Il 5 febbraio 2026 il Governo ha approvato il nuovo Decreto Sicurezza 2026, un provvedimento che interviene in modo deciso sulla gestione dell’ordine pubblico e introduce una misura destinata a far discutere: il fermo preventivo di dodici ore. Una scelta che nasce in un clima di tensioni crescenti nelle piazze italiane, segnate negli ultimi mesi da scontri, aggressioni alle forze dell’ordine e danni ingenti a esercizi commerciali e beni pubblici. La domanda di fondo è semplice: in una democrazia moderna, chi rispetta le regole può ancora sentirsi tutelato? Il cuore della riforma è rappresentato proprio dal fermo preventivo di 12 ore. Si tratta di uno strumento pensato per consentire alle autorità di intervenire prima che la violenza esploda, trattenendo temporaneamente soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi in occasione di manifestazioni ad alto rischio. Non una condanna anticipata, ma una misura di prevenzione. Non una scorciatoia autoritaria, ma un tentativo di evitare che una piazza legittima venga trasformata in un campo di battaglia da gruppi organizzati e recidivi. Chi ha vissuto da vicino le recenti proteste in grandi città come Milano o Roma conosce bene il copione: cortei che iniziano pacificamente e che, nel giro di pochi minuti, degenerano in lanci di oggetti, cariche, vetrine infrante, cassonetti rovesciati. In mezzo, spesso, manifestanti che volevano soltanto far sentire la propria voce. E davanti a loro uomini e donne in divisa, chiamati a contenere la violenza con mezzi limitati e sotto pressione costante. Il fermo preventivo nasce per spezzare questo schema. L’idea è isolare in anticipo i cosiddetti “professionisti del disordine”, soggetti già noti per precedenti specifici in contesti di guerriglia urbana, impedendo loro di confondersi tra i manifestanti pacifici. È prevenzione, non repressione. È un tentativo di proteggere sia il diritto al dissenso sia l’incolumità pubblica. Eppure, proprio mentre il Governo rivendica la necessità di rafforzare l’ordine pubblico, si apre un fronte delicato con una parte della magistratura. In diversi casi, infatti, i giudici chiamati a convalidare i fermi o a confermare misure accessorie come l’obbligo di firma hanno ritenuto non sufficienti i presupposti per limitare la libertà personale. Decisioni legittime sul piano giuridico, ma che alimentano una percezione crescente di scollamento tra chi opera nelle strade e chi giudica nelle aule dei tribunali. Qui si gioca la vera partita. Perché il problema non è la dialettica istituzionale, ma la fisiologica in uno Stato di diritto. Il problema è la sensazione, diffusa tra molti operatori di pubblica sicurezza e tra una parte dell’opinione pubblica, e che ogni sforzo preventivo rischi di essere vanificato poche ore dopo. Quando un agente arresta con fatica un soggetto violento e lo vede tornare libero quasi immediatamente, la questione non è solo tecnica: è simbolica. È la credibilità dello Stato che viene messa alla prova. La cosiddetta “firma facoltativa”, espressione che circola con insistenza nel dibattito pubblico, descrive proprio questa percezione, prescrizioni che sembrano perdere forza ed obblighi che appaiono più suggerimenti che imposizioni. Certo, la magistratura richiama giustamente i principi costituzionali di proporzionalità e tutela della libertà personale, ma resta una domanda che attraversa le piazze e le caserme: “…come si tutela chi subisce la violenza?…”. Il Decreto Sicurezza 2026 punta a restituire centralità al concetto di ordine pubblico come bene collettivo. Non un feticcio autoritario, ma una condizione minima di convivenza civile. Senza ordine pubblico non c’è libertà effettiva, perché la libertà del più forte o del più violento finisce per schiacciare quella del cittadino comune. Il commerciante che vede la propria vetrina distrutta non vive un dibattito teorico sui diritti. Vive un danno concreto. L’agente colpito da un oggetto non percepisce un conflitto interpretativo tra norme. Percepisce il rischio fisico. Ecco perché il fermo preventivo di dodici ore assume un valore che va oltre la tecnica giuridica: è un segnale. Dice che lo Stato intende intervenire prima che il peggio accada e che la prevenzione può essere più efficace della repressione a posteriori, ma questo segnale rischia di indebolirsi se non viene sostenuto da un’applicazione coerente e condivisa. Nessuno mette in discussione il ruolo di garanzia della magistratura. In una democrazia, il controllo giurisdizionale è fondamentale. Tuttavia, quando l’interpretazione delle norme appare sistematicamente orientata a ridimensionare gli strumenti di prevenzione, il risultato è un corto circuito istituzionale. Da una parte il legislatore rafforza i poteri di intervento e dall’altra le decisioni giudiziarie ne limitano l’efficacia. In mezzo restano le forze dell’ordine e i cittadini. Il punto non è chiedere un arretramento delle garanzie costituzionali, ma è chiedere coerenza. Se il Parlamento ha ritenuto necessario introdurre il fermo preventivo di 12 ore per rispondere a un’emergenza concreta, occorre che l’intero sistema ne riconosca la legittimità e lo applichi con rigore, senza automatismi, ma anche senza pregiudizi ideologici. La libertà di manifestare è un pilastro democratico e nessuno lo nega. Ma non può trasformarsi in una copertura per chi utilizza la piazza come terreno di scontro permanente con lo Stato. La distinzione tra dissenso e violenza deve essere netta. Il decreto prova a tracciarla. Se quella linea viene sistematicamente erosa, il messaggio che passa è pericoloso e violare le regole comporta conseguenze incerte, e reversibili. Alla fine, tutto si riduce alla fiducia. Fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Fiducia degli agenti nel sistema che li manda in strada. Fiducia dei manifestanti pacifici nel fatto che non saranno ostaggio di minoranze aggressive. Il Decreto Sicurezza del 5 febbraio 2026 può essere uno strumento utile, ma solo se accompagnato da una collaborazione leale tra Governo, forze dell’ordine e magistratura. La firma non può essere percepita come facoltativa. Il fermo non può diventare un gesto simbolico privo di seguito. La legge deve essere chiara, applicata e credibile. Perché una democrazia che vuole restare tale non può permettersi ambiguità quando si tratta di difendere la sicurezza collettiva. Se il patto tra Stato e cittadino si incrina, non è solo un problema giuridico, ma è una frattura civile. E ricucirla, dopo, diventa molto più difficile.