In Italia, come mai la sinistra difende una riforma della magistratura del periodo fascista, che favorisce un sistema processuale inquisitorio, tipico di regimi illiberali e consolidato durante il fascismo?

Negli ultimi anni, il panorama politico italiano ha assistito a un’evoluzione sorprendente della sinistra, un cambiamento che ha sollevato interrogativi sulla coerenza delle sue posizioni e sul significato di giustizia che essa intende difendere.
È difficile non rilevare un atteggiamento di indignazione selettiva, che sembra mutare a seconda del contesto e dell’identità del soggetto coinvolto.
L’episodio più recente che ha acceso i riflettori su questa contraddizione è quello del poliziotto coinvolto negli scontri avvenuti a Rogoredo.
Un fatto che, per alcuni, diventa l’occasione perfetta per mettere in discussione le istituzioni e il lavoro di chi, ogni giorno, si impegna a garantire la sicurezza dei cittadini.
L’irruzione della sinistra nel dibattito pubblico riguardo a questo caso è stata immediata e intensa.
La figura del poliziotto, normalmente vista come emblema della legalità, è stata assediata da accuse e critiche che hanno colpito non solo l’individuo ma l’intero Corpo di Polizia.
È curioso notare come, invece, quando i protagonisti delle cronache sono spacciatori, clandestini violenti o pregiudicati seriali, scatti immediatamente una difesa che evoca condizioni sociali, meriti di “garantismo” e analisi sociologiche affrettate.
In queste situazioni, ogni semaforo rosso sembra concedere un’attenuante morale, mentre quando il colpevole indossa una divisa, ogni forma di pietà o comprensione svanisce.
A questo punto, ci si potrebbe chiedere: dove è finito il garantismo, di cui la sinistra si è fatta spesso bandiera?
Il paradosso è che una parte rilevante della sinistra difende posizioni che la sua stessa storia aveva messo in discussione.
La risposta risiede nella visione intrinsecamente ideologica di chi continua a vedere il mondo attraverso una lente distorta, dove il poliziotto diventa automaticamente colpevole, laddove i delinquenti possono godere di attenuanti infinitamente elastiche.
Questa è la vera problematica in gioco: un pregiudizio che, lungi dall’essere basato sui fatti, sfiora l’ideologia pura e semplice.
Non si tratta di negare che chi sbaglia debba pagare.
È un principio essenziale in una società di diritto.
Tuttavia, l’uso strumentale di un singolo episodio per delegittimare l’intero apparato della sicurezza pubblica non può essere tollerato.
Un altro aspetto che emerge da questa situazione è l’allarmante reazione internazionale, con la Svizzera che ha addirittura chiesto il disarmo della Polizia italiana.
Un passo che, oltrepassando i confini nazionali, rischia di delegittimare ulteriormente il lavoro delle forze dell’ordine.
È evidente, dunque, che siamo di fronte a una calamità non soltanto sociale, ma anche diplomatica, alimentata da un’azione politica che sembra più interessata a cavalcare l’indignazione popolare che a cercare soluzioni costruttive.
Il problema principale, quindi, non è rappresentato unicamente dal singolo episodio di Rogoredo, ma dalla tendenza di una parte della sinistra ad erigere un muro contro l’applicazione della legge.
Qui non si tratta di giustificare ogni azione intrapresa dalle forze dell’ordine: ci sono errori, ci sono abusi, e questi devono essere sempre perseguiti.
Tuttavia, è fondamentale mantenere un equilibrio, riconoscendo l’importanza di differenziare le reali responsabilità da una narrativa generalizzante e accusatoria.
La sinistra italiana ha la straordinaria opportunità di ripensare le sue posizioni, di fare autocritica e di riscoprire il valore del garantismo, non solo verso i delinquenti, ma anche verso coloro che combattono ogni giorno l’illegalità.
La fiducia nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine e nella giustizia non può essere costruita su una base di sospetto e delegittimazione.
È necessario riportare il dibattito su binari più costruttivi, dove la critica si muova verso l’interno delle istituzioni e non contro di esse.
In definitiva, la sinistra ha bisogno di rielaborare il proprio approccio, riconoscendo che il garantismo deve essere un valore universale, da applicare a tutti indistintamente.
Solo così potrà ritrovare credibilità agli occhi di una società sempre più incerta e sfiduciata, pronta a rispettare le leggi e a riconoscere il valore di chi lavora per la loro applicazione.
Questa è la vera sfida per la sinistra italiana: non tanto difendere o accusare, quanto piuttosto costruire un dialogo sincero e aperto tra le differenti anime del nostro Paese.
