
Il dibattito sulla riforma della giustizia si fa sempre più acceso e coinvolge non solo i politici, ma anche i protagonisti stessi del sistema giudiziario: i magistrati.
La recente iniziativa dei “50 magistrati per Sì”, che si raduneranno a Roma per sostenere pubblicamente la riforma in discussione, segna un punto di svolta significativo.
Questi professionisti del diritto hanno deciso di prendere posizione e di non rimanere in silenzio, dimostrando così una nuova consapevolezza sul ruolo della giustizia nel nostro Paese.
Isabella Bertolini, segretario nazionale del Comitato “Sì Riforma”, ha chiarito che il Sì non deve essere interpretato come una battaglia corporativa, ma piuttosto come una scelta di responsabilità verso il Paese.
Questo è un messaggio importante, perché invita a superare le divisioni interne e a mettere al centro l’interesse collettivo.
In un contesto in cui la giustizia è spesso vista come un’istituzione lontana dalle reali esigenze dei cittadini, la scelta di scendere in campo e “metterci la faccia” da parte di un gruppo di magistrati rappresenta un forte segnale di cambiamento.
L’obiettivo della maratona oratoria è chiaro: riportare il confronto sui contenuti della riforma su un piano istituzionale e concreto. In questo senso, i principi di indipendenza, merito e trasparenza diventano centrali.
È fondamentale che i cittadini ripongano fiducia nell’autorità giudiziaria e che i magistrati siano percepiti come professionisti imparziali, distanti da logiche politiche o correntizie.
Uno dei punti salienti emersi da questa iniziativa riguarda proprio la questione delle correnti all’interno della magistratura.
Diverse voci autorevoli, come quella del procuratore di Palmi, Federico Moleti, hanno stigmatizzato la narrazione secondo cui il No alla riforma sarebbe il pensiero prevalente tra i magistrati.
Al contrario, Moleti sottolinea che molti colleghi in Calabria, pur non essendo vocali, sono pronti a sostenere il Sì.
Questo testimonia una spaccatura interna e una divergenza di opinioni, che va oltre il rumore mediatico creato da figure pubbliche come Nicola Gratteri.
Infatti, le parole e i toni utilizzati da Gratteri nei confronti di chi sostiene la riforma sono stati definiti “inappropriati” da diversi magistrati, evidenziando un clima di confronto che rischia di diventare distruttivo.
Se la giustizia deve tornare ad essere un valore condiviso e accettato da tutti, è necessario che vi sia un dibattito sereno e rispettoso, privo di attacchi personali e generalizzazioni.
Monica Marchionni, un’altra voce autorevole nel panorama giudiziario, ha condiviso le sue riflessioni sulla situazione attuale del sistema giudiziario, evidenziando come il pubblico ministero sia diventato la vera “superstar” del processo penale.
Questa asimmetria di potere tra pm e giudici mette in discussione l’equilibrio di sostanziale imparzialità che dovrebbe caratterizzare ogni processo.
Marchionni denuncia questa deriva, affermando che è tempo di ripristinare il giusto equilibrio tra i diversi attori del processo, senza dimenticare il rispetto della Costituzione e dei diritti dei cittadini.
Uno degli aspetti più controversi è rappresentato dalle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), che, a detta di Marchionni, si trasformano in vere e proprie competizioni elettorali dove le correnti, ossia le trasposizioni delle ideologie partitiche, decidono le sorti dei candidati.
Questo sistema non solo distorce il merito, ma contribuisce a creare un clima di sfiducia tra i cittadini e le istituzioni.
La proposta di un sorteggio per la selezione dei membri del Csm appare quindi come una soluzione innovativa per garantire una maggiore imparzialità e una reale rappresentanza.
La riforma proposta dal governo, che prevede il sorteggio per le nomine nel Csm, potrebbe infatti rappresentare un passo decisivo verso un sistema giudiziario più equo e giusto.
L’idea è che coloro che saranno sorteggiati entreranno in carica non sulla base di una campagna elettorale, ma grazie alla loro integrità professionale e al rispetto delle norme.
Ciò consentirebbe di spezzare il legame con le correnti e di restituire al Csm e alla magistratura in generale la dignità e l’autorevolezza che meritano.
In conclusione, la mobilitazione dei “50 magistrati per Sì” rappresenta una prospettiva di rinnovamento e di speranza.
La riforma della giustizia non deve essere vista come una mera questione burocratica, ma come una necessità per il futuro del nostro Paese.
È tempo di scegliere.
Da che parte vogliamo stare: dalla parte del cambiamento, della trasparenza e dell’indipendenza, oppure dalla parte dello status quo, dove le logiche correntizie continuano a prevalere?
La risposta a questa domanda avrà conseguenze decisive per la nostra società e per la credibilità delle istituzioni.
