La violenza di ogni genere è una sconfitta collettiva, ma quando si abbatte contro chi rappresenta lo Stato assume un significato ancora più grave, perché mina il patto di convivenza civile e delegittima le istituzioni chiamate a garantire diritti e sicurezza. Negli ultimi anni l’opinione pubblica ha assistito a una crescita preoccupante di aggressioni ai danni delle forze dell’ordine, spesso mascherate da protesta sociale o da rivendicazione politica, ma nei fatti riconducibili a comportamenti che il Codice Penale italiano qualifica senza ambiguità come reati, dalla resistenza e violenza a pubblico ufficiale, previste dagli articoli 336 e 337, fino alle ipotesi più gravi di violenza o minaccia contro corpi politici, amministrativi o giudiziari di cui all’articolo 338. Eppure, la sensazione diffusa è che gli addetti ai lavori, tra apparati di prevenzione, forze di polizia e sistema giudiziario, fatichino a contrastare in modo efficace i cosiddetti rivoltosi aggressivi, soggetti che colpiscono deliberatamente la persona del pubblico ufficiale per affermare un principio di forza e intimidazione. In questo vuoto di percezione si insinua l’idea pericolosa di una sostanziale impunità, alimentata da tempi lunghi dei processi, pene percepite come blande e da un dibattito pubblico che talvolta tende a giustificare la violenza come effetto collaterale del disagio sociale, ma lo Stato di diritto non può permettersi ambiguità, la protesta è legittima, la violenza no, e quando l’aggressione diventa sistematica e organizzata si entra nel terreno della sovversione dell’ordine democratico, con profili che possono avvicinarsi al terrorismo interno. Il legislatore italiano dispone già di strumenti per intervenire in questa direzione, a partire dagli articoli 270 bis e seguenti del Codice penale, che puniscono l’associazione con finalità di terrorismo anche se rivolta contro lo Stato e le sue articolazioni, comprese le forze dell’ordine. A ciò si aggiungono norme speciali e misure preventive introdotte negli ultimi anni, come il rafforzamento del DASPO urbano, i decreti sicurezza e le disposizioni emergenziali adottate per fronteggiare fenomeni di violenza organizzata in contesti di piazza, di eventi pubblici o di occupazioni illegali. Tuttavia la Legge, da sola, non basta se non è accompagnata da una strategia coerente di prevenzione, formazione e tutela degli operatori. C’è un limite oltre il quale la tolleranza smette di essere un valore democratico e diventa complicità. Quel limite viene superato ogni volta che una donna o un uomo in divisa finisce in ospedale per aver tentato di far rispettare la Legge. I dati sono impietosi, solo nel 2024 sono stati registrati circa 2695 episodi di aggressione contro le Forze dell’Ordine, con una media spaventosa di un attacco ogni 3,5 ore. Eppure, nonostante il clamore mediatico, la percezione è che i “professionisti del disordine” continuino a godere di un’area di impunità de facto che svilisce l’Autorità dello Stato. Prevenire significa investire in intelligence territoriale, monitoraggio dei gruppi violenti, capacità di intercettare segnali di radicalizzazione e di escalation prima che si traducano in aggressioni fisiche ed anche lavorare sul piano culturale, ribadendo senza ambiguità che colpire un agente equivale a colpire la Comunità che quell’agente serve. Reprimere, invece, vuol dire applicare le norme esistenti con rigore e tempestività, assicurando che chi aggredisce un pubblico ufficiale risponda delle proprie azioni con sanzioni proporzionate e certe, senza sconti ideologici o attenuanti improprie. In questo quadro si inserisce l’azione dell’attuale Governo di centrodestra, che ha fatto della sicurezza uno dei pilastri del proprio programma politico, promettendo un rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine e un inasprimento delle pene per i reati contro lo Stato. Le iniziative annunciate e in parte già attuate vanno dalla proposta di aggravanti specifiche per le violenze in servizio all’estensione delle garanzie legali per gli operatori coinvolti in procedimenti giudiziari, fino a un approccio più duro verso le manifestazioni degeneranti in guerriglia urbana. È una linea che trova consenso in una parte rilevante dell’opinione pubblica, stanca di vedere immagini di agenti feriti e mezzi distrutti, ma che deve confrontarsi con l’esigenza di mantenere un equilibrio costituzionale tra sicurezza e diritti. Il rischio, infatti, è che il dibattito si polarizzi tra chi invoca il pugno duro a ogni costo e chi minimizza la violenza in nome della libertà di espressione, perdendo di vista il punto centrale: la tutela delle forze dell’ordine non è un favore corporativo, ma una condizione necessaria per la tenuta democratica del Paese. Parlare di terrorismo contro le forze dell’ordine non significa criminalizzare il dissenso, bensì riconoscere che esistono frange organizzate che usano la violenza come strumento politico, mirando a intimidire lo Stato e a delegittimare il governo legittimamente eletto, oggi di centrodestra come ieri di altra tendenza. Contrastare questi fenomeni richiede chiarezza normativa, fermezza operativa e una comunicazione istituzionale che non lasci spazio a zone grigie. Significa anche sostenere gli uomini e le donne in divisa non solo quando subiscono un’aggressione, ma prima, dotandoli di mezzi adeguati, formazione continua e un quadro giuridico che li metta al riparo da processi mediatici sommari. In definitiva, la violenza va condannata sempre e senza distinguo, soprattutto quando colpisce chi è chiamato a garantire l’ordine pubblico. Se gli addetti ai lavori sembrano talvolta incapaci di arginare i rivoltosi aggressivi, la risposta non può essere l’assuefazione o la rassegnazione, ma un rilancio della responsabilità dello Stato in tutte le sue articolazioni. Solo così sarà possibile prevenire le derive più estreme, reprimere efficacemente i reati e restituire credibilità alle istituzioni, evitando che l’aggressione al pubblico ufficiale diventi un gesto quasi normale e che la violenza si trasformi, passo dopo passo, in una minaccia strutturale alla democrazia italiana.
