LA VERA STORIA DEL PERCHÉ CUBA È DISTRUTTA

Da decenni, il dibattito attorno alla situazione economica di Cuba si concentra sull’embargo statunitense visto come una delle principali cause della crisi profonda che affligge l’isola.
Tuttavia, un’analisi più approfondita rivela che, al di là delle restrizioni imposte da Washington, la vera radice dei problemi economici cubani può essere rintracciata nel sistema sovietico che ha dominato l’isola per decenni e nella mancanza di diversificazione economica.
Nel 2024, le statistiche parlano chiaro: Cuba ha esportato beni per un valore totale di 9,639 milioni di dollari, mentre la Repubblica Dominicana, a soli 77 km di distanza, ha raggiunto un record storico di 12,925 milioni di dollari in esportazioni, escludendo petrolio e sussidi esteri.

Questa differenza di performance economica non può essere attribuita semplicemente all’embargo, ma piuttosto a un sistema economico che ha dimostrato di essere inefficiente e parassitario.
Fin dal 1959, Cuba ha beneficiato di ingenti sussidi dall’Unione Sovietica, ammontanti a circa 4,3 miliardi di dollari all’anno.
Per decenni, questi fondi sono stati utilizzati per sostenere un sistema economico centralizzato che ha prodotto poco o niente in termini di sostegno alla crescita economica sostenibile.
Le risorse sono state sprecate mentre l’economia cubana rimaneva ancorata a settori come quello dello zucchero, dove il regime vendette a Mosca a prezzi ben superiori ai valori di mercato.

Questa dipendenza ha creato un ciclo vizioso che, una volta terminato con la caduta dell’URSS nel 1991, ha gettato l’isola in un “Periodo Speciale” caratterizzato da carestie e blackout prolungati.
Un’epoca buia in cui l’ingegno cubano, forgiato nella necessità, si è espresso in mille modi per sopravvivere.
Dai “cocotaxi” alimentati a energia animale alle biciclette adattate per trasportare famiglie intere, l’isola ha riscoperto una resilienza che sembrava sopita.
L’agricoltura urbana ha prosperato, trasformando giardini e terrazze in orti rigogliosi, mentre i medici hanno riscoperto l’efficacia delle medicine tradizionali.
Ma il “Periodo Speciale” è stato anche segnato da privazioni, sofferenze e un esodo di massa verso lidi più prosperi.
Un trauma collettivo che ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale cubano e che ancora oggi influenza la percezione del futuro.
L’alleanza con il Venezuela, che ha fornito a Cuba fino a 150.000 barili di petrolio al giorno per un periodo di 24 anni, ha temporaneamente alleviato le difficoltà economiche.

Tuttavia, con il declino della produzione petrolifera venezuelana e le sanzioni statunitensi, questa fonte di approvvigionamento si è ridotta drasticamente, riportando l’isola caraibica in una situazione di precarietà.
La dipendenza da un’unica fonte di energia ha reso l’economia cubana vulnerabile alle fluttuazioni esterne, evidenziando la necessità di diversificare le proprie fonti energetiche e di promuovere lo sviluppo di energie rinnovabili.
La ricerca di alternative sostenibili è diventata una priorità per il governo cubano, che si trova ad affrontare la sfida di garantire l’approvvigionamento energetico del paese in un contesto economico globale sempre più complesso.

Tuttavia, anche in questo caso, la risposta del governo cubano è stata quella di continuare a dipendere da sussidi esterni piuttosto che investire in innovazione e modernizzazione.
Dopo la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti nel gennaio 2026, Cuba ha perso il suo terzo sponsor internazionale, trovandosi nuovamente in una crisi economica profonda.
La popolazione cubana vive oggi in condizioni disperate: l’89% è in povertà estrema, e sette su dieci saltano almeno un pasto al giorno.
I blackout possono superare le 20 ore quotidiane, mentre il governo destina generatori esclusivi agli hotel turistici, ignorando le necessità fondamentali degli ospedali e delle comunità locali.

Questo scollamento tra l’élite del Partito Comunista, che vive in lussuose ville a pochi isolati dalla miseria generale, e la popolazione è emblematico di un regime che ha perso ogni legittimità.
In questa cornice, l’embargo diventa la scusa perfetta per il regime cubano per giustificare la propria incapacità di governare e gestire l’economia.
Per 66 anni, la narrazione dell’embargo ha coperto una mancanza di responsabilità e capacità di adattamento.
Nonostante i continui appelli alla comunità internazionale per la revoca delle sanzioni, Cuba ha avuto tre sponsor internazionali e ha dimostrato di sprecare tutte le opportunità offerte.
La ricerca di un nuovo alleato, ora nel Messico, non è altro che un tentativo di trovare un quarto sponsor senza affrontare le vere questioni strutturali che bloccano il progresso economico del paese.
Il sistema di governo cubano ha distrutto ogni potenziale di sviluppo sostenibile, trasformando l’intera nazione in un mendicante professionista di politiche estere amiche.
L’embargo statunitense, lungi dall’essere la sola causa, ha fornito un comodo capro espiatorio per decenni di pianificazione centralizzata inefficiente e repressione dell’iniziativa privata.
Il regime castrista, ossessionato dal controllo ideologico, ha soffocato ogni forma di dissenso e creatività, trasformando l’isola in una prigione a cielo aperto.
La retorica rivoluzionaria, un tempo galvanizzante, si è svuotata di significato, riducendosi a un mantra stantio ripetuto da una gerontocrazia sclerotizzata.

I giovani cubani, privati di opportunità e speranze, cercano rifugio nell’emigrazione, abbandonando la loro terra natale in cerca di un futuro migliore.
La diaspora cubana, sparpagliata per il mondo, rappresenta una testimonianza vivente del fallimento del progetto castrista.
È evidente che la soluzione ai problemi di Cuba non può risiedere in un nuovo sponsor, ma deve partire da un radicale cambio di paradigma economico e politico.
Solo attraverso una reale apertura al mercato, investimenti in infrastrutture e diversificazione economica, Cuba potrebbe tornare a essere un paese produttivo e autonomo, capace di sostenersi senza dover dipendere da assistenza esterna.
In conclusione, la sfida che Cuba affronta non è solo quella di superare le conseguenze dell’embargo statunitense, ma di ripensare totalmente il proprio modello economico e politico
La vera libertà e prosperità dell’isola dipendono da una rivoluzione interna che rompa con gli schemi di dipendenza e incompetenza passati, trasformando Cuba in una nazione in grado di prosperare grazie alle proprie forze e risorse.
Questo processo di cambiamento richiede un rinnovamento profondo delle istituzioni, un’apertura al mondo che non sia una svendita, ma un’interazione paritaria e vantaggiosa per entrambe le parti.
È necessario liberarsi dalla mentalità assistenzialistica e abbracciare l’iniziativa privata, la creatività e l’innovazione come motori di crescita.
La vera rivoluzione cubana non è un evento del passato, ma un processo continuo di auto-miglioramento e adattamento alle sfide del presente, con uno sguardo fiducioso verso un futuro in cui Cuba possa brillare di luce propria, senza bisogno di stampelle esterne.
Solo così l’isola potrà finalmente liberarsi dal giogo di un sistema che ha fallito nel garantire un futuro dignitoso ai suoi cittadini.
