Negli ultimi anni, la figura di Donald Trump ha suscitato un dibattito molto acceso riguardo alla sua politica estera e al suo impatto sull’ordine internazionale.

Numericamente controverso, il suo slogan “America First” non rappresenta solo una retorica nazionalista, ma un’esplicita dichiarazione di intenti che svela una verità più ampia: la fragilità del sistema multilaterale attuale.

In effetti, Trump non ha destabilizzato l’ordine internazionale, lo ha semplicemente smascherato, rivelando le sue falle e ipocrisie.

La sua politica estera, caratterizzata da una brutalità senza precedenti e un egoismo dichiarato, ha reso evidente quanto il sistema multilaterale fosse già in crisi.

Le sue dichiarazioni sulla Groenlandia, le sceneggiate sul presunto “salvataggio” del popolo iraniano, e la messinscena della pace a Gaza, non sono state gaffe casuali, ma strategiche operazioni di pressione e propaganda.

L’idea di una pace in Ucraina che si costruisce sacrificando l’aggredito sull’altare della stabilità apparente è, nella visione trumpiana, un esempio lampante di una nuova forma di pragmatismo politico in cui la pace non è giustizia ma convenienza.

Finora ci eravamo convinti che gli Stati Uniti volessero difendere l’ordine mondiale dai “revisionisti” russi e cinesi, ma Trump ha appena annunciato che anche l’America vuole ribaltare l’ordine attuale e crearne uno nuovo.

L’ordine del 1945 era fondato sulla gestione collettiva delle questioni globali, con la creazione delle Nazioni Unite e di un ventaglio di organizzazioni multilaterali.

All’interno di queste istituzioni il peso degli Stati Uniti era dominante, in particolare durante la guerra fredda.

Trump non crede più in questo sistema.

Un pragmatismo che strizza l’occhio a dinamiche di potere consolidate, dove il più forte detta legge e il più debole soccombe in nome di un equilibrio precario.

Trump ritiene paradossalmente che l’ordine esistente, con alleanze, istituzioni e regole, avvantaggi più altri che Washington: dall’Europa, che a suo dire non contribuisce adeguatamente alla propria difesa, alla Cina, accusata di aggravare il deficit USA, fino ai paesi del sud, sospettati di complottare contro il dollaro, e persino al Canada, tradizionalmente alleato.

In questa logica, il diritto internazionale e i principi di sovranità nazionale diventano orpelli retorici, facilmente sacrificabili sull’altare di interessi economici e strategici di portata globale.

La “pace” diventa così un mero strumento, un pretesto per mascherare calcoli geopolitici spietati, dove la sofferenza umana e la distruzione di un paese vengono liquidate come “danni collaterali” inevitabili.

Un approccio cinico che rischia di legittimare l’aggressione e l’annessione territoriale come strumenti validi per ridisegnare la mappa del mondo, aprendo la strada a nuove e più pericolose forme di instabilità internazionale.

In questo panorama, l’Europa si è rivelata un gigante normativo con piedi d’argilla.

La sua incapacità di affrontare con coesione questioni fondamentali come guerra, difesa, energia e immigrazione ha mostrato i limiti di un’Unione Europea divisa e paralizzata.

I veti incrociati e una classe dirigente più attenta al consenso interno che alla sopravvivenza geopolitica hanno portato a politiche migratorie disastrose, caratterizzate da confini difesi a macchia di leopardo e da un’ipocrisia umanitaria che non tiene conto delle reali necessità del continente.

Questo caos alimenta tensioni sociali e rafforza i movimenti populisti, mentre Bruxelles continua a ignorare le vere sfide.

Sul piano energetico, l’Europa ha compiuto una scelta che la renderà vulnerabile: sostituire la dipendenza dal gas russo con quella dal GNL americano.

Questa transizione si rivelerà per ciò che è: un’enorme vulnerabilità strategica.

Washington ora possiede una leva economica e politica formidabile in un contesto geopolitico sempre più complesso.

I proclami di autonomia strategica risultano così infondati, mentre le politiche green europee colpiscono duramente l’industria interna, mentre paesi asiatici come la Cina avanzano senza essere frenati dal moralismo climatico occidentale.

E intanto, l’illusione di un’Europa forte e indipendente si sgretola sotto il peso di decisioni incoerenti.

