
Di fronte alle immagini che arrivano da Torino, l’istinto sarebbe quello di abbassare lo sguardo, archiviare tutto come l’ennesimo sabato di tensione, un copione già visto. Ma farlo sarebbe un errore grave. Perché ciò che è accaduto durante quella che veniva presentata come una manifestazione “pacifica” non è una scaramuccia di piazza né un eccesso emotivo collettivo, ma è un fatto politico e criminale che interroga lo Stato, la sua capacità di far rispettare le regole e il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Un poliziotto aggredito, colpito con una violenza che non lascia spazio a interpretazioni benevole. Non una spinta, non un contatto accidentale, ma un’azione organizzata, reiterata e portata avanti da soggetti che sapevano esattamente cosa stavano facendo. Davanti a scene del genere non servono commentatori indulgenti, né equilibrismi semantici. Basta aprire il codice penale e leggere. L’associazione sovversiva è un reato previsto e punito dall’articolo 270. Il tentato omicidio è disciplinato dall’articolo 56. Non è estremismo giuridico: è la Legge dello Stato. Il caso Askatasuna, che a Torino è tutt’altro che una novità e torna così al centro di una questione che l’Italia rimanda da troppo tempo. Esistono realtà che si definiscono “movimenti”, “spazi sociali” e “presìdi politici”, ma che nei fatti operano fuori da ogni cornice di legalità. Occupano immobili senza titolo, decidono chi può entrare e chi no, stabiliscono regole parallele e costruiscono un clima di intimidazione costante verso le Istituzioni. Quando poi la violenza esplode, si chiede comprensione, si invoca il contesto e si parla di disagio, ma il contesto non può diventare un alibi permanente. Qui non siamo davanti a una semplice questione di ordine pubblico. Siamo davanti ad un attacco diretto alla democrazia, perché colpire un agente in divisa significa colpire lo Stato, la sua funzione di garanzia e la sicurezza di tutti. L’aggravante terroristica non è una forzatura retorica poiché quando la violenza è usata per intimidire, per imporre una visione politica e per delegittimare le Istituzioni, il confine è superato. E continuare a far finta di nulla significa normalizzare l’inaccettabile. C’è chi sostiene che il problema sia la carenza di poliziotti nelle strade. Non è così semplice. Certo, la presenza dello Stato sul territorio è fondamentale e l’esperienza dimostra che dove c’è una presenza visibile e organizzata delle forze dell’ordine, la criminalità arretra. Ma il nodo centrale è un altro: il potere. Il potere di intervenire, di prevenire e di difendere. Oggi troppo spesso chi indossa una divisa è costretto a muoversi con le mani legate, mentre chi usa la violenza gode di una tolleranza che rasenta la complicità. Da anni, nelle piazze italiane, va in scena qualcosa che somiglia sempre più a una guerra a bassa intensità, non dichiarata, ma reale. Una guerra fatta di slogan, di bastoni, di caschi, di molotov e di assalti mirati. In questo scenario, continuare a concedere spazi e agibilità politica a gruppi che dimostrano sistematicamente di non saper manifestare senza aggredire, significa tradire il senso stesso dei diritti costituzionali. Dopo gli scontri e dopo la violenza, quell’associazione e quel movimento, non dovrebbe più scendere in piazza. È una limitazione di un diritto? Sì. Ma è la stessa limitazione che quei gruppi impongono ogni giorno ai cittadini comuni. Perché il punto alla fine è la paura. La paura di uscire di casa, di attraversare una piazza, di portare i figli a una manifestazione che dovrebbe essere un momento di partecipazione e diventa invece un rischio. La paura, ancora più grave, di non potersi rivolgere alle Istituzioni, perché contro di esse è in atto una campagna di odio sistematica, eversiva e che trova sponde anche nel dibattito politico. Vogliamo vivere senza dover chiedere permesso a centri sociali, di qualunque colore, o a chi ha trasformato la violenza in un passatempo ideologico. In uno Stato di diritto l’uso legittimo della forza spetta solo allo Stato, sempre e mai ai privati, mai ai manifestanti violenti e mai a chi si arroga il diritto di “resistere” colpendo. Questo principio non è autoritarismo, ma è il fondamento della convivenza civile. Proteggere i diritti civili significa anche proteggere chi quei diritti è chiamato a garantirli. Oggi, invece, il diritto alla salute e alla libertà delle forze di polizia sembra evaporato e sacrificato sull’altare di una malintesa tolleranza. Sia chiaro che nessuno chiede impunità per chi rappresenta lo Stato perchè se un poliziotto, un magistrato, un politico sbagliano, devono pagare più di un cittadino qualunque, perché hanno più potere e più responsabilità. Proprio per questo, però, devono essere preservati. Delegittimarli sistematicamente significa indebolire lo Stato e lasciare campo libero a chi vive di caos. Anche i manifestanti che si dichiarano “pacifici”, ma sostengono Askatasuna e non possono chiamarsi fuori. Quel centro sociale è fuori legge, come molti altri in Italia. L’occupazione arbitraria di spazi pubblici o privati è un reato, punto. Se un cittadino occupasse la casa del vicino verrebbe sgomberato e arrestato senza discussioni. Perché qui dovrebbe valere un’eccezione ideologica? La legge o è uguale per tutti o smette di essere credibile. Serve dunque un cambio di passo netto. Nessuna tolleranza verso chi usa la violenza. E un appello chiaro alla magistratura ed applicare le norme vigenti, senza timidezze, e attraverso condanne esemplari che restituiscano ai cittadini quella libertà che oggi sentono di aver perso. Come ha detto il Governatore del Piemonte, a Torino c’è chi ha sottratto spazi di libertà alla collettività. È tempo di riprenderseli. Alla politica spetta fare le Leggi, ai giudici di applicarle e alle Forze dell’Ordine di farle rispettare. Confondere questi piani è pericoloso. Se servono leggi più severe, anche emergenziali, lo si dica senza ipocrisie. Negli anni di piombo lo Stato seppe difendersi e difendere i cittadini da terroristi, e da ideologi armati. Non risulta che questo abbia prodotto una deriva autoritaria irreversibile, al contrario, ha salvato la democrazia. Oggi siamo ad un bivio simile. Continuare a minimizzare, a giustificar, a rimandare ed avere il coraggio di affermare un principio semplice che la violenza politica non è dissenso, ma è un crimine. E come tale va trattata, senza paura, senza ambiguità e senza più alibi.
