Ah, l’Iran!

Un paese che sembra aver preso ispirazione da una delle cronache più fosche delle nostre epoche. Mentre gli occhi del mondo sono fissi su immagini scalpitanti di conflitti in altre parti del globo, chi si occupa realmente delle migliaia di innocenti che perdono la vita a causa degli ayatollah?

Forse è meglio non disturbare i politicanti con queste questioni scomode; chissà, magari hanno già un piano per organizzare un gran ballo in onore della pace… o forse un selfie con il prossimo leader che rilascerà qualche dichiarazione “forte” sul tema.

Assistere all’ipocrisia dei mass media è uno spettacolo che vale la pena di osservare.

Ricordate quando i giornali e le TV si sono scatenati nel ripetere, quasi come un mantra, i bollettini del ministero della sanità di Hamas?

Quella sì che era una caccia all’indignazione!

Ma quando si tratta di Iran?

Oh beh, ecco che arrivano con mille cautele, cercando diplomaticamente di non urtare la suscettibilità dei regimi non occidentali.

Si chiamano ‘principi di selettività’ – un po’ come scegliere il gelato: vaniglia per un conflitto, cioccolato per un altro, ma mai l’amaro miscuglio della verità totale.

I politici, sempre pronti a cavalcare l’onda delle manifestazioni, sembrano però avere perso la mappa.

Dove sono finiti tutti quelli che si accalcavano nelle piazze per sostenere la Palestina o l’alacre Maduro?

Perché adesso, quando si tratta di difendere i diritti umani in Iran, il silenzio è assordante.

Sarà forse che le bandiere al vento e gli slogan d’ordinanza non si possono utilizzare quando c’è da schierarsi con i ribelli iraniani?

Ah, scusate, ho sbagliato a dirlo: sono “ribelli”, non “eroi”.

Chiaramente, se la narrazione non aderisce alla narrativa giusta, diventa facilmente invisibile.

E come dimenticare gli attivisti?

Oh, sì, quei paladini della giustizia sociale che sbandierano i loro principi in uno scatto di libertà a favore delle cause di moda.

Ma quando si tratta dell’Iran, ecco apparire i distinguo: “Ci dispiace, ma…”.

Ecco, ghigliottina verbale!

Mentre possiamo permetterci di essere solidali con alcune cause, altre sono semplicemente troppo rischiose.

Non è che abbiamo voglia di farci nemici tra le fila dei nostri alleati strategici, giusto?

Nel panorama internazionale si può avvertire un incredibile livello di indifferenza, una sorta di apatia collettiva che stride con il dilaniante rumore dei massacri quotidiani.

Ogni giorno, persone innocenti vengono uccise, ma la risposta dei potenti è un misero “no comment”.

È come se una fitta rete di silenzio avesse avvolto questa tragedia, mentre altri paesi giustiziano i loro oppositori sotto l’ombrello di un cinico consenso globale.

Ma hey, basta non nominarli e tutto andrà bene!

Siamo ad un passo dal ridere di questa situazione terribile, se non fosse così tragica.

Giornali e TV faticano a trovare l’angolatura giusta, i politici evitano il tema come se stessero smontando una bomba, e gli attivisti si scusano: “Siamo stati troppo occupati a twittare sui cambiamenti climatici”.

Davvero, chi ha tempo per occuparsi di esseri umani quando ci sono hashtag virali in ballo?

E mentre voltiamo pagina e ci concentriamo su ciò che attira l’attenzione, il mondo continua a girare, ignaro delle grida di aiuto che riecheggiano nell’aria.

Le vite spezzate in Iran non meritano un secondo di silenzio, ma ecco, il timore di rompere l’armonia politica prevale.

È incredibile quanto ci si possa abituare a distogliere lo sguardo, come se il dolore non avesse colore o forma, come se le vittime fossero solo numeri in un rapporto statistico.

In conclusione, mentre le manifestazioni per la Palestina si animano e il mondo si mobilita per cause che sembrano più “alla moda”, l’Iran rimane là, in attesa di un’eco che non arriverà mai.

Con il cuore pieno di sarcasmo, possiamo solo sperare che un giorno anche le crisi non occidentali otterranno il dovuto riconoscimento.

Fino ad allora, continuiamo a scrutare l’orizzonte, nell’attesa di un futuro in cui l’indignazione non avrà confini.

Di Admin

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