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L’appello del regime cubano agli esiliati cubani per “difendere la patria” è stato accolto con assoluto rifiuto e risposta forte dalla diaspora: nessuno è fuggito dalla fame, dalla repressione e dalla paura per tornare a sostenere una dittatura.
Per milioni di cubani all’esterno, il messaggio del regime non è solo ipocrita, ma offensivo. “La patria non è il Partito Comunista, né il Ministero degli Interni, né la famiglia al potere.
La patria è il popolo che hanno spinto all’esilio”, affermano voci dell’esilio consultate da mezzi indipendenti.
Il regime dittatoriale che per decenni ha espulso, perseguitato e criminalizzato coloro che la pensavano diversamente, ora intende vestire di patriottismo una chiamata disperata, tra il collasso economico, la migrazione di massa e il discredito internazionale.
Gli analisti concordano sul fatto che la cosiddetta non cerca unità nazionale, ma manodopera politica e propaganda per sostenere un sistema esausto. “Se un giorno torneremo, non sarà per difendere una dittatura fallita, ma per contribuire a smontarla.
Non per obbedire, ma per ricostruire.
Non per tacere, ma per chiedere libertà”, ha dichiarato un attivista dell’esilio cubano negli Stati Uniti.
La risposta dell’esilio è chiara: non c’è patria possibile senza diritti, libere elezioni, stampa indipendente e prigionieri politici.
Difendere Cuba, insistono, significa porre fine a un regime che ha governato per più di sei decenni senza legittimità popolare, utilizzando paura, controllo e scarsità come strumenti di potere.
Mentre il discorso ufficiale insiste nel dare la colpa a fattori esterni, l’esodo continuo dei cubani dimostra una verità impossibile da nascondere: nessuno lascia il proprio paese in massa se questo paese gli appartiene.
