Oty Chong

“Patria o morte” è un’invocazione che risuona nel cuore di molti, ma la sua eco ha perso di significato.
Da quasi settant’anni, questo grido di battaglia viene ripetuto in un ciclo di speranza e disperazione, come una mantra che promette libertà e prosperità, ma che ha portato solo a una desolazione inaccettabile.
La nostra Patria, così amata e sognata, è stata ridotta a un guscio vuoto, un paesaggio di miseria fatto di mancanza di acqua, cibo, medicine e opportunità.
Oggi viviamo in un paese dove non ci sono trasporti, non ci sono soldi, e dove la trasparenza è solo un miraggio.
Non esistono vie legali per lamentarsi di questa situazione; da anni i cittadini si trovano costretti a subire in silenzio, come se la loro voce fosse stata soffocata da un regime che ha deciso che il dissenso non è tollerato.
Ma non è possibile continuare a svuotare il senso di queste parole, mentre la realtà quotidiana ci offre uno specchio crudo e impietoso.
Eppure, ci sono ancora coloro che si ostinano a perpetuare il racconto del blocco.
È un argomento usato come scudo per giustificare l’inefficienza, la corruzione e la mancanza totale di responsabilità.
Ma la verità è che il blocco non è l’unica causa della nostra sofferenza. Esiste una differenza sostanziale tra chi governa e chi vive.
I dirigenti che continuano ad accumulare ricchezze e privilegi, mentre i cittadini lottano per la sopravvivenza, non possono sostenere di rappresentare il popolo quando le loro famiglie vivono all’estero, studiando e godendo di opportunità che a noi sono negate.
Quando vedremo chi è al potere rinunciare a viaggi di lusso e ai prodotti in dollari? Quando chiudono gli hotel destinati a un turismo elitario mentre la popolazione locale si arrabatta per trovare un pasto decente?
Ogni festival alimentare organizzato è un colpo in faccia a chi non può permettersi di mangiare neppure una volta al giorno.
La propaganda che ci viene spacciata come “riqualificazione” ci appare come un oltraggio, un tentativo sfacciato di nascondere la verità sotto il velo del festeggiamento.
Ho visto le foto dell’Avana, con il suo fascino decadente accanto a edifici che crollano. Ho sentito le storie di chi è stato costretto a lasciare la propria terra, non per scelta, ma perché non c’era più nulla da salvare.
E proprio in questo momento, mentre guardiamo i figli dei potenti crescere in un mondo che non conosce la sofferenza, ci interroghiamo su cosa significhi realmente “Patria”.
Se la patria è un luogo di diritti negati, di sogni spezzati e di libertà represse, allora non possiamo più rimanere in silenzio.
Le generazioni future meritano di avere una vera patria: esente da ingiustizie, dove non si debba lottare solo per sopravvivere, ma per vivere.
Un luogo dove i sacrifici non siano richiesti solo ai più vulnerabili, ma condivisi equamente da tutti.
La nostra lotta non può fermarsi qui.
Uniamoci, lasciamo che il nostro dolore si trasformi in forza e determinazione.
Dobbiamo dire basta all’ipocrisia di chi continua a usare lo slogan “Patria o morte” senza rendersi conto che siamo stati già mortificati abbastanza.
Se deve formarsi una nuova coscienza, che si formi!
In onore di coloro che hanno dato la vita e hanno lottato per il nostro diritto di essere parte di un futuro migliore.
Quei volti, quegli eroi, meritano che la loro memoria non venga offuscata dalle menzogne di un sistema che sfrutta la paura e la mancanza di alternative.
Siamo il futuro che rivendica la dignità, il futuro che si alza contro le ingiustizie perpetuate.
Quando scrutiamo all’orizzonte, lo facciamo con la consapevolezza che siamo noi a dover cambiare il corso della storia. Non possiamo continuare a ripetere il mantra di un passato che non funziona più, di una retorica che ha distrutto più vite di quanto possa contare.
Coloro che moriranno ci salutano, ma non possiamo permettere che il loro sacrificio sia vano.
È tempo di agire per una patria che rappresenti tutti, e non solo una ristretta élite.
Dobbiamo guardarci negli occhi e promettere che non ci fermeremo fino a quando la libertà non sarà una realtà tangibile per ogni cittadino.
La nostra lotta non è solo per noi stessi, ma per i nostri bambini e per le generazioni a venire.
Solo così potremo dire, finalmente, che la Patria non è solo una parola vuota, ma un concetto vivo e vibrante, un’idea che abbraccia la giustizia, la libertà e il rispetto per ogni essere umano.
La mia patria, la nostra patria, merita di essere ricostruita sulle fondamenta di verità e giustizia.
Non possiamo e non dobbiamo permettere che l’ingiustizia continui a regnare. L’ora è ora.
La storia ci osserva e noi dobbiamo rispondere alla chiamata.
