Il procuratore Gratteri

**Riflessioni su Gratteri e la giustizia in Calabria**

Il “faremo i conti” pronunciato dal procuratore Gratteri durante l’intervista con il Foglio suscita inquietudine.

È un avvertimento o una promessa?

Gratteri è noto per le sue operazioni contro la criminalità organizzata, ma i risultati hanno sollevato più di una perplessità.

La sua rete, capace di catturare centinaia di individui, si è spesso trasformata in un boomerang che ha colpito l’integrità di persone innocenti.

Oggi ci troviamo a riflettere su questo strano gioco di potere tra giustizia e pubblicità.

Per meglio comprendere il contesto, vale la pena ripercorrere alcune delle operazioni condotte dal pm Gratteri, emblematiche di un approccio che sa di spettacolarizzazione.

La maxi operazione contro la ’ndrangheta del 2003 a Platì portò all’emissione di 125 misure di custodia cautelare.

Ma solo otto vennero condannati.

Un dato che fa pensare: quante vite rovinate da un arresto prematuro e da una gogna mediatica?

In un sistema che dovrebbe garantire la presunzione di innocenza, queste dinamiche creano un cortocircuito tra giustizia e diritto.

Nel 2011, l’operazione “Circolo formato” vide coinvolti amministratori locali di Marina di Gioiosa Ionica, tra cui un sindaco, tutti poi assolti.

Quello che rimane è la stigmatizzazione di figure pubbliche e la creazione di un clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni.

E che dire della maxi operazione “Stige”?

169 arresti, ma 100 imputati assolti.

Se l’intento era quello di dar prova di determinazione nella lotta alla mafia, l’effetto collaterale è stato l’erosione della fiducia verso la magistratura e le forze dell’ordine.

La situazione è aggravata dall’operazione “Rinascita-Scott”, lanciata nel 2019, con ben 334 destinatari di misure cautelari.

I risultati finora parlano chiaro: oltre il 38% degli imputati è stato assolto in primo grado.

Così ci si domanda: quanti innocenti hanno subito l’onta di un arresto ingiusto, e quante famiglie sono state distrutte?

A contribuire a questa drammatica narrazione è anche il paradosso degli indennizzi per ingiusta detenzione.

Dal 2018 al 2024, la Calabria ha visto il pagamento di 78 milioni di euro dallo Stato, il 35% dell’intera spesa nazionale dedicata a questa causa.

Quanti di questi fondi avrebbero potuto essere investiti in politiche sociali o in progetti volti al miglioramento della vita quotidiana dei cittadini calabresi?

Oggi Gratteri si trova a cavalcare l’onda della polemica contro la riforma Nordio, accusando il governo di voler sottomettere i pubblici ministeri.

Ma questa è una narrazione che presenta ombre e luci.

L’articolo 104 della Costituzione rimane il faro della nostra giustizia, a tutela dell’autonomia della magistratura, sia essa giudicante che requirente.

Tuttavia, l’insistenza di Gratteri nel rimanere al centro della scena mediatica apre interrogativi sui ruoli e sulle responsabilità di chi deve esercitare la giustizia.

La dipendenza da un’agenda politica e mediatica porta non solo a distorcere l’immagine della giustizia, ma anche a mettere in discussione il principio di giusto processo.

Il dibattito sulla riforma e la sua applicazione non dovrebbe basarsi su posizioni dogmatiche, ma piuttosto su un’analisi profonda dei meccanismi giuridici, affinché non si cada nel populismo giuridico che, talvolta, sembra dominare le cronache.

E mentre Gratteri continua a essere invitato in televisione e nei giornali, spesso senza contraddittorio, la questione cruciale resta: qual è il modello di giustizia che vogliamo per il nostro Paese?

Un modello che si occupi di perseguire i colpevoli, sì, ma che non perda di vista i diritti degli innocenti.

Un sistema giudiziario efficiente, ma anche garante delle libertà individuali.

Una macchina implacabile contro il crimine, ma al tempo stesso attenta a non schiacciare chi è caduto in disgrazia o è vittima di errori.

Trovare questo equilibrio è la sfida più grande, il punto di incontro tra giustizia e umanità.

Perché la giustizia, senza umanità, rischia di diventare una tirannia, e l’umanità, senza giustizia, una debolezza che i malvagi non esitano a sfruttare.

Perché la vera giustizia non è solo quella che punisce, ma quella che salvaguarda i principi fondamentali dei diritti umani e della dignità.

In conclusione, ci troviamo di fronte a un bivio.

È necessario fare i conti, ma non solo nel senso richiesto dal procuratore.

Dobbiamo rispondere alla domanda fondamentale: quale giustizia vogliamo costruire per il futuro della Calabria e dell’Italia intera?

Abbandonare la logica delle retate e dell’arresto facile, per abbracciare una giustizia più umana, più attenta e più rispettosa dei diritti di ogni individuo.

La responsabilità è alta, e il momento di agire è adesso.

Di Admin

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