
Ragazzi, qui davvero c’è da sorridere.
Anzi, da crepare dalle risate.
Quando guardiamo a quello che sta succedendo in Ungheria, è impossibile non notare come la sinistra italiana stia festeggiando come se avesse appena conquistato un tesoro inestimabile.
Ovunque, dallo streaming al bar, echeggia lo stesso coro:
“Ha perso Viktor Orbán! Ha perso Orbán!
Un altro chiaro segnale contro Giorgia Meloni”.
Insomma, oltre alla solita ossessione per la leader italiana, sembra quasi che abbiano vinto loro una battaglia cruciale.
Peccato che ci sia un piccolo dettaglio, eppure sfuggito a molti.
Il candidato che sta emergendo in questa tornata elettorale, Péter Magyar, leader del Tisza Party, non è il paladino della sinistra europea, non è certo il simbolo del progressismo radicale.
Al contrario, è un politico moderato, con posizioni collocate saldamente nell’area di centrodestra.
E qui la scena si fa davvero interessante e quasi comica: la sinistra esulta perché perde Orbán.
Ma, sorpresa delle sorprese, anche questa volta a vincere non è la sinistra radicale, né tantomeno un’alternativa progressista a tutti gli effetti.
In Ungheria, gli elettori stanno semplicemente scegliendo un altro leader dell’area moderata, qualcuno che di sinistra ha davvero poco o nulla.
È come se in una partita di calcio gli ultras di una squadra festeggiassero un gol segnato dall’altra squadra, convinti che sia comunque una vittoria della loro fazione.
Ridicolo, vero?
Eppure succede proprio questo.
La sinistra italiana, ormai specialista nel gioire per sconfitte altrui, si fregia di un risultato che non rappresenta affatto una sua vittoria politica.
La realtà è ben diversa e parla chiaro: il voto ungherese riflette una scelta verso un centrodestra più moderato, forse meno divisivo, ma pur sempre un centrodestra.
Nessuna conquista per le idee progressiste, nessun segnale di un cambio di paradigma nella società magiara.
Solo una semplice alternanza all’interno del medesimo spazio politico.
E allora, cosa ci insegna tutto questo?
Forse che l’ossessione per la Meloni è diventata l’unico filtro attraverso cui la sinistra italiana interpreta ogni evento europeo, perdendo di vista la sostanza e la realtà dei fatti.
Festeggiare senza capire cosa realmente accade dietro le quinte elettorali è un esercizio inutile, se non controproducente.
Perché alla fine, potrà pure cambiare il nome sul manifesto elettorale, ma la musica resta la stessa: la sinistra non vince, anzi, spesso ne esce ancora più marginalizzata.
Questa scena quasi farsesca meriterebbe un sano richiamo alla realtà, perché continuare a celebrare successi immaginari distorce la percezione politica e rischia di allontanare ancora di più un elettorato sempre più disilluso e confuso.
Insomma, caro mondo progressista italiano, forse è il momento di smettere di festeggiare gol segnati dagli avversari e di iniziare a costruire proposte autentiche e convincenti.
Solo così si potrà davvero sperare di tornare a vincere.
Altrimenti, si continuerà soltanto a recitare la parte degli spettatori divertiti dalla propria incapacità di leggere il gioco.
Che pena che fanno.