L’energia, vitale per la nostra economia, è ostaggio di ideologie più che di pragmatismo, rendendoci vulnerabili e dipendenti da fornitori esterni.

La retorica dell’autonomia strategica suona vuota quando le nostre aziende lottano per competere, gravate da costi insostenibili e normative punitive, mentre i concorrenti globali prosperano.

È tempo di un cambio di rotta, di una politica industriale che protegga gli interessi europei e promuova la crescita, senza cedere a ingenui idealismi che rischiano di compromettere il nostro futuro.

L’ONU rappresenta probabilmente il punto più imbarazzante nel contesto globale attuale.

Questa istituzione, che dovrebbe fungere da pilastro della comunità internazionale, si è dimostrata impotente e permeabile a influenze esterne, perdendo credibilità nei momenti di crisi.

Il coinvolgimento di personale ONU in attività terroristiche a Gaza segna un fallimento sistemico.

In Ucraina, l’ente risulta irrilevante, e in Venezuela si rifugia dietro il linguaggio dei diritti mentre il regime solidifica il proprio potere. Una neutralità priva di efficacia non è altro che irrilevanza.

In questo scenario, Vladimir Putin osserva e, silenziosamente, capitalizza su ogni frattura transatlantica. Non è necessario che la Russia vinca; l’importante è che l’Occidente si divida.

Ogni esitazione europea, ogni istituzione multilaterale screditata rappresenta un guadagno strategico per Mosca — e in misura crescente anche per Pechino.

La debolezza dell’Occidente, esemplificata dalle sue politiche inadeguate, permette a questi attori di muoversi liberamente sulla scacchiera globale, incrementando la loro influenza.

Il 2026 si profila all’orizzonte come un anno di chiarezza in un mondo sempre più cinico e competitivo.

Gli Stati Uniti continueranno a imporre la propria linea attraverso la forza economica e militare, mentre l’Europa, a meno di un radicale cambio di rotta, rischia di diventare un semplice mercato aperto, privo di peso politico reale.

Senza una leadership forte e una revisione profonda delle sue politiche — siano esse migratorie, energetiche o di difesa — l’Unione Europea è destinata a subire le decisioni di altri.

Non si tratta di follia, ma di realpolitik allo stato puro.

Coloro che continuano ad analizzare questa nuova realtà politica attraverso le lenti del politicamente corretto non solo non comprendono i cambiamenti in atto, ma contribuiscono attivamente alla propria irrilevanza.

Essere in grado di leggere il mondo per quello che è, piuttosto che per come si desidera che sia, è essenziale per prepararsi alle sfide di un futuro sempre più incerto.

La realtà è che il sistema internazionale sta attraversando una fase di trasformazione radicale.

Non possiamo più illuderci che le istituzioni e i trattati esistenti possano garantire la sicurezza e la stabilità a lungo termine.

La vera sfida consiste nel trovare nuovi modi per interagire, cooperare e competere in un mondo dove le vecchie regole sembrano non valere più.

E in questo nuovo contesto, figure come Trump risaltano non come destabilizzatori, ma come catalizzatori di un cambiamento inevitabile.

Pertanto, è cruciale che l’Europa si svegli dalla sua apatia e inizi a costruire una risposta strategica alle sfide globali.

Deve tornare a essere un attore autorevole sulla scena internazionale, prendendo decisioni audaci e impegnandosi a realizzare una politica estera che Rifletta la realtà multipolare del mondo contemporaneo.

Solo così potrà sperare di non diventare una mera pedina nel gioco di potere degli Stati Uniti e delle nuove potenze emergenti, ma un protagonista attivo e rispettato in un mondo sempre più complesso e interconnesso.

In conclusione, il messaggio è chiaro: per l’Europa è tempo di abbandonare la retorica e abbracciare la realpolitik.

La sicurezza e la prosperità futura dipendono dalla capacità di comprendere e navigare un campo minato di conflitti geopolitici, interessi contrapposti e sfide globali.

La chiave per una leadership significativa è la volontà di affrontare la realtà, prendere decisioni difficili e agire con determinazione.

Se così non sarà, l’Europa rischia di perdersi nell’oblio di una storia che non saprà scrivere.

Di Admin

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