
Nel cuore pulsante di Roma, dove il via vai di turisti e romani si mescola in un affascinante crocevia culturale, qualcosa sta cambiando radicalmente.
I punti vendita storici di Coin, un marchio che per decenni ha rappresentato un simbolo di eleganza e stile, stanno lentamente spegnendosi uno dopo l’altro.
Prima Termini, poi Porta di Roma, Roma Est e ora anche Cola di Rienzo: oltre 60 persone vedono svanire il proprio posto di lavoro, e con esso una parte della loro vita e dei loro sogni.
Le vetrine un tempo scintillanti, con prodotti griffati e di lusso, hanno lasciato spazio a banner neri opachi che annunciano svendite straordinarie – sconti fino al 70%, con qualche extra del 20%.
Per la clientela è un’occasione d’oro, un momento imperdibile per accaparrarsi pezzi di alta moda a prezzi stracciati.
Ma dietro questo spettacolo luminoso si nasconde una verità ben più amara: quella di lavoratori che da anni animano quegli spazi, che hanno condiviso battaglie, successi e crisi.
Molti ricordano quando quegli stessi locali, nel cuore di Roma, erano parte della Standa. Era la fine degli anni Novanta, un’epoca diversa, con speranze diverse.
Oggi, invece, la chiusura dello store Coin Excelsior in via Cola di Rienzo segna un capitolo doloroso.
Il messaggio sulle vetrine, “Grazie per questi anni insieme” e l’addio in inglese “It’s time to say goodbye”, suona come una melodia triste per chi, ogni giorno, ha dato il massimo per far brillare quel negozio.

Questa chiusura non è solo un fatto economico o commerciale: è un colpo al cuore della città stessa, un segnale che scuote profondamente anche i dipendenti di altre sedi, come Cinecittà e San Giovanni.
C’è il timore che la crisi non sia ancora finita, che la stessa sorte possa toccare anche le altre realtà Coin della Capitale.
È il riflesso di un mercato in trasformazione, dove le grandi catene si confrontano con nuove sfide, dai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori fino alla pressione crescente dell’e-commerce.
La chiusura di questi store infatti non può essere letta solo come una perdita fisica di punti vendita, ma come un cambiamento epocale nel modo di vivere lo shopping e i rapporti umani che ne derivano.
Per i lavoratori, la chiusura rappresenta un trauma profondo, una ferita aperta.
Molti di loro hanno investito anni della loro vita in questi spazi, costruendo relazioni con i clienti, diventando parte integrante del tessuto sociale del quartiere.
Perdere quell’ambiente significa perdere un pezzo di sé, un’identità professionale e personale.
Eppure, in mezzo a questa tempesta, c’è anche spazio per una riflessione più ampia.
La chiusura di Coin a Cola di Rienzo potrebbe essere il punto di partenza per ripensare il futuro del commercio a Roma, per immaginare soluzioni innovative che mettano al centro le persone, il territorio e la cultura locale.
Forse è arrivato il momento di guardare oltre i tradizionali format, abbracciare nuovi modelli capaci di coniugare economia sostenibile e inclusività.
Non si tratta solo di vetrine oscurate o di pagine di giornale che raccontano addii, ma di storie di vita quotidiana, di speranze e di resilienza.
Chi lavora in questi luoghi merita rispetto e attenzione, perché dietro ogni svendita straordinaria ci sono volti, mani, cuori che costruiscono giorno dopo giorno il valore di una città che non smette mai di sorprendere.
La speranza è che, dopo questo tempo di cambiamenti dolorosi, possa tornare a splendere una nuova luce per Roma e per chi continua a credere nella forza di un lavoro fatto con passione e dedizione. Perché, alla fine, il vero lusso è poter scrivere nuove pagine insieme, senza lasciare indietro nessuno.
