Del luogo natio, la gloriosa Nola

Nella serena Nola, cuore pulsante della Campania, nacque nei primissimi mesi del 1548 un’anima destinata a sfidare il destino stesso.

Qui, tra le vestigia di un passato glorioso che aveva respinto le legioni di Annibale e accolto l’ultimo respiro dell’imperatore Augusto, si forgiò il carattere di Filippo Bruno, un “Nolano” perenne, segnato da una fierezza al di là dei confini temporali.

Anche quando, all’età di quattordici anni, lo abbandonerà per le aule di Napoli, Nola rimarrà per sempre incisa nel suo spirito.

A soli diciassette anni, l’appellativo di fra’ Giordano gli si addice come un manto regale, poco dopo il suo ingresso tra i frati di San Domenico Maggiore.

Le parole dei predicatori accorrevano alle sue orecchie come melodie celestiali, ispirando in lui una rapida ascesa verso il sacerdozio.

La sua prima messa, celebrata nella chiesa di San Bartolomeo a Campagna, segnalava solo l’inizio di un lungo percorso.

Ben presto, il suo acuto ingegno e la sua meravigliosa arte della memoria lo portarono a distinguersi, accesa da un’inarrestabile curiosità per tutto ciò che era oltre i confini del dogma.

Ifilosofi sono in qualche modo pittori e poeti; i poeti son pittori e filosofi; i pittori son filosofi e poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori e i veri filosofi, si prediligono l’un l’altro e si ammirano vicendevolmente
Giordano Bruno, 1583

I testi canonici non erano sufficienti; l’opera di Erasmo da Rotterdam attirò il suo sguardo inquisitivo come una luce in un universo oscuro.

Ma questa ricerca di verità lo portò su un cammino accidentato, aprendo la strada al primo fulmineo processo contro di lui.

La fuga da Napoli segnò l’inizio di una peregrinatio mozzafiato: quasi diecimila chilometri attraverso le corte e le accademie d’Europa.

Oggi la sua mente vagabonda ancora, tra Roma, Noli, Savona, Torino, Venezia e Padova.

Ogni tappa rappresentava non solo uno spostamento fisico, ma anche un salto nell’ignoto, alla ricerca di una dimensione che potesse accogliere la vastità del suo pensiero.

Dopo brevi soste a Bergamo e Brescia, il cammino lo condusse a Lione, Chambery e infine a Ginevra, dove persino i calvinisti si indisponevano nei suoi confronti, infliggendogli la scomunica più recente in un crescendo di rifiuti.

Ecco che l’intolleranza ai dogmi divenne parte della sua essenza, un marchio che lo accompagnò nei successivi passi.

La tappa a Tolosa, dove insegnò per circa due anni, precedette un nuovo esilio, determinato dall’esplosione delle tensioni religiose.

Parigi, quindi, accoglierà il suo ingegno: Enrico III riconobbe in lui un talento raro e lo nominò lettore reale, spingendolo verso avventure londinesi sotto l’egida di Michel de Castelnau.

In Inghilterra, l’aura della diva Elisabetta lo circondò come un velo incantato, e tra le corti e gli studi di Oxford, Bruno si eresse a paladino della vastità dell’universo, sfidando la pedanteria accademica.

Tuttavia, il suo ardire gli costò l’allontanamento, accusato di plagio, in un’epoca in cui le parole caricavano significati pesanti e letali.

Ben presto, tornò in Francia, solo per ritrovare l’opposizione degli aristotelici, i quali, con il loro fervente attaccamento alla storia, rimasero sordi alle sue provocazioni.

Una disputa drammatica al Collegio di Cambrai lo costrinse ad abbandonare la nazione, posizionando il suo cammino sulle strade di Germania.

Lì, sorprendentemente, i luterani, che egli stesso criticava senza pietà, lo accolsero con ospitalità.

A Wittenberg e Helmstedt, Bruno trovò discepoli pronti a bere dalle fonti del suo pensiero audace, vivificando le sue teorie nei testi che sarebbero stati celebrati nelle sue “Due Orazioni”.

Tuttavia, il richiamo di Praga lo attrasse come un magnete, un’illusione di potere e prestigio sotto l’imperatore Rodolfo II.

