Se c’è una cosa che possiamo affermare con assoluta certezza, è che “La Repubblica” non è mai stata un faro di imparzialità.

Anzi, sotto la direzione di Maurizio Molinari, ha assunto le sembianze di una vera e propria Cloaca dell’informazione.

Un giornale che ha fatto di tutto per diventare la cassa di risonanza dei pruriti “progressisti” e laicisti del nostro tempo, amplificando ogni allarmismo climatico e pandemico come se fosse l’unico argomento di discussione nel dibattito pubblico.

Ora, i giornalisti di “Repubblica” sono scesi in sciopero per esprimere la loro preoccupazione riguardo alla possibile vendita del Gruppo Gedi al magnate greco Theodore Kyriakou, noto per i suoi legami con Donald Trump.

E qui ci si potrebbe chiedere: ma davvero?

I giornalisti di un quotidiano che ha da sempre navigato in acque progressiste, ora si oppongono a un possibile cambio di proprietà con tanto fervore?

Non dovrebbe essere il loro pane quotidiano confrontarsi con nuove idee, nuove visioni editoriali?

O forse, in qualche modo subiscono una sorta di indottrinamento che li rende totalmente incapaci di accettare qualsiasi cambiamento?

E allora, perché Elkann dovrebbe subire questa sorta di censura interna?

Forse perché i giornalisti si sono impigliati nella loro stessa rete di contraddizioni?

D’altronde, come è possibile che un giornale che ha sempre predicato libertà di espressione, pluralismo e democrazia reagisca con una chiusura così drastica e preventiva?

Dovremmo forse credere che il confronto sia un concetto riservato solo a chi la pensa come loro?

“Repubblica”, per anni, ha ostentato il suo schieramento contro ogni forma di governo meloniano, inondandoci di articoli che mettevano in dubbio la legittimità della destra italiana.

Ma quando è il momento di confrontarsi con un potenziale nuovo editore e un’eventuale modifica della linea editoriale, ecco che invocano addirittura l’intervento del governo.

E noi, lettori increduli, siamo qui a chiederci: con quale faccia, con quale dignità, possono permettersi di chiedere aiuto?

Siamo davvero a questo punto?

Le contraddizioni si accumulano come le foglie in autunno: un giornale che ha saputo cavalcare le onde dell’allarmismo sociale e politico ora si presenta come il campione indiscusso del pluralismo.

Ma il pluralismo non implica accettare idee diverse dalle proprie?

Davvero si può sostenere una linea anti-Trump e poi rifiutarsi di accettare qualsiasi cambiamento che possa derivarne?

Gli stessi giornalisti che sono stati abituati a puntare il dito su tutto e tutti ora si trovano a spezzare le lance per difendere un editore.

Senza considerare che “Repubblica”, sotto la guida di Molinari, ha quasi perfezionato un’arte: quella di alimentare le controversie.

Ogni pagina sembra un’opera d’arte che mette in evidenza la contraddizione e l’ipocrisia altrui, mentre nasconde, come un mago, le proprie.

Quindi, se “La Repubblica” è diventata il trombone dell’allarmismo e il portabandiere delle tensioni politiche, che impressione possiamo avere ora, di fronte a questo sciopero?

Vi immaginate un gruppo di artisti che si rifiuta di esibirsi perché il loro pianoforte sta per essere venduto a un musicista di un genere diverso?

Assurdo, vero?

Ma torniamo alle domande essenziali: com’è possibile che un giornale che da decenni predica libertà di espressione, pluralismo e democrazia reagisca con una chiusura così drastica al confronto?

La risposta, ahimè, è semplice: non sono realmente interessati a un dialogo costruttivo.

La loro cifra stilistica è ben nota: da un lato c’è il “loro”, dall’altro il “non loro”.

E quindi, che cosa farebbero? Invocano l’intervento del governo per salvaguardare il loro angolo di verità.

E cosa accade, alla fine, se “Repubblica” fosse costretta a vendere il suo patrimonio editoriale?

Potrebbe essere rifondato, o più realistico, venduto come patacca a qualche ignaro compratore.

Magari trasformato in un rotocalco scandalistico, dove le notizie serissime si mescolano a gossip e pettegolezzi.

Un vero peccato, considerando che gli stessi giornalisti urlerebbero alla violazione dei diritti civili.

Ma, quanto sembra rimarchevole, chi si è davvero curato delle loro sofferenze quando hanno deciso di rendere la loro narrazione un’arma politica?

In conclusione, “La Repubblica” si trova oggi di fronte a un bivio paradossale.

Dopo decenni di impegno in un’informazione che appare più faziosa che obiettiva, ora deve affrontare la realtà: forse, non è mai stata aperta al confronto.

Ed è proprio questa incapacità di adattarsi che li ha resi vulnerabili a una vendita che potrebbe cambiarne il volto in modo definitivo.

Ironico, non è vero?

Un giornale che ha sempre sfruttato le sue opinioni per ergersi a custode della verità, ora teme la verità insita in un possibile cambio di proprietà.

Ah, come sono divertenti i giochi del destino!

Di Admin

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