. Le percentuali indicate negli atti sono impressionanti, il 71% delle somme, secondo l’accusa, avrebbe preso la strada dell’organizzazione. Per aggirare i blocchi bancari e i controlli sui conti dell’Associazione di solidarietà con il popolo palestinese (Aspp), nel giugno del 2023 sarebbe stata costituita a Milano una nuova realtà, “La Cupola d’Oro”. Quando anche questa struttura avrebbe iniziato a destare sospetti, un ulteriore passaggio con la nascita, nel gennaio del 2025 a Bergamo, dell’associazione “La Palma”. Una frammentazione studiata, secondo gli inquirenti, per rendere più complesso il tracciamento dei flussi finanziari. Non solo bonifici. Le indagini documentano anche trasferimenti fisici di denaro. Hannoun avrebbe trasportato contanti in Turchia e in Egitto: 170mila euro nel primo caso, 200mila nel secondo, cifre dichiarate alle dogane ma considerate altamente anomale nel contesto dell’indagine. A rafforzare la richiesta di custodia cautelare è stato il rischio di fuga. La giudice per le indagini preliminari Silvia Carpanini, che ha firmato l’ordinanza di arresto, parla di un pericolo “concreto e attualissimo”. Dalle intercettazioni emergerebbe un piano ormai avanzato: Hannoun avrebbe programmato la partenza per Istanbul proprio il 27 dicembre, con l’intenzione di trasferire in Turchia le proprie attività. La famiglia, secondo quanto riportato, lo avrebbe raggiunto a breve. Un altro elemento che pesa è il presunto inquinamento delle prove. Gli indagati, scrive il giudice, avrebbero “ripetutamente ripulito” i loro dispositivi elettronici, cancellando dati e conversazioni. Un comportamento interpretato come tentativo di ostacolare le indagini. La risposta delle organizzazioni solidali non si è fatta attendere. In una nota congiunta, i Giovani Palestinesi d’Italia e l’Udap parlano di “grave atto repressivo” e di “uso politico dell’apparato giudiziario”. Gli arresti, si legge, si inserirebbero in una sequenza che comprende anche i casi di Anan, Ali Irar, Mansour e Ahmad Salem, e dimostrerebbero una strategia volta a intimidire chi sostiene la causa palestinese. Secondo queste associazioni, l’accusa di finanziamento al terrorismo sarebbe uno strumento per colpire il dissenso e silenziare le voci critiche verso Israele. Una tesi che trova consenso in una parte del mondo attivista italiano, soprattutto dopo l’escalation del conflitto a Gaza e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico. Al di là delle responsabilità penali, che spetterà ai tribunali accertare, l’inchiesta solleva interrogativi più ampi. Da anni, nelle manifestazioni pro-Gaza in molte città europee, compaiono simboli e slogan che vanno ben oltre la solidarietà umanitaria. Le bandiere di Hamas, seppur formalmente vietate, sono state più volte documentate. Una presenza che interroga non solo le autorità, ma anche il mondo progressista e pacifista, spesso restio a fare chiarezza su queste ambiguità. Il rischio, evidente, è quello di una sovrapposizione pericolosa: chi sostiene legittimamente i diritti del popolo palestinese finisce nello stesso calderone di chi appoggia, apertamente o meno, un’organizzazione armata responsabile di attentati e stragi. Una confusione che alimenta diffidenza, repressione e radicalizzazione reciproca. Lo Stato, dal canto suo, rivendica il diritto-dovere di intervenire quando emergono indizi di finanziamento al terrorismo. Hamas è inserita nelle liste nere europee e ogni supporto economico, diretto o indiretto, costituisce reato, ma il confine tra controllo e abuso resta delicato. Ogni indagine di questo tipo rischia di avere un effetto domino sull’intero mondo dell’associazionismo, anche quello che opera in modo trasparente e legittimo. È su questo crinale che si gioca la partita più complessa e cioè garantire la sicurezza senza trasformare il sospetto in colpa collettiva. Evitare che la repressione colpisca indiscriminatamente chi manifesta o si organizza, ma anche impedire che la solidarietà venga usata come copertura per attività illecite. Nel dibattito pubblico italiano, l’inchiesta ha riacceso posizioni radicalmente opposte. Da un lato chi chiede fermezza assoluta e controlli più stringenti sulle associazioni straniere o a forte connotazione ideologica. Dall’altro chi denuncia una deriva autoritaria e islamofoba. L’inchiesta su Hannoun e sulle onlus coinvolte non può essere ridotta a uno scontro tra “repressione” e “resistenza”. È una storia che parla di opacità, di ambiguità mai chiarite, di una galassia pro-Pal che troppo spesso ha evitato di fare i conti con le proprie zone d’ombra, ma è anche una storia che impone allo Stato di muoversi con rigore e trasparenza, senza scorciatoie politiche. Solo i processi diranno se le accuse reggeranno. Nel frattempo, resta una certezza che il conflitto mediorientale continua a proiettare le sue fratture dentro le società europee, mettendo alla prova la capacità di distinguere tra solidarietà, militanza e terrorismo. Una distinzione scomoda, ma ormai inevitabile. E sarebbe opportuno distinguere nettamente tra cittadini stranieri pienamente integrati e soggetti che, pur vivendo in Italia, manterrebbero legami politici e operativi con realtà ostili allo Stato. Una posizione che riflette paure diffuse, ma che solleva questioni giuridiche e costituzionali complesse, a partire dal principio di uguaglianza davanti alla legge e dal diritto alla difesa.