Avete letto bene: Giggino Di Maio, il giovane che con il suo modo di fare e di parlare ha conquistato l’attenzione dell’opinione pubblica italiana e non solo, è diventato professore universitario al King’s College di Londra.

Sì, proprio lui, il Di Maio che ha fatto la sua carriera politica tra un selfie e un post su Facebook, dallo stadio San Paolo alle più alte cariche dello Stato, senza mai realmente abbandonare il palcoscenico dei 5 Stelle.

Ma come è possibile che un uomo senza laurea riesca a sedere in cattedra in una delle università più prestigiose del mondo?

Mi sembra l’inizio di una barzelletta, ma purtroppo è realtà.

Dopo anni passati a districarsi nel marasma politico italiano, tra promesse, cambi di rotta e prese di posizione che sembravano più scritte da un drammaturgo che da un politico, ecco che Di Maio trova il modo di reinventarsi.

Che sia un genio del marketing o un esperto di networking, non lo sappiamo.

Quello che è certo è che dietro questa nomina c’è qualcosa di più di un semplice riconoscimento accademico.

Una sorta di “mestiere della politica” che, si sa, non prevede necessariamente studi accademici.

E mentre ci troviamo a chiederci se il King’s College abbia abbassato le sue barriere di ingresso o se noi stiamo sopravvalutando il prestigio di questa istituzione, emergono due ipotesi: o Di Maio ha acquisito competenze esclusive durante le sue peregrinazioni politiche, oppure stiamo assistendo alla peggior farsa del mondo accademico.

Un po’ come quell’amico che si crede chef perché ha guardato qualche episodio di MasterChef, senza aver mai toccato un coltello in vita sua.

Cosa farà mai un professore Di Maio nei corridoi del King’s College?

Insegnerà come si gestisce un ministero con un social media manager a fianco?

O forse terrà corsi su come ottenere consenso popolare attraverso frasi ad effetto e arrampicate sugli specchi?

Con ogni probabilità, i suoi studenti dovranno prepararsi a lezioni infarcite di aneddoti sulle sue esperienze politiche, miscelati con consigli su come cambiare bandiera al momento giusto per non affondare.

In effetti, non possiamo dimenticare che il nostro Giggino ha recentemente rotto con il Movimento 5 Stelle, scomettendo tutto su Draghi e sull’asse coi poteri forti.

Sarà un caso che ora si ritrovi ad avere un posto di rilievo in una università britannica? Magari questo è il segnale che i suoi “meriti” politici, accumulati in anni di collusioni e manovre, stanno cominciando a fruttare anche a livello internazionale.

La politica, si sa, è fatta di alleanze e scambi: tu mi sostieni e io ti faccio un favore.

È un gioco di scacchi, e Di Maio sembra aver trovato le mosse giuste per scalare la vetta accademica.

Ma non fermiamoci qui. Restiamo sul tema delle competenze.

Gli accademici del King’s College saranno sicuramente ansiosi di apprendere da un “esperto” che ha gestito il Ministero del Lavoro, noto per aver contribuito a trasformare il mercato del lavoro italiano in un labirinto di precarietà.

Chissà, magari la sua lezione sul lavoro sarà intitolata “Come incentivare il precariato e mantenere il consenso”.

Un argomento di grande attualità, perché si sa, chi non ha mai provato la sensazione di dover affrontare una scadenza di contratto?

Ed è proprio in questo contesto che mi chiedo: che cosa ne penseranno gli studenti, che magari si aspettano un insegnamento più tradizionale, quando si ritroveranno a discutere di mercati del lavoro con un uomo la cui esperienza si basa su fiumi di parole piuttosto che su risultati concreti?

E ora veniamo al punto cruciale: il suo curriculum.

Siamo certi che il King’s College avrà fatto le opportune verifiche prima di offrirgli un incarico così prestigioso.

O almeno lo speriamo.

Ma la mia mente sarcastica non può fare a meno di chiedersi cosa ci sia scritto accanto al nome Di Maio nel suo dossier accademico.

Ci saranno forse delle voci che documentano l’attività politica di un uomo che ha saputo districarsi tra i vari ministeri – dalla gestione dell’emergenza Covid a quella delle politiche ambientali – con la stessa destrezza di un equilibrista su un filo sottile? O sarà tutta una questione di stile, di charisma, di quel particolare modo di porsi che ha reso Di Maio una figura quasi magnetica nel panorama politico italiano?

Ma il gioco dell’ironia non finisce qui.

Immaginate le interviste che seguiranno alla sua nomina.

“Professore Di Maio, quali sono le sue linee guida per una nuova generazione di leader?”

E lui, con il suo sorriso smagliante, risponderà: “Ascoltate, non parlate troppo, ma soprattutto, siate pronti a cambiare idea in un attimo.”

Ma da dove trae questa saggezza?

Dall’esperienza politica, certo!

Il vizietto di cambiare casacca in base alle convenienze è sempre stato il suo forte.

E chissà, forse in aula avrà dei momenti epici in cui racconta ai suoi studenti come ha passato la notte a riflettere sulla… riforma del jobs act, mentre la maggior parte di noi cercava di capire se oggi avremmo avuto o meno il bonus energia.

E come dimenticare il suo famosissimo “Onestà, onestà, onestà”?

Ecco, una volta in cattedra, immagino già le risate in aula quando dovrà spiegare quell’affermazione.

“Gli studenti, ricordatevelo, l’onestà è una virtù… purché non interferisca con le vostre ambizioni professionali”.

E chi lo sa, magari concepirà un nuovo corso di laurea in “Onestà e Opportunismo: come farla franca in politica senza laurea”.

Tornando seri, però, il dilemma resta: Giggino, professore universitario a Londra, è davvero la celebrazione del talento o piuttosto la triste conferma di quanto il mondo accademico possa essere influenzato dalla politica?

La risposta, ahimè, potrebbe rimanere sospesa nell’aria come una promozione a capotreno per chi ha solo collezionato tweet.

La verità è che questo evento provoca una riflessione amara su cosa significhi il prestigio accademico.

Siamo davvero certi che il valore di un’università si misuri in base a chi siede nelle sue cattedre?

O stiamo soltanto assistendo a un altro capitolo della commedia italiana, dove i personaggi si muovono grazie a dinamiche poco nobili, mentre il pubblico applaude, disorientato, dal suo posto?

E in questo balletto di ironia e sarcasmo, la conclusione è che Giggino Di Maio, in fondo, è molto di più di un semplice ex politico: è un simbolo del nostro tempo.

Un tempo in cui si confondono merito e opportunità, in cui il sogno di diventare professori al King’s College sembra accessibile a chiunque, purché sappia come giocare le sue carte.

In effetti, un applauso va a Di Maio per aver dimostrato che, talvolta, la vera laurea consiste nel saper navigare nella tempesta politica e sfruttare ogni occasione al volo. Ma ai suoi futuri studenti dico: preparatevi!

Le sue lezioni potrebbero non essere ciò che vi aspettate, ma saranno sicuramente indimenticabili.

Di Admin

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