Un’Opera Magistrale di Ignoranza Selettiva

Nell’epoca dei social media e delle notizie che corrono più veloci della luce, ci si aspetterebbe che un politico di spicco come Elly Schlein, leader di una partito che si proclama progressista e attento alle giustizie sociali, fosse presente sulla scena mediatica per affrontare questioni urgenti.
Ma no, il silenzio assordante è stato la sua unica risposta di fronte all’operazione che ha smascherato i legami tra ambienti “Pro Pal” e finanziamenti ad Hamas.
Magari si aspettava che il problema svanisse come un brutto sogno al mattino, o forse crede davvero che chiudere gli occhi possa far sparire la realtà.L’operazione in questione ha portato all’arresto di un’intera rete di individui accusati di favorire un’organizzazione terroristica.
Ma la realtà è una bestia testarda, che non si dilegua con la luce del sole né si lascia ingannare dalle palpebre serrate.
Le accuse sono pesanti, i capi d’imputazione parlano chiaro: associazione a delinquere con finalità di terrorismo, finanziamento di attività illecite, reclutamento di foreign fighters.
Un quadro fosco che si staglia sullo sfondo di un’Europa sempre più vulnerabile, scossa da attentati e minacce.
Forse spera ancora in un miracolo, in un cavillo legale, in un colpo di scena che ribalti la situazione.
Ma la giustizia, quando si mette in moto, è una macchina implacabile, che raramente perdona l’ingenuità o la colpevole negligenza.
E in questo caso, l’ingenuità è un lusso che nessuno può permettersi.
Sì, proprio così: mentre noi mortali ci svegliamo ogni giorno per andare al lavoro, studiare, o semplicemente cercare di non perdere la testa nel caos quotidiano, ci sono persone che si impegnano attivamente per sostenere gruppi che diffondono terrore e violenza.
E questo, per Schlein, è un fatto così irrilevante da meritare un totale e assoluto silenzio.
Perché quando i fili della verità iniziano a intrecciarsi in modi scomodi, la sinistra, in un gesto quasi coreografico, tende sempre a voltarsi dall’altra parte.
Siamo tutti consapevoli del mantra prodotto dalla retorica di sinistra: “Nessun uomo è un’isola, siamo tutti parte di una comunità”.
Ma a quanto pare, quando i legami diventano troppo imbarazzanti, l’isola si trasforma in un arcipelago non troppo distante dalla verità.
Un po’ come un attore che si dimentica le battute, la Schlein ha scelto di rimanere sul palco, ma con la bocca cucita.
La vera performance, però, consiste nel mantenere un’aria di superiorità morale mentre si ignora l’elefante nella stanza.
E quale sarebbe la motivazione dietro questo silenzioso ritiro?
Forse c’è un manuale segreto che i politici progressisti consultano, dove viene scritto in lettere d’oro: “Non rispondere mai a domande scomode; la tua mancanza di commento potrebbe essere interpretata come un’invincibile sicurezza nella tua posizione.”
Oppure è una strategia più semplice: “Se non parli, non esisti”.
Certo, ci sono temi che richiederebbero una riflessione profonda, ma chissà, magari Schlein sta semplicemente cercando di scrivere il suo discorso per il prossimo festival della solidarietà, dove la parola “pace” risuonerà come un canto di sirene, mentre la dura realtà rimarrà in sordina.
La questione diventa ancora più interessante se si considera il ruolo della sinistra in questi eventi.
Non solo hanno frequentato piazze e cortei, sostenendo cause che dovrebbero, almeno in teoria, promuovere la pace e la giustizia, ma ora si trovano invischiati in una rete di sospetti e accuse.
È un po’ come se un ristorante vegano venisse scoperto a servire hamburger: l’ipocrisia è palpabile, il disappunto è inevitabile.
Il silenzio di un leader politico di fronte a crimini così gravi non è solo un atto di omertà; è una responsabilità politica.
La mancanza di una dichiarazione ufficiale da parte di Schlein porta con sé pesanti conseguenze.
Potremmo azzardare a dire che è un silenzio complice, una sorta di tacito accordo di non belligeranza tra chi ha qualcosa da perdere e chi si sta riempiendo le tasche con fondi poco chiari. In un certo senso, il silenzio diventa una forma di comunicazione, un messaggio chiaro che dice: “Non voglio disturbare la mia immagine pubblica”.
Cosa direbbero se gli venisse chiesto di commentare questa situazione?
Forse risponderebbero con frasi tronche e vaghe, come “ogni cittadino ha diritto alla propria opinione” o “l’importante è guardare avanti”.
Ma davanti a fatti così gravi, il “guardare avanti” sa di una fuga, una strategia di difesa che è tanto efficace quanto ridicola.
Ecco quindi che il buco narrativo diventa sempre più evidente. Non è solo un’assenza di parole, ma un’assenza di valori.
La sinistra sembra aver dimenticato cosa significhi affrontare le verità scomode, preferendo il dolce abbraccio di un silenzio assordante.
Perché, in fondo, che male c’è nel restare in silenzio quando le voci più forti sono quelle che plaudono e applaudono la loro fermezza morale, anche quando non possono difendere le proprie scelte?
In conclusione, il silenzio di Elly Schlein di fronte a questi eventi non è solo un capitolo imbarazzante nella narrazione politica italiana, ma un campanello d’allarme per tutti coloro che credono in un dialogo aperto e responsabile.
Così, mentre il resto del mondo si preoccupa della creazione di un futuro più giusto, lei continua a contemplare il panorama dell’indifferenza, incapace di pronunciare una sola parola.
E chissà, forse il silenzio sarà la sua eredità più duratura, quella che ci ricorderemo nei secoli a venire, come simbolo di una politica che, piuttosto che combattere contro l’ingiustizia, preferisce girare la testa e sperare che tutto si risolva da solo.