Ma Bruno non era un ciarlatano né un mago; rifiutò questo ruolo, preferendo tornare verso Francoforte per completare la summa delle sue opere, i tre poemi latini.

Ma la sua esistenza errante si interruppe per sei mesi in Svizzera, dove si immerse nell’ambiente Rosacrociano, intravedendo orizzonti alternativi per la sua ricerca.

In Italia, l’illusione di contendere con Galileo per una cattedra di matematica a Padova e la speranza di ottenere il perdono papale lo spinsero a rispondere all’invito di Giovanni Mocenigo.

 Quando Mocenigo si rese conto che l’incredibile memoria di Bruno era questione di studio diligente piuttosto che di “magia”, e pensando che i suoi soldi sarebbero stati spesi meglio altrove, denunciò falsamente Mocenigo all’Inquisizione veneziana.

Così, il “Mercurio in terra”, simbolo di pensiero libero, si ritrovò rinchiuso in una cella buia, prigioniero di una battaglia più grande di lui.

A Venezia, i segni della speranza sembrarono brillare; ma quando Bruno pensò di piegarsi alle aspettative, il Santo Uffizio lo trascinò in un processo iniquo, sorretto dall’occhio vigile del cardinale Bellarmino.

Le sue opinioni teologiche non aiutarono certamente la sua causa al processo, ma nemmeno queste lo condannarono.

In effetti, il suo processo canonico durò sette anni – se non un record, è almeno notevole – quindi la sua non fu certo una sentenza di tribunale farsa o di camera stellata.

Piuttosto, fu un processo approfondito e metodico, estremamente indulgente nei confronti di un individuo litigioso e incalcitrante.

Durante i sette anni in cui Bruno fu latitante, la Chiesa cattolica e i domenicani lo esortarono a riconciliarsi con se stesso, eppure lui rifiutò, nonostante lo avesse implorato più volte prima del suo arresto.

Bruno non fu torturato durante il processo e, anzi, fu trattato equamente e mantenne il più alto livello di salute possibile per il XVII secolo – altrimenti non avrebbe mai resistito a sette anni di prigionia.

Se le sue condizioni di prigionia fossero state così pessime come si pensa, Bruno avrebbe mentito e acconsentito alle richieste del tribunale semplicemente per sfuggire alla sua situazione.

Sette anni di resistenza tra ammissioni parziali e affermazioni di orgoglio segnarono il suo destino.

Messo di fronte all’obbligo di abiurare ventiquattro proposizioni considerate eretiche, Bruno, pur mostrando una propensione a rinnegare quelle teologiche, si ritrasse davanti a quelle filosofiche, cuore pulsante del suo pensiero.

“Eretico formale, impenitente e pertinace”, il tribunale del Santo Uffizio lo condanna alla pena capitale, i suoi libri sono messi all’Indice e buttati al rogo.

Eppure, è come se quel lungo calvario, avesse reso sì celebre e imperitura la figura del nolano di fronte ai posteri, ma avesse fatto passare in secondo piano la sua filosofia, l’innovativo e originale, modernissimo, sistema di pensiero che egli elaborò.

La sua voce, potente fino all’ultimo respiro, si levò contro i suoi accusatori: “Avete più paura voi nel pronunciare questa sentenza, che io nell’ascoltarla!”

Ciò che seguì fu la fine di una saga terrena: il 17 febbraio 1600, il filosofo degli infiniti mondi fu arso vivo in piazza Campo de’ Fiori, legato a un palo, ma nella morte, come nella vita, il suo spirito continuò a librarsi sopra le limitazioni della materia, eternamente libero e indicibile, un testimone dell’immensità del pensiero umano.

In questa narrazione, l’essenza di Giordano Bruno emerge come l’eco di un’epoca in cui il sapere e la libertà di pensiero percorrevano sentieri intricati.

Le sfide affrontate da lui e il suo incessante desiderio di esplorazione intellettuale rimangono una testimonianza vivente dell’indomito spirito dell’umanità, invitandoci tutti a riflettere e a osare oltre le barriere imposte dalla convenzione.

Di Admin

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